I CHING – IL MORSO CHE SPEZZA – esagramma n. 10

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L’I Ching è un antichissimo testo sapienziale cinese, composto di 64 esagramma, simboli costituiti di linee yang (intere) e yin (spezzate), capaci di raffigurare tutti gli stati e i mutamenti dell’universo. Chi ne apprende il linguaggio è in grado di accordare la propria vita all’armonia della Natura (il Tao), ottenendo così la vera Nobiltà dello Spirito.
Lo approfondiamo in questa rubrica curata da Alessandro Zanconato, autore del libro “Il morso che spezza” (ed. Passaggio al Bosco).

PROCEDERE
Tempo di camminare sulla coda della tigre; essa non ti morde. Successo.
Il riconoscimento da parte dell’inferiore è la base di ogni gerarchia normale e tradizionale. Non è il superiore che ha bisogno dell’inferiore, ma è l’inferiore che ha bisogno del superiore. – Julius Evola (Gli Uomini e le Rovine)
L’esagramma descrive un avanzare pericoloso del debole sul forte, come un individuo che marci sulla coda di una tigre: quest’ultima lascia fare e non morde. Il forte è cedevole, ma non per questo rinuncia alla sua forza; il debole avanza sul forte, ma non per questo ne disconosce la potenza. I due trigrammi componenti sono C’iên (Il Cielo, trigramma superiore) che rappresenta la figura del padre e Tc’iong (Il Lago, trigramma inferiore) che rappresenta la figlia minore: si tratta di un incontro tra padre e figlia, tra il progenitore più anziano e la discendente più giovane, tra il maschile ed il femminile, tra la Forza e la Quiete, tra l’inizio dell’anno agricolo e la sua fine invernale. Si afferma la necessaria esistenza di precise gerarchie naturali e sociali. La civiltà tradizionale cinese, come tutte le società arcaico-contadine, riteneva scontato il rispetto di una visione gerarchica dei rapporti familiari e sociali, mentre le ideologie progressiste della civiltà moderna occidentale ne rifiutano perfino il concetto. Un astratto egualitarismo si è imposto come paradigma dominante della mentalità contemporanea, con il conseguente annullamento delle distanze tra genitore e figlio, tra uomo e donna, tra docente e discente, tra autorità e sottoposti. Oggi, l’uomo comune rifiuta di rispettare a priori le figure d’autorità, subordinando il suo rispetto al soddisfacimento dei propri bisogni individualistici: essa è riconosciuta unicamente qualora operi nel senso voluto dal cittadino, indipendentemente dal fatto che quest’ultimo esprima o meno una volontà ragionevole.
E’ un leitmotiv di stampo sessantottino: se il professore non “dialoga” con gli allievi e si rifiuta di scendere a patti non è “autorevole”, ma “autoritario”; se il marito non riconosce alla moglie le medesime funzioni all’interno della famiglia e la stessa autorità decisionale è un “maschilista reazionario”; se i genitori non assecondano ogni tipo di comportamento e non soddisfano qualunque capriccio dei figli non sono “al passo con i tempi”. L’egualitarismo moderno pretende che l’autorità sia valida soltanto se fondata sul consenso del sottoposto e, tale consenso, è “democraticamente” basato sulle pretese individuali. La società tradizionale cinese, invece, riteneva che il valore dell’autorità non derivasse affatto dal giudizio dei sottoposti: ciò, in linea con il concetto della flessibilità taoista, non escludeva la capacità di adattare le forme e i modi dell’esercizio del potere alle condizioni e ai bisogni reali dei subordinati, ma riteneva tale qualità una conseguenza positiva e non – come accade oggi – il fondamento stesso dell’esercizio dell’autorità. Il potere realmente efficace è in grado di agire, adattandosi, alle circostanze contingenti e alle aspirazioni ragionevoli dei sudditi, senza assoggettarsi a quest’ultime: i governati non possono essere la fonte della legittimità dell’autorità, ma i destinatari della sua azione benefica. Tale principio si applica a qualsiasi rapporto familiare e sociale: un medico non è tale perché offre al malato una qualsiasi medicina o quella desiderata dal pazeinte, bensì la medicina più appropriata alla guarigione; egli esercita un potere fondato su una conoscenza, la quale non deriva dal rapporto con il malato, ma lo precede e ne fonda la corretta espressione. Allo stesso modo, il padre non è tenuto a venire incontro alle aspettative irrazionali dei figli, ma a fare ciò che costituisce il loro bene oggettivo, che essi lo riconoscano o meno; la conoscenza di tale bene non può essere demandata all’opinione dei figli, essendo frutto di un sapere che soltanto il padre, grazie alla sua esperienza, può possedere. Anche nei rapporti coniugali esistono precise gerarchie, fondate sulla base di una distinzione naturale di compiti e di ruoli, a sua volta basata su differenze biologiche, psicologiche e spirituali tra uomo e donna. Maschio e femmina costituiscono una polarità naturale fondamentale, riconosciuta come sacra in tutte le società tradizionali.
(…)
Per l’esagramma 10, la presenza del Cielo (padre, energia creativa e forza maschile) in posizione superiore rispetto alla figlia (quiete femminile, passiva e recettiva) corrisponde all’armonia naturale dei segni e alla realtà cosmica guidata da una forza superiore, che verrà chiamata Tao – “la Via” – da filosofi posteriori quali Lao Tze e Chuang-Tze, ma che viene riconosciuta come tale anche dalla scuola confuciana; il superiore è tale perché in possesso di determinate qualità connaturate alla sua essenza (si tratta delle qualità del segno superiore C’iên, Cielo), che l’inferiore non può possedere, avendone invece altre, diverse e complementari. Certamente è possibile che la figlia voglia “camminare” sulla coda della tigre-padre e, così facendo, esporsi a un rischio: ben sapendo, però, che sta alla discrezione e alla libertà decisionale della tigre di mordere o meno. Se la tigre-padre lascia fare, ciò non è scontato, ma è la conseguenza di una forza interiore che può permettersi di mostrare, in alcune occasioni, docilità e paterna comprensione. Il segno avverte che il coraggio della figlia minore non deve spingersi ad un’eccessiva ed arrogante audacia, in quanto il superiore non ha perso il potere di mordere: pestare la coda alla tigre può andare bene, dunque, purché non si esageri!