RigenerAzione Evola | Quo vadis, Ecclesia?

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Tratto da RigenerazionEvola


Proponiamo da oggi alcuni interessanti e poco noti articoli di Julius Evola sul Cristianesimo del Novecento. Cominciamo con due scritti molto significativi sulla decadenza del Cattolicesimo modernista, di cui il primo, “Quo Vadis Ecclesia?”, uscì sulle pagine del mensile “L’Italiano” nell’estate del 1963, in un periodo sicuramente cruciale per la storia della Chiesa Romana, quando era in pieno corso di svolgimento il Concilio Vaticano II. Convocato da Papa Angelo Roncalli, Giovanni XXII, il 25 gennaio 1959, la prima sessione del Concilio iniziò nell’ottobre 1962 per interrompersi, a seguito della morte del Pontefice, il 3 giugno del 1963: Evola pubblica l’articolo in oggetto esattamente in questo delicatissimo periodo, ed infatti troviamo riferimenti a Papa Roncalli, alla sua scomparsa, all’elezione del suo successore, il cardinale Montini, salito sul soglio Pontificio come Paolo VI, che avrebbe convocato e presieduto le rimanenti tre sessioni del Concilio fino al termine dei lavori, l’8 dicembre 1965. Assai interessanti e molto attuali gli approfondimenti di Evola, che, pur ribadendo le proprie note posizioni sul Cristianesimo, si soffermava sui segnali che si stavano palesando in quegli anni circa l’ulteriore fase del declino del Cattolicesimo occidentale, in termini di politicizzazione e di scadimento in senso progressistico-modernista, chiedendosi se il nuovo Pontefice Paolo VI avrebbe seguito la linea del suo predecessore o se, al contrario, ci sarebbe stato spazio per una energica, intransigente reazione “nel segno dei valori spirituali, sacrali e trascendenti“: un bivio che sarebbe stato decisivo per le sorti della Chiesa Romana e per le prospettive di trovare nel Cattolicesimo un argine al dilagare delle spinte sovversive controtradizionali. E’ sotto gli occhi di tutti quale fu e quale è attualmente la via seguita. Nel prossimo articolo il barone entrerà ancor più nel merito della questione.

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di Julius Evola

Tratto da L’Italiano, n. 6-7, giugno-luglio 1963

Diversi anni fa, prima della guerra, Julien Benda scrisse un libro che ebbe notevoli risonanze per accusare un fenomeno caratteristico dei tempi ultimi, pel quale egli usò la designazione trahison des clercs. Prendendo il termine clerc nel suo senso antico, il Benda con esso si riferì essenzialmente al tipo dell’intellettuale e pensatore ad orientamento etico, la cui funzione in altri tempi era stata la difesa e la testimonianza di valori opposti al materialismo delle masse, alle passioni di parte, agli interessi della mera esistenza umana. Il Benda rilevò che se i clercs non si illudevano di poter realizzare i valori ideali da essi difesi (nel che si palesava un certo orientamento dualistico e pessimistico, il quale non gli fece riconoscere civiltà del passato in cui quei valori stettero effettivamente al centro di organismi tradizionali), pure impedivano che di tutto ciò che è materiale, inferiore e soltanto umano si facesse una religione e gli si attribuisse usurpatoriamente un significato superiore.

Julien Benda

Ebbene, i tempi ultimi ci hanno offerto lo spettacolo della diserzione e del tradimento dei clercs; questi  – come osservò il Benda – hanno abbandonato le loro posizioni e sono andati a mettere l’intellettualità, il pensiero e la loro stessa autorità al servigio della realtà materiale e dei processi e delle forze che si affermano nel mondo moderno, dando loro una giustificazione, un diritto, un valore. Il che non ha potuto non portare ad una accelerazione e ad un potenziamento senza precedenti di quelle forze e di quei processi.

Dal tempo in cui Benda scrisse il suo libro il fenomeno accusato si è solo esteso, e noi abbiamo creduto bene, qui, farvi cenno pel fatto che esso ormai sembra investire i rappresentanti della stessa religione venuta a predominare in Occidente, cioè del cattolicesimo. Infatti non si tratta più dei soli intellettuali cosidetti “impegnati”, dei “progressisti” e degli “storicisti”, non si tratta degli ideologi al servigio degli interessi di partito e dei banditori del “nuovo umanismo”, ma anche dei clercs nel senso proprio del termine; una parte del clero, fino alle supreme gerarchie, sembra incline al “tradimento” accusato del Benda.

Il cattolicesimo sta prendendo, in effetti, un orientamento tale che coloro che difendono valori veramente tradizionali, e per ciò stesso di Destra, debbono chiedersi fino a che punto su di esso si può ancora contare come su di un fattore per questa difesa, fino a che punto, invece, una nuova scelta delle vocazioni e delle tradizioni conduce potenzialmente la Chiesa sulla stessa direzione delle forze e delle ideologie sovvertitrici predominanti nel mondo moderno.

La popolazione dell’Italia essendo prevalentemente cattolica, il cattolicesimo avendo tuttora radice in larghi strati di essa, esso costituisce anche una forza politica. Così nelle campagne elettorali spesso si è cercato di guadagnarsi una parte delle masse col rifarsi ostentatamente al cattolicesimo e ai “valori morali cattolici”, anche quando ciò si riduceva a mere parole o addirittura ad una ipocrita menzogna. Ma oggi si sta arrivando ad un punto in cui perfino questa giustificazione tattica e opportunistica sembra venir meno, in cui vi è da chiedersi dove la Chiesa va e vuole andare, per potersi orientare coraggiosamente di conseguenza.

Che il cattolicesimo da tempo abbia accantonato o messo in terzo piano i valori della vera trascendenza, dell’alta ascesi e della contemplazione (tanto che tutti gli Ordini veramente contemplativi vivono di una vita grama e rischiano di estinguersi), che esso si sia preoccupato, invece e soprattutto, di un moralismo di tipo parrocchiano e borghese, concentrandosi sempre più sul piano comunitario, ciò è ben noto. Però si profila una fase ulteriore, in questa regressione: quella della politicizzazione e del crescente “progressismo” del cattolicesimo.

Angelo Giuseppe Roncalli, Papa Giovanni XXIII

Bisogna dire senza mezzi termini che una parte non indifferente dell’esito disastroso delle ultime elezioni politiche in Italia, con l’avanzata del marxismo e del comunismo, ricade proprio su questo nuovo corso della Chiesa. La sua tacita consacrazione della democrazia cristiana non è stata in nessun modo revocata nel punto del famoso centro-sinistra messo su da tale partito. Al contrario: papa Roncalli non ha perduto occasione per professare il suo “progressismo”, la sua ansia pel “progresso sociale” concepito proprio nei termini materiali e immanenti che in precedenza erano propri alle ideologie laiche. La solenne condanna del marxismo da parte del suo predecessore è valsa praticamente come non esistente; invece è stata avanzata la pericolosa tesi che bisogna dissociare l’ideologia dai suoi possibili effetti pratici, e che se questi effetti sono buoni (secondo l’accennato metro), sull’ideologia si può anche transigere – qui il riferimento al marxismo, se non perfino al comunismo, essendo sufficientemente visibile. Il criterio etico fondamentale, secondo cui ciò che veramente conta non sono i fatti e le utilità bensì le intenzioni, il fondo spirituale, così viene disinvoltamente accantonato.

Abbiamo parlato, nei riguardi della Chiesa attuale, di una nuova scelta delle sue tradizioni, la quale oggi presenta un estremo pericolo. Infatti nella storia del cristianesimo figurano anche forme di una “spiritualità” che – non si può disconoscerlo – potrebbe proprio andar incontro alle attuali teorie “sociali” sovvertitrici. Dal punto di vista sociologico il cristianesimo delle origini fu effettivamente un socialismo avant la lettre; rispetto al mondo e alla civiltà classica esso rappresentò un fermento rivoluzionario egualitario, fece leva sullo stato d’animo e sui bisogni delle masse della plebe, dei diseredati e dei senza-tradizione dell’Impero; la sua “buona novella” era quella dell’inversione di tutti i valori stabiliti.

Questo sottofondo del cristianesimo delle origini è stato in varia misura contenuto e rettificato col prender forma del cattolicesimo, grazie, in gran parte, ad una influenza “romana”. Il superamento si manifestò anche nella struttura gerarchica della Chiesa; storicamente esso ebbe il suo apogeo nel Medioevo, ma l’orientamento non venne meno nemmeno nel periodo della Controriforma e, infine, con quella che fu chiamata l’“alleanza del trono con l’altare”, col crisma dato dal cattolicesimo alla autorità legittima dall’alto, secondo la dottrina rigorosa di un Joseph de Maistre e di un Donoso Cortés, e con la condanna esplicita, da parte della Chiesa, di liberalismo, democrazia e socialismo – e per ultimo, nel nostro secolo, del modernismo.

Ebbene, tutta questa superstruttura valida del cattolicesimo sembra sgretolarsi per far riemergere proprio il substrato promiscuo, antigerarchico, “sociale” e antiaristocratico del cristianesimo primitivo. Il ritorno a tale substrato è, peraltro, ciò che vi è di meglio per “mettersi al passo coi tempi”, per aggiornarsi col “progresso” e con la “civiltà moderna”, mentre la linea da seguire, da parte di una organizzazione veramente tradizionale, oggi dovrebbe essere assolutamente l’opposta, ossia quella di una triplicata, inflessibile intransigenza, di una messa in primo piano dei veri, puri valori spirituali di contro a tutto il mondo “in progresso”.

Abbiamo udito cattolici, come il Maritain e il Mounier, affermare che il vero spirito cristiano oggi vive nei movimenti “sociali” e socialisti operai, lo stesso De Gasperi, in un antico discorso fino a ieri poco volentieri ricordato, avendo riaffermato una tale idea, oltre a quella dell’assoluta concordanza fra spirito cristiano e spirito democratico. Con un gergo autenticamente progressista alti esponenti della Chiesa hanno parlato dei “residui medievalistici” di cui il cattolicesimo deve sbarazzarsi (naturalmente proprio a tali presunti “residui” si legano i valori veramente trascendenti, spirituali e sacrali). Se la Chiesa ieri si ingegnò di costruire più o meno artificiosamente il simbolo del “Cristo Re”, oggi essa ha messo su quello del “Cristo operaio” (con riferimento al periodo in cui Gesù avrebbe lavorato da falegname presso il padre putativo, quasi che ciò avesse una qualsiasi connessione sensata con la sua missione salutifera), per supina adesione al mito dominante (l’“operaio” è sacrosanto – guai a chi lo tocca!). Le teorie del gesuita Teilhard de Chardin, che ha accordato il cattolicesimo con lo scientismo, l’evoluzionismo e il mito del progresso, sebbene i suoi libri non abbiano (ancora) l’imprimatur hanno un largo seguito fra i cattolici (altro sintomo significativo: per la diffusione del pensiero di questo gesuita assai “moderno” si è costituito un comitato internazionale, sotto il patronato di Maria José, la moglie di Umberto II). Si è visto papa Roncalli accogliere cordialmente in udienza la figlia di Krusciev col suo degno marito, dimenticando il mondo di cui costoro sono gli esponenti (mentre si piagnucola e “si prega” per la sorte della “Chiesa del silenzio” nei paesi a regime comunista). Se a tutto ciò, come degno coronamento, si aggiunge l’enciclica Pacem in terris il non sconfessato centro-sinistra del maggiore partito cattolico italiano, vi è forse da stupirsi che molti cattolici si siano sentiti liberati da molti scrupoli e, “allineandosi”, abbiano agevolato l’avanzata delle sinistre?

L’apoteosi che alla sua morte è stata fatta da tutte le parti di Giovanni XXIII è significativa; è deplorevole che ad essa si sia associata conformisticamente la stessa stampa ad orientamento nazionale e filofascista. A questa stampa noi non avremmo naturalmente chiesto di parlare aspramente di un morto; ma delle precise riserve avrebbero dovuto esser fatte, a rompere l’uniformità del coro di inni, che non è stata, naturalmente, priva di influenza sulla decisione del conclave, sull’elezione del cardinale Montini. Le buone intenzioni, la bontà e l’umanitarismo del papa avrebbero potuto essere riconosciuti, senza però che ciò impedisse di accusare l’ingenuità quasi infantile di una mente imbevuta di idee democratiche e progressiste (il defunto papa ai suoi tempi era stato, fra l’altro, molto amico di Ernesto Buonaiuti, sacerdote spretato di idee moderniste e socializzanti, naturalmente antifascista). Così il motivo dominante della sua ultima enciclica è stato un ottimismo che ha portato a giudizi inverosimili e pericolosissimi sul carattere positivo di un gruppo di “segni dei tempi”. In più, delle iniziative, a rettificare gli effetti deleteri delle quali, a detta di un cardinale, “occorreranno dei decenni”.

È trapelato il fatto che nel concilio fu presentato uno schema circa le Sacre Scritture e la Tradizione a carattere apertamente conservatore; per poter respingere tale schema, secondo la procedura, mancava un centinaio di voti. Il papa, di propria iniziativa, lo fece egualmente respingere e fece elaborare un nuovo schema. All’inizio del concilio egli si era dichiarato “contro tutti questi profeti di sventura che dicono che tutto va di male in peggio… come se ci avvicinassimo alla fine del mondo”.

 

Abbiamo ricevuto un libretto di un gruppo di cattolici francesi che esprimono le loro più serie preoccupazioni nel caso che nel concilio la linea patrocinata da papa Roncalli sia mantenuta (il titolo del libretto è addirittura S.O.S. Concile). Questo gruppo ha potuto procurarsi uno dei nuovi schemi circa la materia del concilio, l’ha tradotto dal latino e l’ha commentato per mostrare le stridenti contradizioni di molte idee in esso esposte rispetto a quelle dei Vangeli. Proprio nei riguardi dei tempi ultimi i Vangeli, ad esempio, sono esplicitiessi parlano del periodo dei falsi profeti, della seduzione delle masse, addirittura della venuta dell’Anticristo e della separazione definitiva fra due parti dell’umanità. È esattamente il contrario della concezione progressistica dell’attuale umanità che si avvierebbe in modo continuo verso un mondo migliore. Peraltro, a parte le pitture mitologico-apocalittiche a forti tinte dei Vangeli, una ben diversa interpretazione dei “segni” dei tempi dell’epoca attuale come “età oscura” malgrado tutti i suoi splendori è comune ad una intera serie di scrittori attuali dallo sguardo acuto. Si può andare dell’esistenzialista cattolico Gabriel Marcel (L’homme contre l’humain) fino ad un René Guénon (Le règne de la quantité et les signes des temps). La maggior luce che, teoricamente, ad un pontefice dovrebbe esser infusa dallo Spirito Santo in un caso del genere sembra dunque aver servito a ben poco.

L’idea che il benessere e il progresso materiale e sociale – come è affermato in quello schema e come ha preteso lo stesso papa Roncalli – agevolino il vero progresso morale e spirituale non può trovare base alcuna nei Vangeli e il livello spirituale effettivo dei popoli più “progrediti” (per es. gli Stati Uniti o la Germania occidentale) lo conferma. Il “segno dei tempi”, giudicato positivo, dell’ascesa della classe lavoratrice (oltre che della donna) è un’altra pura concessione alla mentalità socialista, se non addirittura proletaria. In quella critica dei cattolici francesi viene ricordato opportunamente che secondo la concezione cattolica il lavoro è solo una specie di oscuro castigo, conseguenza della “caduta”, e che nella teologia morale cattolica tradizionale viene approvato solo quel lavoro che corrisponde ad una vera vocazione e alle pure necessità del proprio stato, fuori da ogni smania di uscire da tale stato a tutti i costi e di “ascendere” – è proprio l’opposto delle attuali concezioni.

Gravissime sono state, nella enciclica Pacem in terris, le conseguenze di quello che bisogna ben chiamare (in un senso quasi psicanalitico) il “complesso della pace”, e proprio il posto ad esso accordato andando incontro all’umana debolezza è stato una delle cause della grande popolarità acquistata da papa Roncalli (“il papa della pace”). Ma qui bisogna mettere a posto le cose. Il punto di partenza è, naturalmente, lo spettro della guerra atomica con una completa autodistruzione dell’umanità. È ovvio che se questo spettro potesse venire esorcizzato in modo positivo, ciò sarebbe confortante (ma non è nemmeno da escludere la possibilità di una guerra non atomica, allo stesso modo che nemmeno negli estremi frangenti dell’ultima guerra mondiale nessuna delle nazioni belligeranti è ricorsa alla guerra chimica). Però quando sono in giuoco i valori supremi, proprio i rappresentanti dell’autorità spirituale dovrebbero formulare un non possumus perfino in casi estremi. In effetti, circa la pace, bisogna pur chiedersi a che cosa deve servire la pace: se per rendere le cose più facili ai milioni di esseri collettivizzati che penano nel paradiso terrestre marx-leninista o, dall’altra parte, ad altri milioni che pensano soltanto a nutrirsi, a bere, a prolificare, ad accumulare elettrodomestici e ad abbrutirsi in vario modo nel clima della prosperity “occidentale”.

 

Ci vengono ricordate le parole del Cristo: “Io vi lascio la mia pace, vi do la mia pace” però senza dar lo stesso risalto al resto della frase, anzi tacendola: “Ma non ve la do come il mondo la dà, ecc.”. L’idea vera, qui, è quella di una pace sinonimo di calma e di fermezza interiore, da mantenersi perfino in mezzo a catastrofi.

È su essa che avremmo preferito udir parlare di più, in alto loco, invece del “complesso della pace” che, in uno spirito tutto profano (la pace che “il mondo” può dare), può far indulgere a compromessi, accomodamenti, transazioni e illusorie distensioni: quasi che la distanza che separa le posizioni di una dottrina politico-sociale con fondamenti veramente spirituali e con riconoscimento dei veri valori della persona, e quelle, ad esempio, delle ideologie atee e antireligiose dell’“Oriente” e degli accoliti dell’“Oriente” non fosse maggiore della distanza che in altri casi e in altri tempi fece sì che la Chiesa opponesse, perfino a costo di persecuzioni, il suo deciso non possumus. Così non si dimentichi che del Cristo è parimenti il detto di essere venuto in terra a portare non la pace bensì la guerra (“la spada”) e la divisione, perfino fra coloro che hanno lo stesso sangue, con riferimento a precisi fronti spirituali (Matteo, X, 34-35; Luca, XII, 49, 52). E il gesto del Cristo, che scaccia a frustate i mercanti dal tempio (dovremmo aggiungere: “e dalle prossimità del tempio”), oggi sembrerebbe attuale più che mai, con riguardo ai partiti che si proclamano cattolici ma che vanno a braccetto con massoni e con radicali, che si “aprono a sinistra” e prosperano nel clima di inaudita corruzione del regime parlamentare democratico dei politicanti profittatori.

Non è ancora chiaro l’orientamento che, a parte certi suoi precedenti sospetti, il cardinale Montini, in quanto papa, sceglierà: se egli seguirà, o no, le orme del suo precedessore tanto acclamato. Quo vadis, Ecclesia? L’alternativa è appunto l’andar incontro il più possibile al “mondo moderno”, col disconoscimento (tipico in papa Roncalli) del lato negativo delle sue correnti predominanti e determinanti, le quali non fanno indulgere a nessun ottimismo – trascurando la lezione tante volte impartita dalla storia, cioè che chi si è illuso di poter dirigere le forze della sovversione flettendo o assecondandone in un certo modo il corso ha sempre finito con l’esser travolto da esse: oppure una energica reazione, una intransigente presa di posizione nel segno dei valori spirituali, sacrali e trascendenti, il che non potrebbe non condurre, anche, ad una revisione radicale dei rapporti con quel partito di maggioranza che in Italia abusa della qualità di “cattolico” e che sta facendo di tutto, irresponsabilmente, per preparare le vie al comunismo. Ne seguirebbe, forse anche, la possibilità di un nuovo concentramento delle forze veramente anticomuniste.

Purtroppo non vi sono molti motivi per essere ottimisti nei riguardi non solo di una scelta positiva di fronte a questa alternativa, ossia di un coraggioso mutamento di corso della Chiesa, ma anche della volontà di riconoscere e affrontare decisamente il problema, non obbedendo a nessuna suggestione dei tempi. Così stando le cose, penseremmo che alle forze di Destra s’imponga il mantenere una precisa distanza, per disagevole che ciò possa essere.

Come noi non possiamo approvare l’ormai inutile appello tattico ai valori cattolici nelle campagne elettorali, dato il piano in cui essi sono scesi e la facilità, da parte delle forze opposte, di far leva invece sul cattolicesimo “progressista”, democratico e “sociale” – così noi non sapremmo nemmeno approvare certi piccoli gruppi “tradizionalisti” che si ostinano a valorizzazioni stentate che sono invero prive di ogni senso quando di esse non viene presa l’iniziativa nelle alte gerarchie, da coloro che nella Chiesa rivestono una autorità.

Chi conosce le nostre opere sa anche la posizione che, dal punto di vista dottrinale e di filosofia della storia, abbiamo, in genere, di fronte al cattolicesimo. Abbiamo anche avuto occasione di scrivere che “chi è tradizionale essendo cattolico, non è tradizionale che a metà”. Tuttavia nel nostro abbastanza recente libro Gli uomini e le rovine avevamo detto: “Se oggi il cattolicesimo, sentendo che tempi decisivi si avvicinano, avesse la forza di staccarsi davvero dal piano contingente e di seguire una linea di alta ascesi, se esso, appunto su tale base, quasi in una ripresa dello spirito del migliore Medioevo crociato, facesse della fede l’anima di un blocco armato di forze, compatto e irresistibile, diretto contro le correnti del caos, del cedimento, della sovversione e del materialismo politico del mondo attuale, certo, in tal caso per una scelta (da parte nostra) non potrebbero esservi dubbi. Ma le cose purtroppo non stanno così”. Se dunque non si verificherà un mutamento sostanziale, se lo sviluppo involutivo di cui in queste nostre note abbiamo indicato alcuni aspetti continuerà il suo corso, bisognerà pur regolarsi di conseguenza, rinunciare ad uno dei fattori che altrimenti avrebbe potuto avere una parte non trascurabile (date le tradizioni sussistenti in vari strati del popolo italiano) e decidersi a seguire una linea indipendente (ci riferiamo a partiti “nazionali” o di Destra): linea più difficile, ma almeno chiara e senza compromessi.