Rigenerazione Evola | Esoterismo e Politica

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Tratto da RigenerazionEvola


Poco meno di un mese fa è venuto a mancare il celebre politologo e storico Giorgio Galli. Pur se di salda formazione di sinistra, nella sua lunghissima e prolifica attività Galli non ha disdegnato di dedicare studi e pubblicazioni su argomenti storico-politici scomodi o scarsamente documentati, come ad esempio sui connubi tra politica ed esoterismo, sia pure partendo da una forma mentis tale da non consentirgli di comprendere l’essenza di certe problematiche, peraltro del tutto “eretiche” rispetto alla storiografia ed alla politologia ufficiale. Galli ha scritto diversi saggi sul Fascismo e, soprattutto, sulle radici “magico-esoteriche” del Nazionalsocialismo, tra cui ricordiamo il famosissimo libro “Hitler e il nazismo magico – Le componenti esoteriche del Reich millenario“, che uscì in prima edizione nel lontano 1989. Come approfondiremo tra breve, il celebre politologo si occupò anche di Julius Evola. Cogliamo quindi l’occasione per riproporre un’intervista che Galli rilasciò sul barone ormai alcuni decenni fa, e che fu raccolta nella celebre antologia “Testimonianze su Evola”, edita dalle Edizioni Mediterranee.

Spendiamo, prima, qualche parola sul Galli “studioso” della Destra e di Evola. Nonostante il suo indiscutibile impegno, talvolta, come detto, non conforme, le sue posizioni e le sue tesi sono sempre risultate, inevitabilmente, del tutto inaccettabili. Egli si definiva “un anziano neo-illuminista del XXI secolo“, reputando necessario “opporsi alla pretesa di chi, in nome di un sistema di credenze senza basi logiche, vorrebbe imporre alla comunità tutta comportamenti, modi di vita, scelte politiche e sociali che non sono validi più di altri per il solo fatto di avere radici in antiche mitologie” (1). Nella sua interpretazione, la cosiddetta “cultura della Destra” (su cui notoriamente l’intellettualismo di sinistra ha sempre ironizzato), e le relative proposte politiche, sono da considerarsi una componente minoritaria, con una base irrazionalistica, che periodicamente si ripropone quale alternativa (“gerarchica”, oscurantista e pericolosa) all’”illuminismo riformista” ed all’egualitarismo, ogni volta che questo non riesca a rielaborarsi ed a risolvere le problematiche della sua epoca. Più specificamente, Galli sviluppò la tesi secondo cui il progresso razionale e democratico dell’Occidente sarebbe avvenuto sconfiggendo fenomeni “esoterici o comunque non conformi, misteriosi, diversi, alternativi. Così, la democrazia ateniese si sarebbe imposta con la repressione delle baccanti e del culto dionisiaco; il cristianesimo con la repressione degli gnostici, la democrazia anglosassone con la repressione delle streghe” (1) (2). Come dire: ogni volta che il progressismo e gli ideali sorti dal “secolo dei lumi” attraversano delle fasi di crisi e necessitano di un assestamento, riaffiorano le pericolose, irrazionali, “esoteriche”, correnti dell’atavica reazione di “destra” (viene da ripensare alla follia dell’ “Ur-fascismo” di Umberto Eco), che devono essere adeguatamente sconfitte, per proseguire la marcia inarrestabile del progresso e della civiltà. L’ennesima dimostrazione di come un certo riduzionismo culturale ed una visione distorta e miope della storia e della Tradizione facciano deragliare anche personalità più acute e non strettamente allineate come fu quella di Giorgio Galli.

Come detto, Giorgio Galli ebbe modo di occuparsi anche di Julius Evola (da lui considerato, peraltro, l’unico autore del periodo fascista, a parte Mussolini, degno di attenzione; il che è significativo di una miopia e di un pregiudizio culturale di fondo), e gli va riconosciuto, in tal senso, il merito di essere stato tra i primi a ridare un minimo di visibilità al barone in un ambiente “culturale” sfacciatamente e marcatamente egemonizzato dalla sinistra, che lo aveva condannato all’oblio. Galli inserì Evola – non senza reazioni scomposte da parte, appunto, dell’intellettualismo militante della sinistra – nel suo “Manuale di storia delle dottrine politiche” del 1985, come rappresentante del pensiero “elitista”, accanto a nomi quali De Maistre, Donoso Cortes, Schmitt, Gobineau, Chamberlain, Mosca e Pareto, come si può leggere nell’intervista che vi riproponiamo. Ovviamente, anche per Evola vale lo stesso discorso fatto sopra: la profonda limitazione dell’angolo visuale di Galli non gli ha consentito di sviluppare un’analisi corretta e compiuta del pensiero e della funzione del barone.

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Per quale motivo, a suo giudizio, sino a poco tempo fa Evola, come personaggio e come pensatore, veniva respinto praticamente a priori senza nemmeno un tentativo di confronto con le sue idee? Il fatto che. sin dai primi Anni Settanta, soltanto lei e De Felice vi si siano cimentati nei rispettivi settori d’interesse, mi pare stia a provare questo che mi sembra una specie di rifiuto viscerale della cultura dominante rispetto ad un esponente di un pensiero di minoranza.

Julius Evola in un’opera di Antonio Pires

Più che respinto a priori, pare a me che Evola sia stato a lungo (e in parte sia ancora) del tutto sconosciuto, fuori di un ambito ristretto per lo più di ammiratori. Il solo modo col quale è stato presentato o è stato percepito, è stato quello d’ispiratore culturale del terrorismo di destra. Non parlerei, dunque, di rifiuto viscerale, ma di non interesse a conoscere il pensiero di Evola; e non tanto perché esponente di un pensiero di minoranza, ma perché ritenuto poco significativo proprio sul piano culturale (si pensi a quel che sosteneva il pur coltissimo Furio Jesi).

Un simile atteggiamento, comune alla cultura cosiddetta «di sinistra», lei ritiene sia stato positivo o negativo, un bene o un male per la cultura senza aggettivi?

Il rifiuto viscerale della cultura dominante rispetto a quella minoritaria è ovviamente sempre negativo. Nel caso di Evola, considero negativo per la cultura di sinistra non tanto questo atteggiamento – che non reputo il più diffuso – quanto l’esitazione a confrontarsi con un pensiero «antagonista» (in questo caso quello della destra radicale) non nelle sue espressioni mediocri, ma in quelle di più elevato livello.

Quale molla ha fatto invece scattare nella «cultura di sinistra», non dico un vero e proprio interesse per Evola come per altri autori un tempo posti all’indice, ma perlomeno la fine di un tabù per cui adesso ci si può riferire a lui ed ai suoi libri, si può affrontare ii suo pensiero, lo si può discutere, al limite si può cercare anche di «salvarne» alcuni aspetti (quello esoterico, quello filosofico e cosi via)?

La cultura di sinistra è in una fase di ripensamento critico, che in vari casi personalmente ritengo eccessivo e non fondato. Per esempio, vi è un pensiero conservatore (fino ad Hayek che ha una indubbia dignità, ma che serve poco a capire il mondo. Comunque, è in questa fase di ripensamento critico che la sinistra – e questo è un fatto positivo – consideri con maggiore oggettività Evola ed altri autori della stessa sfera culturale. Personalmente mi sono dapprima interessato ad Evola per il suo pensiero politico (o metapolitico). Attualmente è l’aspetto esoterico della sua impostazione che mi appare più suggestivo. Si tratta di una lettura «di destra» proprio dei fenomeni delle culture minoritarie per alcune delle quali (il mondo ctonio, le «streghe») (2) Evola ha un disprezzo che deriva dalla sua impostazione «olimpica». In questa chiave è anche la sua lettura di Bachofen, che mi appare parziale.

Certo, non tutti sono arrivati a questo punto e gli anatemi ogni tanto si leggono ancora, ma non le sembra che sia una vittoria postuma di Evola l’odierna «scoperta» proprio di quei nomi di cui fu uno dei massimi interpreti e diffusori in Italia, sempre da parte della cultura che lo aveva ostracizzato? Oltre a Nietzsche, penso soprattutto a Spengler, Weininger, Míchelstaedter, Bachofen, Meyrink, tutti autori dell’area tedesca e mitteleuropea.

In qualche misura si può parlare di una rivincita postuma di Evola, nel senso che, a parte Nietzsche il cui rilievo nella cultura italiana non è mai mancato, vengono riletti e in parte rivalutati autori che appartengono a un’area culturale a lungo trascurata. Evola fu indubbiamente un «organizzatore culturale» quasi nel senso gramsciano e gobettiano, perché presentò in Italia, sia pure a minoranze, autori e filoni culturali che la cultura dominante trascurava.

Carl Schmitt

Infine a suo giudizio, giudizio di un uomo di cultura che sta sull’«altra sponda» ma non giudica per partito preso pur mantenendosi sulle proprie posizioni: Evola ha una sua oggettiva importanza, ed eventualmente quale? O invece lo si deve considerare un autore in tutto e per tutto «minore»? Ma in questo caso, perché gliene se ne concede tanta da parte degli avversari?

Mi ricollego a quanto ho già detto in precedenza. Evola ha, secondo me, un rilievo politico tra gli elaboratori delle teorie elitiste che, per percorsi diversi anche se paralleli, vanno da De Maistre a Donoso Cortes sino a Schmitt, passando anche per Gobineau e Chamberlain per un verso, per Mosca e Pareto per un altro. Le differenze (rilevanti) e gli aspetti comuni (non trascurabili) di queste correnti di pensiero possono più agevolmente essere colti e studiati se si prescinde dalla questione se e in quale misura vi vadano rintracciati i «precursori» dei fascismi storici (questione importante, ma alla quale non si può ridurre tutta la loro tematica). Tra gli elaboratori di teorie elitiste, Evola ha un ruolo che non mi pare possa essere negato. Ma l’aspetto del suo pensiero che ora maggiormente m’interessa – per il quale può avere un’importanza oggettiva – è, come ho già detto, la componente esoterica (che il fascismo, a differenza del nazismo, non ebbe nel suo retroterra culturale). Mi pare significativo che tra gli autori del periodo fascista (a parte Mussolini) Evola sia oggi praticamente il solo a meritare attenzione; e ciò mi pare dovuto precisamente a quella componente esoterica.

L’esoterismo di Evola, di natura gerarchico-sacrale, è la contrapposizione speculare di un messaggio egualitario che pure ebbe la sua componente «magica» (mi riferisco sempre alle «streghe») (2). Proprio per questa specularità, può essere un utile punto di confronto per chi studia le culture alternative (e i loro aspetti che non rientrano nella «razionalità» dominante) dal punto di vista dell’eguaglianza e non della gerarchia.

Note redazionali

(1) Cfr. “Giorgio Galli, il Frank Zappa della politologia” di Marco Fraquelli, su “IlSole24ore” del 30 dicembre 2020.

(2) Da notare che le “streghe”, furono considerate molto fantasiosamente da Giorgio Galli quali portatrici di una componente magica “egualitaria”, e sarebbero state perseguitate dagli uomini, “padroni del potere“, al fine di annientarne la libertà in almeno tre ambiti: “la gestione femminile del parto, l’uso terapeutico delle erbe, la rivendicazione esplicita della propria libertà sessuale“, come affermato nel saggio “La svastica e le streghe“, e come ricordato da Luca Lionello Rimbotti, da sempre molto critico verso le interpretazioni di Galli sul Nazionalsocialismo e non soltanto.