QUESTA È SPARTA – 19

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«Le parole devono essere proporzionate all’argomento che si affronta».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Con questa frase Labota, re spartano del X secolo a.C., interrompe un tale che non smetteva di parlare di argomenti ai quali bisognerebbe lasciare poco spazio.
La società spartana è poco avvezza alle lunghe disquisizioni o alle speculazioni verbali e ritiene di gran lunga più incisiva l’oratoria dei fatti e la sostanza delle azioni. Plutarco riporta, infatti, numerosi aneddoti simili a quello attribuito a Labota, segno evidente della predilezione da parte dei re lacedemoni dei fatti rispetto alle parole.
Chi non crede in nulla ed è privo di coraggio e personalità si infiamma facilmente per cose che a prima vista sembrano grandi ma che inesorabilmente svaniscono come fuochi fatui. Gli Spartani ambiscono ad un semplice e silenzioso eroismo. Degli Opliti che alle Termopili sono entrati nell’immortalità nessuno conosce il nome perché di loro basta sapere che sono la falange e la falange è Sparta.
L’eroe che entra nell’eternità si manifesta nelle piccole cose della vita quotidiana, non in grandi azioni eclatanti. I gesti che sembrano di poco conto sono determinanti per rivelare il carattere di un uomo. Il pericolo è che in troppa agitazione si celi l’azione disordinata, quella cioè priva del suo principio e che perciò non ha valore e conduce solo al male. Questo tipo di azione senza ordine predomina soprattutto in Occidente, insieme all’attitudine al chiacchiericcio, precludendo quasi definitivamente la via della contemplazione, riservata ad una élite molto ristretta.
Le azioni non sono tutte uguali: alcune spingono l’uomo verso abissi inesplorati e pericolosi, altre permettono di elevarsi e avvicinarsi al Principio. Per elevarsi bisogna possedere un cuore puro e staccarsi dall’orizzonte materiale dell’esistenza. Quanto più ci si eleva tanto più intima diviene la contemplazione, e quanto più intima diviene la contemplazione tanto più forti divengono le azioni.
Il militante deve tenersi lontano dalla fugacità delle opere esteriori e dai sentimentalismi interiori (ira, orgoglio, afflizione, e altri figli dell’egoismo) per ricercare la quiete necessaria alla contemplazione e riconciliarsi con la Tradizione.