Fuochi nella notte di inverno: prospettive escatologiche nei riti tradizionali di inizio anno

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Nell’imminenza del Capodanno pubblichiamo un intervento a tema di un nostro caro lettore. 

di Lorenzo Maria Colombo

In molti paesi del nord Italia i festeggiamenti di chiusura dell’anno vecchio e i primi mesi di quello nuovo sono accompagnati da particolari rituali collettivi che, a ben guardare, hanno l’aspetto apparentemente piuttosto macabro di un sacrificio umano: pupazzi con sembianze antropomorfe o addirittura esseri umani in carne ed ossa vengono bruciati, annegati, seppelliti o comunque, in generale, uccisi ritualmente.

Ad Ameglia (SP) ad esempio vige la tradizione dell’Omo ar bozo, nella quale una persona del paese veste i panni di uno forestiero che viene processato e gettato per volere del popolo in una pozza d’acqua (il bozo, appunto).

In tanti altri luoghi tuttavia a prevalere sembra essere il simbolismo del rogo purificatore: a Varallo Sesia (VC) il 6 gennaio, come celebrazione di inizio carnevale, gli abitanti si riuniscono sul greto del torrente Mastallone che divide in due il centro abitato per bruciare il fantoccio della Veggia Pasquetta (Vecchia Pasquetta); il fuoco continua poi ad avere un ruolo centrale per tutta la durata di questo carnevale alpino, tra i più importanti e sentiti del Piemonte settentrionale, con episodi quali il girotondo attorno al falò in piazza la sera della Carnevalàa n’tla stràa (Carnevalata sulla strada) e il rogo finale del Re del carnevale (ovviamente sempre un pupazzo) sul Ponte Antonini.

Riti simili avvengono presso la frazione di Roccapietra e nei comuni limitrofi di Civiasco e Borgosesia, talvolta accompagnati da spettacoli pirotecnici. Altre caratteristiche di questo periodo, importantissime come vedremo per comprenderne il simbolismo profondo, sono le distribuzioni gratuite di cibo (minestra, fagioli, trippa, focacce, dolci ecc.) diffuse in vari paesi e alcune peculiari manifestazioni dove prevalgono spettacoli all’insegna della forza fisica e dell’abilità se non addirittura un carattere esplicitamente agonistico o guerresco: citiamo a titolo esemplificativo la sfida tra i “brutti” e i “belli” che avviene a Suvero (SP), i sapeur (letteralmente: gli zappatori) armati che accompagnano le sfilate carnevalesche di Sampeyre (CN) e Schignano (CO), la Danza delle spade durante le processioni religiose di Venaus e Giaglione (TO), le scazzottate per strada contro i krampus (i “putrefatti” o, secondo un’altra etimologia, “quello con gli artigli”) in Trentino-Alto Adige o anche i famosi sbandieratori del Paliotto di Asti che vengono chiamati ad esibirsi nelle piazze di diversi comuni piemontesi.

Etnologi e antropologi interpretano in generale simili tradizioni come residui paganeggianti di antichi riti propiziatori per la fertilità dei campi, precedenti l’arrivo del Cristianesimo; il finto “sacrificio umano” (o anche in alcuni casi il sacrificio autentico e cruento di un animale, come un tacchino o un oca) è poi notoriamente considerato come tipica rappresentazione del “capro espiatorio”. Nelle parole dell’etnologo Piercarlo Grimaldi il “capro” viene ucciso dalla «comunità contadina che, per affrontare la nuova stagione agraria, deve rigenerarsi ritualmente»[1].

Inutile dire che tali spiegazioni, seppur non del tutto errate, sono da un punto di vista autenticamente Tradizionale tutt’altro che soddisfacenti. L’incapacità degli studiosi occidentali di analizzare i significati reconditi di questi riti è probabilmente almeno in parte dovuta alla cesura, avvenuta per ragioni storiche e sociali, tra la cultura e contadina e quella cosiddetta “alta”, rappresentata un tempo dal clero ed oggi dagli accademici, che non sono ormai più in grado di dialogare e comprendersi tra loro. A ciò ovviamente devono aggiungersi considerazioni sul normale “ciclo di vita” delle tradizioni, che nella sua fase terminale vede una progressiva perdita dei significati fino a lasciare una mera forma vuota e “superstite” (da cui il termine “superstizione”).

Se vogliamo trovare la vera chiave di lettura di quanto esposto più sopra dobbiamo dunque rivolgerci a culture dove tale cesura non è avvenuta o è stata risaldata in tempo: è il caso del Tibet dove (almeno prima dell’invasione comunista cinese) venivano praticati riti per il Capodanno, con tanto di rogo del fantoccio, straordinariamente simili a quelli nord-italiani. Qui tuttavia la tradizione buddhista è riuscita a reinterpretare il vecchio rito popolare nell’ottica salvifica della nuova religione, o meglio a restituire al loro significato originario, Tradizionale, le vecchie forme degenerate in superstizione; spiega infatti il celeberrimo tibetologo Giuseppe Tucci: «La sovrapposizione della festa del sMon lam all’antica festa di Capodanno si spiega col fatto che la prima aveva finito per identificarsi con l’idea della vittoria sul male e sull’eresia nel miracolo di Śrāvastī (…)[2]. La comunità si trova in un periodo di progressiva decadenza, nel quale il male aumenta e la dottrina predicata da Śākyamuni si offusca. Quindi è necessario eliminare o per lo meno attenuare i chiari segni di quest’epoca – epidemie, guerre, carestia – ma soprattutto contribuire a preparare l’azione redentrice del prossimo Buddha, Byams pa, Maitreya. Il simbolismo alla base di questo pensiero si ripercuote anche sui piani liturgico e pratico: il governo distribuisce ai monaci piante medicinali (sman) per combattere le malattie; stoffe di seta per difesa dal pericolo delle armi; cibo, carne, minestra, danaro ecc… contro l’incombente carestia. La liturgia è drammaticamente condizionata in ciascuno dei suoi vari momenti. Per esempio la processione rituale intorno al tempio di Byams pa vuol significare che la nuova era della dottrina, la discesa della parola divina, è già un fatto compiuto (…) la non-scienza (ma rig), origine della contaminazione morale (ňon mons) e quindi anche del karma, è innata in tutti noi, in me e negli altri, e [per questo] è necessario bruciarla nel fuoco della conoscenza sublimata (ye šes kyi me). L’immagine che sta al centro di questa cerimonia è destinata ad accogliere in sé la non-scienza e viene bruciata nel fuoco della sapienza, che viene rappresentato in quel modo (…). All’attesa dell’anno nuovo prevale quella dell’annus magnus: quindi il breve volgere dei dodici mesi diventa l’anello di una catena che si estende all’infinito, di buon augurio, di rinnovamento della dottrina, di avvento del regno di Maitreya, la cui epifania avrà luogo dopo la fine del progressivo processo di decadenza della presente era cosmica»[3].

Ricapitolando: nel momento in cui l’oscurità sembra più profonda, sul limite tra un anno e l’altro, i seguaci della Tradizione sono chiamati a scendere in campo, a entrare in guerra contro le forze del male per favorire il ritorno della Luce in una nuova e prospera età del mondo, dove non vi saranno più fame o miseria e gli uomini si “nutriranno” direttamente dell’insegnamento spirituale; e le fiamme che bruciano il fantoccio sacrificato non sono altro che quelle che consumeranno le possibilità inferiori di questo ciclo per permettere a quello nuovo di iniziare.

In Tibet così come in Italia il rito di inizio anno nuovo vuole rappresentare insomma un’attesa, non passiva e sentimentale bensì attiva e “militante”, una tensione escatologica verso la realizzazione, anche solo temporanea e virtuale, di quella Terra Pura, quella Gerusalemme Celeste dove l’essere umano sarà reintegrato nel suo stato originario[4].

Al termine di questo intervento ci permettiamo alcune considerazioni sulla situazione che stiamo vivendo in questo particolare periodo della Storia.

Ricordiamo come a inizio 2020, nonostante come ormai dimostrato la pandemia di covid-19 fosse già iniziata da parecchi mesi, la scure del primo lockdown sia caduta proprio sul momento culminante dei festeggiamenti carnevaleschi impedendone la naturale conclusione quaresimale, con le chiusure forzate che si sono poi prolungate ben oltre la Settimana Santa. E oggi, con l’emergenza sanitaria che sembra ben lungi dal voler rientrare, è molto probabile che saremo costretti a rinunciare a molti di quei riti tradizionali di cui si è parlato all’inizio, alcuni dei quali, va sottolineato, hanno origini antichissime e fino ad oggi non si sono mai interrotti se non nei periodi più bui del secondo conflitto mondiale.

Probabilmente è troppo asserire che questa situazione sia voluta, che nasca da una intenzione cosciente di annientamento nei confronti delle nostre tradizioni ancestrali; e tuttavia il tetro simbolismo sottointeso a questi fatti ci pare chiaro: le forze dell’antitradizione, le legioni dell’avversario non accettano più di essere domate ed esorcizzate, ma si scatenano con tutta la loro forza contro il mondo devastato.

E in questo contesto non stupisce dunque che certi “paladini” della sovversione internazionale non abbiano saputo nascondere un certo meschino senso di rivalsa nei confronti di chi, legittimamente, lamentava la soppressione o comunque la riduzione ai minimi termini degli eventi tradizionali: proprio poco prima di questo Natale, fra i più drammatici che la Storia recente ricordi, uno youtuber dall’alquanto risibile nome di “Ateotube” ha affermato sulla propria pagina Facebook: «Io davvero non capisco il feticismo italiano per le tradizioni. Meglio innovare, progredire, avanzare!».

Progredire ed avanzare verso dove, verrebbe da chiedersi, se non verso una civiltà svuotata di ogni significato, verso una cultura che tale non può più essere definita perché non vi si “coltiva” più nulla, verso il baratro immane dal quale tanti giovani cercano invano do sfuggire con le droghe o togliendosi la vita…

Ma alla fine, già lo sappiamo, queste sono cose che devono avvenire. Agli eserciti dell’oscurità verrà permesso di avanzare fino a che ogni più pallido barlume della Luce dei giorni antichi non sembrerà soffocato per sempre; allora, e solo allora, Rudra Chackrin, Signore della Ruota Cosmica, scenderà nel mondo per sacrificarlo (renderlo cioè sacro) nelle fiamme purificatrici e sancire l’inizio di un nuovo Giorno.

A noi il compito di prepararci a quel momento attraverso la pratica interiore, visto che le forme esteriori -di per sé stesse per altro solo strumentali e temporanee- ci sono oggi negate.

A tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere fino in fondo un sentito augurio di buon anno nuovo all’insegna della lotta e della Vittoria.

Note:

[1] P. Grimaldi, Tempi grassi tempi magri, Omega edizioni 1996 Torino, p. 50.

[2] L’episodio in cui il Buddha manifestò la propria superiorità sui seguaci delle sette rivali emanando simultaneamente dal proprio corpo lingue di fuoco e una pioggia d’acqua. Per inciso facciamo notare come il simbolismo dell’acqua e del fuoco ricorra spesso anche nei rituali italiani che abbiamo citato.

[3] G. Tucci, Le religioni del Tibet, ed. Mediterranee 1995 Roma, pp. 192-193. Ed. originale Die Religionen Tibets, W. Kholhammer GmhH, Stuttgart 1970.

[4] G. Marletta, L’Eden, la Resurrezione e la Terra dei Viventi, Irfan edizioni San Demetrio Corone (CS) 2017, pp. 79-91.