L’Azione Tradizionale

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Tratto dalla rivista Raido n.32

L’esistenza dell’uomo è caratterizzata dall’agire ed ogni azione, nel bene e nel male, contribuisce ad alterare un equilibrio. In tal senso l’azione propria all’uomo moderno non tende a costruire, essa è anzi distruttiva poiché non fa altro che condurlo verso una condizione infima in quanto essa è il più delle volte meccanica, risultato di un processo che esclude il pensiero e che muove da interessi personali, nell’accezione più bassa del termine. L’Azione Tradizionale è esattamente l’opposto di questo tipo di agire.
Essa è meditata, ma insieme spontanea, è impersonale e, in quanto indirizzata verso il Principio Eterno, è sacra. La scelta di compiere azioni conformi a tale Principio comporta molte difficoltà poiché bisogna sublimare, per quanto ad ognuno possibile, la propria esistenza. Bisogna dominare le proprie passioni, l’attaccamento a ciò che è materiale, la paura, l’ozio, l’istinto di conservazione. Bisogna evitare anche che l’amore per un’altra persona o la propria famiglia possano trasformarsi in ostacoli.
La grandezza dell’uomo che compie questa scelta sta nella sua volontà e capacità di superare ogni tipo di dipendenza ponendosi su un piano di vera libertà (che è ben diversa dalla velleità irresponsabile con cui molti credono di affrancarsi e rendersi liberi rifiutando spesso i doveri del proprio stato di figli, mariti, padri, fratelli).
L’azione militante deve aspirare al compimento della sua potenziale dimensione “sacra”, trasformare cioè quella che è solo una possibilità in fattualità. Secondo un metro qualitativo ogni azione conforme al “Dharma” (per usare un termine delle tradizioni indoarie) non solo contribuisce a spostare l’equilibrio del cosmo verso stadi superiori, ma spinge l’uomo a fuggire la sua condizione di inconsapevole schiavitù migliorando sé stesso.