Non c’è più tempo per la restaurazione

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(tratto da profilo facebook “Marco Cimmino“)
“Una volta, le parole “rivoluzione” e “restaurazione” avevano un significato diverso: al contempo, più specifico e più generico. Una rivoluzione era qualcosa di nobilmente sanguinoso: evocava la ghigliottina, le carrette coi condannati, le aspre discussioni tra rivoluzionari, in sordide cantine di Pietrogrado o in luminosi palazzi parigini.
La restaurazione, invece, ci faceva pensare a salotti felpati, a scarpini, al raso e alle parrucche incipriate, a Metternich. Mai, devo confessarlo, avrei immaginato che una rivoluzione si sarebbe camuffata, travestendosi da cinepanettone: che sarebbe arrivata a ribaltare il mio mondo silenziosamente e, apparentemente, senza colpo ferire. Eppure, è andata proprio così. Perché, in fondo, cos’è una rivoluzione, se non un ribaltamento politico, sociale, culturale? Ebbene, proprio questo è avvenuto.
In altri tempi, ci sono state le stesse mutazioni, più o meno con gli stessi meccanismi: l’abbiamo studiato, ma non siamo stati capaci di riconoscerne l’eredità nel nostro presente, a riprova del fatto che la storia non insegna un bel nulla. Analizzando i cognomi dei membri dei consigli del Comune di Firenze, tra il XII e il XIV secolo, abbiamo potuto stilare un grafico piuttosto preciso della progressiva democratizzazione dell’istituto comunale, con il picco degli “Ordinamenti di Giustizia” del 1293: l’abbiamo fatto per una città del Medioevo e non abbiamo saputo prevederlo per uno Stato del terzo millennio. A parziale scusante della categoria cui, indegnamente, appartengo, va detto che tutto è avvenuto molto in fretta e molto sottotraccia e che questo ha impedito analisi e riflessioni. Tuttavia, è avvenuto. Il primo Parlamento italiano era formato da aristocratici e da ricchi borghesi: perfino l’idea di un rimborso spese, per un parlamentare, era considerata volgare e offensiva.
Progressivamente, in virtù delle riforme elettorali, tra il 1882 e il 1913, con l’allargamento del diritto di voto, la Camera dei Deputati divenne sempre meno elitaria, anche se rimaneva terra di conquista di avvocati e professionisti in genere.
Nel secondo dopoguerra, il Parlamento repubblicano si vantava di essere democratico, ma, in realtà, vi entravano soltanto i professionisti della politica: non contava più la rilevanza sociale, ma contava, eccome, quella partitica. E, all’interno dei partiti, se eri una nullità rimanevi una nullità: la cultura e l’intelligenza, oltre alla visibilità popolare, avevano un considerevole peso nella scelta dei candidati.
Insomma, fino a poco tempo fa, sia pure con una notevole differenza nei criteri selettivi, la politica sembrava perpetuare l’idea platonica di “àristoi: per dirla in maniera un po’ meno vaga, il meccanismo di democratizzazione delle assemblee rappresentative seguiva sempre lo stesso percorso, dall’Atene di Pericle al pentapartito, passando per il maggior consiglio. Era una rivoluzione morbida e lenta: una specie di terremoto al rallentatore che, un poco alla volta, ribaltava la società, come il contadino ribalta le zolle per seminare.
Quest’ultima rivoluzione, invece, non ha seguito le regole: è stata del tutto irregolare. Per cominciare, non ha demolito una tirannia o un regime, ma si è infiltrata all’interno di una democrazia agonizzante, fingendo di volerla trasformare e, in realtà, indossandola come si indossa un abito di carnevale. Poi, i rivoluzionari si sono dimostrati gente che aveva una visione personalistica della rivoluzione: nel senso che sognavano di rivoluzionare, innanzi tutto, la propria esistenza. Non erano dei poveri esasperati: erano, piuttosto, dei poveracci. Per questo, probabilmente, li abbiamo sottovalutati: se ci avessero detto che una cameriera, un bibitaro, una contadina, un DJ, avrebbero preso il potere in Italia, non ci avremmo mai creduto.
Non erano personaggi da rivoluzione, ma, al massimo, come si diceva, da cinepanettone: la contadina che si sbizzarrisce indossando vestiti-tovaglia o il disoccupato che fa le vacanze sul superyacht appartengono più alla tradizione dei Vanzina che a quella di Sorel o di Pareto. Ed eccoli qua: e chi li schioda, a questo punto? Perché, come il concetto di rivoluzione, anche quello di restaurazione andrebbe ripensato: mica si tratterebbe di spedire Napoleone a Sant’Elena e rimettere qua e là qualche testa coronata. Si tratterebbe di rispedire un ministro a fare lavoretti per sbarcare il lunario, di rimandare una ministra a girare per le campagne: mica semplice, dopo che hanno assaggiato la bella vita! Per questo, oggi una semplice restaurazione non basterebbe: una Santa Alleanza sarebbe strumento limitato e, sostanzialmente inutile, data l’inesistenza di giacobini veri, di società segrete, a parte la solita cara vecchia P2.
Quel che ci vorrebbe è una controrivoluzione: una Vandea al contrario. Bisognerebbe che il popolo insorgesse e attaccasse la nuova Bastiglia, non più simbolo dell’Ancien Régime bensì di quello nuovo, plebeo, insopportabilmente becero: e ricacciasse questi tirannelli a vendere aranciate. Ma non accadrà, non solo e non tanto per la proverbiale ignavia del nostro popolo, che se ne sta sempre neghittoso ad aspettare di vedere chi vinca, per corrergli incontro con fiori e bandiere, ma, soprattutto, perché non c’è nessun “àristos” con cui sostituire questa ciurmaglia: nessuno di cui fidarsi. Nessuna democrazia sopravvive, senza un’aristocrazia: senza sapere, perlomeno, che un’aristocrazia esiste. E noi, me ne dolgo, non sopravviveremo: dopo questa rivoluzione non ci sarà restaurazione e neppure una controrivoluzione. Perché dove non nascono uomini di alti sentimenti e di profonda fede, parole come libertà, dignità, progresso sono senza senso: e non esiste un futuro.”