Etica e social media. Il rapporto tra social media, tecnologie digitali ed etica dell’informazione

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Immaginiamo di essere nel 1514 a Frombork, un piccolo villaggio rurale della Polonia che si affaccia sul mar Baltico.

Siamo un po’ isolati dalle grandi capitali culturali d’Europa, ma per fortuna abbiamo a disposizione un pc, una connessione Internet e una piattaforma social del tutto simile a Facebook.

Grazie a questa possiamo pubblicare gratuitamente i nostri contenuti e far sentire la nostra voce al mondo intero, su qualsiasi argomento.

Abbiamo dedicato gran parte della nostra vita a studiare astronomia e a osservare la sfera celeste e dai nostri studi è emersa una verità sconcertante: 

non è il Sole a girare intorno alla Terra ma, al contrario, è la Terra a girare attorno al Sole.

È una verità troppo grande, non possiamo tenercela solo per noi e decidiamo quindi di farla sapere a tutti con un post su Facebook.

Il nostro post piace davvero tanto all’algoritmo, il quale intuisce le potenzialità virali del nostro contenuto e decide quindi di aumentare la visibilità organica del post che in poche ore viene ricondiviso da migliaia di utenti da una parte all’altra del globo.

Dai commenti pubblicati sotto il post notiamo che si sono subito formate subito due opposte fazioni, due diverse linee di pensiero:

  • alcuni dicono: “È una fake news! È assurdo pensare una cosa del genere, non fatevi ingannare dai soliti complottisti della Rete!”
  • altri invece: “Questa è la prova che “loro” ci stanno nascondendo la verità e ci vogliono tenere sotto controllo. Svegliatevi! È un complotto!”

Qual è la verità?

Quali elementi abbiamo noi utenti Facebook del 1500 per stabilire cosa gira intorno a cosa?

Nessuno, se non la realtà fisica al di fuori dello schermo.  Se non guardando le stelle.

Abbandoniamo Copernico per un attimo e torniamo ai giorni nostri.

La domanda che oggi ci facciamo quando scrolliamo il nostro feed è proprio questa: qual è la verità?

Riguardo a tutti i discorsi fatti a proposito di Capitol Hill, The Social Dilemma,  e dei social nello specifico, il punto è questo :

Viviamo in un mondo di narrazioni, di narrazioni spesso contrarie. Quale di queste può essere assurta come verità? A cosa e a chi dobbiamo credere? Si possono conciliare narrazioni opposte?

Le narrazioni rappresentano il motivo stesso per cui l’uomo moderno è un essere morale a due facce: 

  • da un lato è individualista ed egoista (o falso altruista come ci insegna Glaucone nel celebre mito dell’Anello di Gige contenuto ne la Repubblica di Platone);
  • Dall’altro però è anche gruppista, perché desidera emotivamente appartenere a una narrazione, a un mondo, a un qualcosa che lo faccia sentire giusto e protetto, che lo elevi come membro di una collettività coesa.

Prestate attenzione a quel emotivamente.

Tutta la psicologia cognitivo-comportamentale degli ultimi 50 anni ci ricorda il ruolo fondamentale dell’emozioni nel comportamento umano e qualsiasi gruppo si fonda su una morale condivisa tra i suoi membri e che la morale “unisce e acceca”.

Le stesse strategie di marketing che ogni giorno vengono applicate si fondano in larga parte sulla psicologia morale del gruppismo.

Gli stessi gruppi Facebook, Telegram, Whatsapp possono essere visti come “sette” in cui vigono regole e rituali che se non vengono rispettati possono causare l’estromissione dei membri dalla community digitale.

Ancora di più le ideologie politiche ed economiche non sono altro che religioni che pongono l’uomo e l’economia al centro della narrazione della società e dell’universo al posto di Dio.

Ad ogni modo tornando al punto di prima: queste opposte narrazioni (o religioni) possono parlarsi e capirsi? Quale narrazione rappresenta la verità? Cosa, insomma, possiamo assumere come verità nel mondo della Rete e dei social media in particolare?

Sentiamo affermare da più parti la necessità di regolamentare l’uso dei social media dall’alto per evitare il diffondersi di false notizie e di narrazioni non corrispondenti alla realtà. Per stabilire insomma quale sia la verità.

Ci sono dei dubbi a riguardo ed ora proviamo a spiegare il perché.

Torniamo per un attimo a Copernico. Secondo quali regole possiamo stabilire che quel che egli dice è vero o falso?

Oggi tutti noi diamo per assodato che è la Terra a girare intorno al Sole e chiunque affermi il contrario sarebbe considerato un pazzo.

Ma badate bene… nel 1514 il pazzo era proprio Copernico!

Non è un caso che la verità sia stata dimostrata solo diversi decenni più tardi grazie a Galileo, che osservò le fasi di Venere per mezzo del suo celeberrimo cannocchiale. 

La verità venne fuori osservando le stelle, non digitando su una tastiera.
Ha senso dunque imporre regole sulla libera circolazione del pensiero e dell’espressione umana?

Non abbiamo risposte certe, ma dubbi sì.

Il Sistema di Credito Sociale (SCS) messo in piedi dal governo cinese negli ultimi anni è un esempio di regolamentazione e controllo dei comportamenti e delle espressioni umane che sta dando vita a una società ipertecnologica e ipercontrollata non molto lontana dalle distopiche fantasie orwelliane.

L’SCS si basa su un punteggio che certifica in termini puramente numerici quanto possiamo fidarci gli uni degli altri. 

Tale punteggio è il risultato algoritmico di dati raccolti sui comportamenti, i gusti e le abitudini delle persone.

L’algoritmo classifica i comportamenti e quindi le persone, come positivi o negativi, secondo la morale governativa imposta dall’alto.

Una sorta di morale numerica.

Le persone con un punteggio basso e quindi ritenute non attendibili secondo questo algoritmo non possono noleggiare un’auto, prendere in prestito denaro, o addirittura trovare lavoro. 

Il punteggio, oltretutto, non è influenzato solo dai comportamenti del singolo individuo ma anche da quelli della sua ristretta cerchia di amici.

Si tratta di un’estremizzazione, ma esiste, è una deriva pericolosa concreta e realizzabile.

Molti di noi non vorremmo vivere in un mondo del genere.

Un regolamento volto a stabilire la verità può essere adottato e imposto a un doppio livello:

  • a livello pubblico attraverso l’emanazione di policy e relative sanzioni da parte delle istituzioni o ancor peggio da sistemi di controllo in stile SCS;
  • a livello privato auspicando che siano le stesse social media company a modificare i loro algoritmi così da escludere dai feed degli utenti una narrazione a vantaggio di un’altra, in nome della verità e del bene comune.

Come è chiaramente denunciato nel documentario The Social Dilemma, se la nostra attenzione come utenti è la merce da cui le web company traggono i loro profitti, a queste non interesserà tanto diffondere ciò che è vero e buono per la collettività ma innanzitutto ciò che può contribuire a massimizzare tale livello diattenzione.

Per questo motivo nei nostri feed scorrono contenuti polarizzanti attorno ai quali si creano fazioni radicate su matrici morali opposte alimentate dal meccanismo di ricompensa della dopamina.

Sembra quindi assurdo pretendere che i colossi del digital possano auto-regolamentarsi, per il semplice motivo che ne va della loro stessa esistenza per come sono strutturati oggi i loro modelli di business.

Gli algoritmi si aggiornano non in nome della verità, ma in base a ciò che è più profittevole per il business che essi supportano.

Ce lo vedete Mark che si dà la zappa sui piedi?

Solo se verità e profitto coincidono come bene collettivo, invece di opporsi, allora gli algoritmi social possono agire in modo etico. 

Tutto questo sarà di difficile attuazione se continueranno a ragionare sul modello di business attuale.

Il modello di business attuale continuerà a funzionare fintanto che un diverso sistema non verrà alla luce per distruggerlo, nella speranza che si dimostri eticamente più sostenibile ma ben sappiamo che i Tempi ultimi sono quelli che sono.

Abbiamo bisogno di prendere consapevolezza del sistema in cui ci siamo invischiati, consapevolezza di che cosa sono il web e i social media e delle loro dinamiche.
Non sono semplici e aridi strumenti come molti pensano, ma
ecosistemi intelligenti che vivono, si modificano e si adattano dinamicamente per soddisfare le nostre pulsioni primitive senza che ce ne rendiamo conto.

Troppe persone non hanno idea dei motivi per cui si ritrovano ogni minuto con lo smartphone in mano a scrollare i loro feed social.

Oppure, se ne hanno conoscenza, non sono consapevoli del potere di controllo che tali meccanismi esercitano su di loro.

La stessa cosa succede a un fumatore. Il fumatore è convinto di poter smettere quando vuole, di avere il controllo sulla nicotina e sulla propria volontà. Ma in realtà è un’illusione e continua a fumare.

Non c’è la consapevolezza, né individuale né collettiva, di tutto ciò; del modo subdolo in cui il meccanismo di ricompensa della dopamina agisce tramite il bias di conferma.

Ciò che le istituzioni dovrebbero fare non è regolamentare l’uso privato delle tecnologie digitali, ma forse semplicemente iniziare a fare buona informazione, come si è fatto con il tabacco.

Se fumi oggi sai che puoi morire di cancro ai polmoni; allo stesso modo se usi “questi” social dovresti sapere che le informazioni che trovi lì dentro non vanno mai prese come oro colato.

Secondo, dobbiamo sforzarci di riprendere in mano il nostro buon senso, cioè capire come tornare a costruire un senso di realtà plausibile senza abbandonarci acriticamente a tutto ciò che ci viene detto e mostrato.

La tecnologia può essere nostra amica in tal senso. Una tecnologia che sia però al servizio del bene comune e che non tratti l’essere umano semplicemente come cavie inconsapevoli per le analisi di mercato.