Rigenerazione Evola | La struttura psichica delle popolazioni primitive

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tratto da RigenerazionEvola


Diamo seguito alla nuova miniserie di articoli di Julius Evola, che torna sul tema di anima e psiche umana, stavolta con un angolo visuale che tocca l’etnologia e l’evoluzionismo, le popolazioni cd. “primitive”, la loro struttura psichica e la loro esatta collocazione nell’ambito della storia dell’umanità, iniziata a dicembre scorso. Oggi il secondo articolo, uscito sempre sul “Roma” nel novembre 1950, in cui Evola si riaggancia al fondamentale principio riaffermato a suo tempo da Joseph De Maistre e ricordato nel primo articolo, per cui i popoli “primitivi” o “selvaggi” ancora disseminati in certe aree del mondo non sarebbero antenati dell’umanità odierna, ceppi residui di un’umanità primitiva da cui la civiltà si sarebbe “evoluta”, ma gli ultimi residui degenerescenti, crepuscolari, notturni, di civiltà antichissime ormai scomparse. Il barone passa quindi ad analizzare brevemente i tratti di questi popoli dal punto di vista della struttura psichica. Viene così messo in luce il rapporto tra mondo psichico e fisico, interiorità ed esteriorità, uomo e natura, che caratterizzava le civiltà antiche, di cui le forme, più stregoniche che magiche, dei popoli primitivi odierni, sarebbero appunto solo forme residuali, ormai degenerate. Nel finale dell’articolo, un importante aggancio alla situazione psichica dell’uomo contemporaneo, in realtà non meno inerme degli stessi primitivi rispetto all’azione dei nuovi, altrettanto pericolosi démoni dell’epoca in cui viviamo; tema di cui trattammo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 con un’altra serie di articoli di Evola.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 9 novembre 1950

Comunemente si ammette che i costumi che abbiamo, la concezione della vita, le istituzioni, le stesse nozioni di bene e di male e, in genere, tutti gli aspetti della civiltà che oggi ci sono familiari, in altre epoche e in altri luoghi non sono affatto stati gli stessi: tutto ciò ha variato nella storia e nel corso delle varie civiltà.

Ora, si è sicuri che questo «relativismo storico», che i più riconoscono come ovvio, si limiti al mondo spirituale? Non è possibile che esso investa anche un dominio più profondo? Il problema è questo: noi oggi abbiamo una certa esperienza di noi stessi, di ciò che è reale, di ciò che è esterno a noi. Ci sentiamo come persone, come «io». Il nostro mondo interno è ben definito, e di contro ad esso, nello spazio, vi è il mondo esterno, la natura, il mondo delle cose, altrettanto definito. Sono due regni che non comunicano, che si delimitano a vicenda. E come io mi sento distinto dalle cose, del pari mi sento distinto dagli altri esseri: essi sono fuori di me, distanti da me. In più, un’azione diretta e libera io posso esercitarla solo sul mio spirito: all’esterno regnano invece leggi dei fenomeni naturali, che sono quelle che sono e non si curano né dei miei desideri, né dei miei sentimenti, né dei miei atteggiamenti.

Ebbene, siamo proprio sicuri che le cose siano andate così sempre ed ovunque? È una domanda che pochi si pongono. Noi ammettiamo come cosa che va da sé che quel sentimento di noi stessi e quel concetto della realtà come dato esterno ed indipendente da noi nello spazio, che oggi ci sono familiari, siano stati presenti ed altrettanti naturali in ogni civiltà, in ogni epoca, in ogni tipo umano. E questo è un errore. Una via per cui i nostri contemporanei cominciano ad accorgersene è l’etnologia, cioè la scienza che oggi si è messa a studiare le popolazioni selvagge cercando di intenderne non solo gli usi e i costumi, ma anche la struttura interna, psichica. Già in un precedente articolo abbiamo accennato che un merito della scuola etnologa francese, per la quale si possono citare i nomi di Durkheim, del Lévy-Bruhl e dell’Hubert e Mauss, è di aver attaccata la tesi evoluzionista, mostrando che le forme mentali dei selvaggi non sono le stesse delle nostre, sebbene in uno stato infantile, primitivo, ma sono effettivamente diverse dalle nostre, sono eterogenee.

Ma vi è chi è andato più oltre, investendo proprio il problema che abbiamo accennato al principio, quello, cioè, circa la nozione stessa dell’io e della realtà. Si può citare, nel riguardo, l’opera recente, uscita da Einaudi, di E. De Martino, che s’intitola Il mondo magico.

La tesi del De Martino è che la concezione che abbiamo oggi di noi stessi e della natura è una «formazione storica», allo stesso titolo che lo sono per esempio le nostre idee sulla morale o sull’arte: essa in altre epoche era inesistente e, in particolare, non calza per nulla per ciò che egli chiama, incorrettamente, il «mondo magico» – diciamo «incorrettamente», perché con tale termine egli designa essenzialmente il mondo delle popolazioni selvagge, da dirsi, se mai, stregonico.

In quel mondo che per il De Martino rappresenterebbe il residuo di remote arcaiche età, le cose stanno assai diversamente che da noi. Esso ha in proprio un altro «io» e un’altra «realtà». Questi termini vi designano cose diverse. Confini netti fra mondo interno e mondo esterno, fra psichico e fisico non vi esistono o, per dir meglio, i confini fra i due domini sono labili, instabili, revocabili. La conseguenza di ciò è la possibilità effettiva di irruzioni sia dall’una che dall’altra parte: di irruzioni dell’anima nella natura (donde la possibilità di azioni «magiche», fenomeni telepatici e simili), come pure della natura nell’anima (donde la possibilità di ossessioni, il senso di pericoli continui che minacciano l’anima da parte delle forze segrete percepite dietro alle cose e ai fenomeni). Il mondo del primitivo è ancora saturo di «psichicità», e non come superstizione, ma di fatto.

Con lo sviluppo che ha condotto fino all’attuale civiltà, tutto questo ha cessato di esistere, eccezion fatta di qualche residuo, di qualche frangia, di qualche «sacca». L’uomo si è disciolto, si è distaccato, si è isolato e solo a tal punto, ed a causa di un tale atteggiamento, la natura ha rivestito per lui quei caratteri di estraneità, di oggettività che a noi sembrano così evidenti ma che invece prima o altrove erano inesistenti.

 

Il risultato positivo secondo il De Martino sarebbe che i «pericoli dell’anima», a cui era esposto il primitivo e dai quali egli si difendeva coi suoi riti, sono cessati e l’uomo possiede una coscienza distinta, circoscritta e garantita di sé; il risultato negativo sarebbe però che con ciò stesso la possibilità di agire direttamente, con lo spirito, sulle cose è andata perduta: ne restano unicamente pallidi, deboli riflessi che il De Martino sa riconoscere solo nel campo dei fenomeni sonnambolici, e simili: campo del tutto laterale, irrilevante ed accidentale, rispetto alle forme essenziali della nostra civiltà e del nostro spirito.

Con tutto questo il De Martino mette in luce cose che, anche se fuor dai trivi della scienza ufficiale, si risapevano: vi aggiunge solo la deformazione propria alla mentalità evoluzionista. Così egli concepisce i selvaggi col loro «mondo magico» come uno stadio storico sorpassato, come un nostro passato. Ora, nel nostro articolo già citato, riferendoci anche a de Maistre, si è già accennato come stanno invece le cose: i selvaggi non sono che ultimi resti degenerescenti, crepuscolari, di genti e civiltà antichissime scomparse. Da qui, fra i primitivi, forme non tanto magiche, quanto appunto stregoniche; da qui un tipo umano che si sente davvero aperto ed esposto a pericoli psichici o invasamenti o ossessioni. Ma, quanto ad una percezione di sé e delle cose che non è quella di oggi, il De Martino avrebbe potuto ritrovarla parimenti in ogni grande civiltà antica, a partire da quella romana, pervasa come era dal senso dei «numina» (poteri invisibili) e sostenuta dal più complesso e minuto sistema di azioni rituali: e speriamo che il De Martino non metta una tale civiltà sullo stesso piano dei selvaggi, seguendo le amenità di alcuni suoi colleghi universitari.

Quanto al fatto che l’uomo moderno rappresenta un tipo evolutivo superiore, la sua coscienza essendosi consolidata ed essendosi egli liberato dai «pericoli dell’anima», ciò è solo una graziosa illusione. L’uomo di oggi ha fatto sì sorgere dinanzi a sé una natura come una realtà solo esteriore e disanimata, libera da frange «psichiche», ma interiormente è forse anche più inerme, indifeso di un selvaggio. I dèmoni dei primitivi non sono per nulla scomparsi, hanno solo preso un’altra forma, una forma più sottile: sono gli impulsi irrazionali, le correnti collettive, le ideologie che oggi hanno un potere quasi incontrastato sugli animi e conducono i nostri contemporanei in situazioni assurde e tragiche, tali, che spesso il confronto non diciamo con le grandi civiltà del passato, ma perfino coi selvaggi spesso non risulta proprio edificante.