Perché il Vallo di Adriano è decorato di falli?

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Al di là di facili battute e risatine bimbesche (“uuuhhh sì, quello è un pene“) è veramente interessante cogliere il significato e l’accezione simbolica del fallo, che a Roma – così come in altre civiltà tradizionali – svolgeva una funzione beneaugurante e apotropaica. Ciò ci permette di pervenire, oltre il mero aspetto anatomico, al significato della polarità dei sessi e alle loro funzioni.


(tratto da tech.everyeye.it e heritagedaily.com, di Alice Fortino)

Il Vallo di Adriano è un nome che ricorre spesso, sia nei libri di storia sia nelle nostre notizie, quando si parla dell’eredità romana tutt’oggi esistente in Inghilterra. Tuttavia, c’è un particolare bizzarro di cui non tutti conoscono l’esistenza: la presenza di cinquantanove falli sparsi per tutta la lunghezza della fortificazione.

Lungo i 116 km di quella che è la superficie del limes romano più celebre al mondo, i costruttori, appartenenti alle legioni VI Victrix, XX Valeria Victrix e II Augusta, decisero di incidervi dei genitali maschili.

Ma perché questa scelta, ai nostri occhi, così inusuale? La risposta risulta più semplice di quello che si possa credere, se ci si approccia a queste raffigurazioni con una prospettiva differente.

Sin dall’antichità certe immagini collegate alla sfera sessuale avevano assunto significati simbolici diversi e quelle romane non ne furono un’eccezione. Il fallus, così chiamato all’epoca, era simbolo della forza generativa dell’uomo… ma non solo. Questa specie di token era usato, un po’ per tutto l’Impero, come immagine portafortuna. Si credeva, infatti, che il genitale maschile avrebbe protetto i confini imperiali e li avrebbe resi un luogo più sicuro.

Per questo le rappresentazioni falliche si possano trovare nei più disparati reperti di età romana, come in mosaici, ceramiche, sculture, pendenti, eccetera… In particolare, vi erano dei singolari amuleti protettivi, sempre con simboli fallici, chiamati bulla, che venivano fatti indossare ad ogni figlio maschio della famiglia con lo scopo principale di proteggerli dagli spiriti maligni e dal malus oculus, cioè la gelosia degli altri uomini.

Per cercare di essere più precisi da un punto di vista tecnico, in realtà, non tutti i cinquantanove falli possono essere definiti “scolpiti” sul Vallo. Trentanove, infatti, vennero solo incisi, diciannove sono dei veri e propri rilievi e il restante è stato classificato come scultura.

Ad ogni modo, per condurre un lavoro di ricerca il più dettagliato possibile, gli archeologi hanno, nel corso degli anni, collaborato con svariati antichisti per raggruppare meglio ciascuna raffigurazione. Per questo si è deciso, con l’ausilio dell’opera di Tatiana Ivleva, Un-Roman Sex, di suddividere i vari falli in nove categorie diverse – sulla base dei loro tratti morfologici.

Successivamente, si è provato a smembrare i 116 km del Vallo per capire in quali aree le raffigurazioni falliche fossero più presenti. Così facendo, si è scoperto che il maggior numero di rappresentazioni si trovasse vicino ai siti militari ausiliari di Vindolanda (forte costruito per ordine di Gneo Giulo Agricola nel 79 d.C.) e Coria (un forte eretto nel 84 d.C., nell’odierno villaggio di Corbridge).