Le parole – e gli insulti – sono importanti

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Quante parole forti abbiamo udito fino a poche settimane fa nell’agone politico? Quanti insulti diretti e veementi sono stati lanciati negli ultimi anni fuori e dentro le aule del Parlamento? Basti ricordare il periodo iniziato col Berlusconismo, dove la dialettica politica – prima affidata quanto meno a uomini che sapevano dirsele ma con ricercatezza linguistica – è scaduta rovinosamente in reciproche accuse urlata e sbraitate da bocche piene di bava di rabbia e odio reciproco. 
Mai con lui!“, si sentiva spesso. Addirittura la gogna mediatica verso l’avversario politico, fino alle lotte giudiziarie, auspicando che il nemico finisse a marcire in galera per qualche festicciola privata un po’ spinta o per un’accusa di corruzione finita poi nel dimenticatoio.
E invece, eccoli qui, oggi: tranne qualche rara eccezione, tutti d’amore e d’accordo al guinzaglio di Draghi. Ubbidienti, non mettono più riserve, non fanno esclusioni, vanno bene tutti per tutti. Alla fine, non condividono gli stessi scranni da anni e anni ormai? Sì, ci si conosce, ci si insulta, però alla fine mors tua mors mea, vita tua vita mea.
Dunque tutti quegli insulti, quelle cattiverie, quelle illazioni che fine fanno? Restano lì, un po’ goliardiche, fanno ridere come una vecchia puntata del Processo di Biscardi. A riprova del fatto che nemmeno le parole forti e le accuse pesanti ormai hanno peso: le si getta lì, quando occorre, pronti a riprendersele e nascondersele in tasca alla bisogna dettata dal “governo tecnico”.