La paranoia come esperienza del mondo

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(tratto da Adrianosegatori.it) – La presuntuosa comprensione della realtà di Adriano Segatori

Pochi giorni fa ho concluso traumaticamente un percorso terapeutico con una paziente la quale, entrata in studio, ha chiesto di poter arieggiare per paura di altre presenze precedenti la sua e dicendo: “Questo virus mi ha creato un’ansia tale che ho paura di diventare paranoica”. Tentando – pur consapevole dell’inutilità, vista l’impossibilità di ogni approccio con questo ed altri disturbi psichiatrici – un aggancio razionale, mi è stato risposto: “Non mi interessa nessun altro confronto, io mi attengo a quanto io credo”.
Cominciamo da qui il breve viaggio per cercare di capire quello che sta succedendo in relazione a questo Covid-19.
La paranoia non ha un substrato organico ed è facilmente dissimulato all’interno di un quadro psichico apparentemente sano. È presente in una intelligenza normale, e a volte anche più sviluppata della media, solo che l’organizzazione del pensiero è strutturata in termine di fede, di una rivelazione della stessa entità e qualità di quella religiosa. «È un autoinganno originario», sottolinea Luigi Zoja, quindi è la «più antipsicologica di qualunque altro disturbo mentale, perché è l’unica forma di pensiero funzionante che elimini l’autocritica», e questo perché la blindatura all’autosservazione e all’introspezione servono a sostenere un Io fragile ed una personalità inconsistente, quindi ad evitare un tracollo di tutta la precaria struttura portante.
Conferma giustamente Zoja che «da quando la televisione arriva dappertutto, il contagio paranoico è istantaneo».
Una caratteristica affettiva del paranoico è la paura: di essere controllato, di essere ingannato, di essere deriso, di essere sfruttato, nel caso specifico del Covid-19 di essere contagiato.
Se alcuni sintomi come l’ansia, la paura, la diffidenza, l’isolamento, la depressione, la persistente e pervasiva inquietudine, il senso costante di allarme, l’ostinato sospetto sono caratteristici della paranoia, essi risultano evidenti in questa psicosi pandemica.
Ansia per la malattia, paura della morte, diffidenza verso il prossimo, isolamento precauzionale, depressione per l’esistenza precaria, inquietudine per l’insicurezza, senso costante di apprensione, ostinata circospezione: elementi tutti presenti in questo delirio epidemiologico.
Mentre psichiatri e psicoanalisti da sempre si dilettano a disquisire sul delirio collettivo riferito alla ideologie totalitarie, non c’è nessuno che si sia esposto – per pregiudizio o per interesse o per entrambi – ad affrontare la questione del condizionamento collettivo democratico in questa condizione sanitaria.
La «contagiosità psichica» della paranoia esiste, così come «si parla di terrore quando la paura diventa un’emozione che sconvolge e non si limita al momento della minaccia»: e se lo dice Zoja rispetto al terrorismo, forse che questa argomentazione non è valida quando un’influenza è spacciata per ipotetica strage e l’emergenza diventa uno stato di allarme a tempo indeterminato?
Una cosa è certa: che l’operazione di disinnesco della razionalità e di innesco dell’emotività è riuscita, e che il terrorismo di regime ha vinto con la manipolazione dell’informazione e la mansuetudine della massa.