SCRIPTA MANENT – 16

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NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE
NON PRONUNCIARE LE ORAZIONI SEGRETE A VOCE ALTA
L’iscrizione della Catacomba di Commodilla in Roma è ricordata dai filologi come la più risalente testimonianza scritta del latino volgare (IX secolo). Da un punto di vista tradizionale, l’epigrafe ha un particolare significato esoterico. I segreti – cioè i misteri del rito – non devono essere rivelati e quindi nel corso della celebrazione non possono essere pronunciati a voce alta. Il valore che il Silenzio ha da un punto di vista metafisico è, d’altra parte, di difficile comprensione per i moderni. Nella liturgia preconciliare, era detta “oratio secreta” la preghiera pronunciata dal sacerdote a voce bassa nella messa, dopo l’offertorio, per chiedere a Dio di gradire e benedire le offerte che stavano per essere consacrate; il Concilio Vaticano II ha invece previsto di pronunciare a voce alta questa preghiera, che ha così assunto definitivamente l’altra denominazione con cui era conosciuta e cioè “oratio super oblata“, “preghiera sopra le offerte”. San Giovanni Paolo II, nonostante l’inversione di tendenza espressa dal Concilio, ebbe a ricordare che “un aspetto che occorre coltivare con maggiore attenzione all’interno delle nostre comunità è l’esperienza del silenzio. […] La liturgia, tra i diversi suoi momenti e segni, non può trascurare quello del silenzio“. E così pure Benedetto XVI aveva scritto nella sua “Introduzione allo spirito della liturgia” che “diventiamo sempre più chiaramente consapevoli che la liturgia implica anche il tacere. Al Dio che parla noi rispondiamo cantando e pregando, ma il mistero più grande, che va al di là di tutte le parole, ci chiama anche a tacere. Deve essere indubbiamente un silenzio pieno, più che un’assenza di parole e di azione. Dalla liturgia noi ci aspettiamo proprio che essa ci dia il silenzio positivo in cui noi troviamo noi stessi“. René Guénon, con riferimento all’adorazione del Grande Mistero compiuta dagli Indiani dell’America settentrionale in totale silenzio e solitudine, affermava che questa adorazione tendeva a stabilire una comunicazione diretta con il Principio supremo, poiché “non solo è unicamente nel silenzio e con il silenzio che tale comunicazione può essere stabilita, poiché il ‘Grande Mistero’ è al di là di ogni forma di espressione, ma è il silenzio stesso ad essere il ‘Grande Mistero“. […] Infatti, “il vero ‘Mistero’ è essenzialmente ed esclusivamente l’inesprimibile, che evidentemente può essere rappresentato solo dal silenzio” ed “essendo il ‘Grande Mistero’ il non-manifestato, il silenzio stesso, che è propriamente uno stato di non-manifestazione, costituisce in qualche modo una partecipazione od un conformarsi alla natura del Principio supremo“.
… Per omnia saecula saeculorum“.