RigenerAzione Evola | La scimmia deriva dall’uomo?

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A cura di RigenerazionEvola


Un nuovo articolo di Julius Evola, lungo la linea di uno dei filoni recentemente sviluppati. Dopo aver parlato, in derivazione dall’argomento psiche-anima, dei  cosiddetti popoli primitivi, della loro struttura psichica e della loro reale collocazione nella storia umana, di un fenomeno particolare quale quello dello sciamanesimo, il barone, con questo articolo pubblicato su “La Stampa” in piena guerra, entra direttamente nella questione del dogma positivistico dell’evoluzionismo darwinistico, dando voce ad uno degli esponenti più importanti di un filone antievoluzionistico di quegli anni, soprattutto germanico, che, sia pure nel silenzio e nell’indifferenza delle correnti scientiste dominanti, si stava facendo spazio. Si tratta di Edgar Dacqué (1878-1945), paleontologo, geologo e filosofo tedesco.

Le teorie del Dacqué si inserivano in un filone dell’antropologia che, con sfumature e correnti diversificate, nonché con, in taluni casi, agganci ad ambiti filosofico-religiosi, si dipana dal Medioevo fino all’Ottocento ed al Novecento del secolo scorso, all’antropologia filosofica di Max Scheler e di Arnold Gehlen, agli studi successivi che, più o meno soffocati dalla vulgata ufficiale, hanno continuato a portare avanti ricostruzioni alternative a quelle ufficiali. 

I nomi sono molti, gran parte dei quali sconosciuti, altri meno: da Hermann Klaatsch (1863-1916) medico, antropologo tedesco, a Lodewijk Bolk (1866-1930), anatomista e antropologo olandese; da Hans Adolf Eduard Driesch (1867-1941) biologo, embriologo e filosofo tedesco, a Pierre André Lalande (1867- 1963) filosofo francese; da Serge Alexandre Frechkop (1894-1967), zoologo belga, ad Adolf Portmann (1897-1982), zoologo, biologo, filosofo e antropologo svizzero; fino ai nostri Enrico Marconi, medico “involuzionista” (1861-1926), Giuseppe Sermonti (1925-2018) biologo, genetista, e Vittorio Marcozzi (1908-2005), antropologo cattolico di formazione gesuita, ed al grande zoologo ed etologo austriaco Konrad Lorenz (1903-1989). E tanti altri ancora sarebbero da citare.

Tra queste variegate correnti antropologiche (1), quelle che inquadrano l’uomo ancora nel mondo animale individuano la forma umana come primigenia tra tutte quelle dei mammiferi, poichè morfologicamente più “generica” e meno specializzata, svincolata dall’ambiente circostante rispetto alla condizionalità rispetto ad esso tipica degli animali. Studiosi come Klaatsch, Dacquè o Frechkop arrivarono poi ad ipotizzare per la linea umana una “percorso filogenetico a sé stante“, svincolato quindi dall’ordine animale, dai Primati, dai mammiferi stessi. Un passo avanti fondamentale per separare la forma umana e la sua morfologia, da quella animale. Allora si arriva a teorizzare l’Uomo Eterno, l’Urmensch:  l’uomo non pare essere derivato da forme ancestrali animalesche, ma sarebbero queste ad essere “linee laterali, derivate e senili di sviluppo della forma umana“, il prodotto di una “involuzione” a partire dall’uomo, nel contesto di una degenerescenza progressiva che, da un lato genera queste forme “derivate”, di tipo animale, dall’altro genera, nel tipo umano, una perdita graduale della pienezza delle proprie possibilità “omnidirezionali e totipotenziali”, telepatiche, “magiche”, esistenti ab origine: la riduzione morfologica dell’uomo assumerebbe tale carattere interno, di contro alla specializzazione morfologica delle forme animali. In tal senso il “primitivismo” umano sarebbe da interpretare esattamente al contrario rispetto all’idea di un’arretratezza evolutiva.

La primordialità del prototipo umano eterno, sarebbe poi rivelata dalla cosiddetta neotenia, cioè dal “mantenimento dei caratteri somatici dell’uomo come condizioni fetali divenute permanenti anche in età adulta“, una somiglianza cioè che l’adulto manterrebbe con lo stadio fetale e neonatale, fenomeno che non si riscontra in altre forme considerate vicine a quella umana. In tal senso, i caratteri primordiali umani, invece di essere di tipo “animalesco”, sarebbero quelli del feto, e si è potuto parlare di “incontaminata giovinezza”, di “eterna fanciullezza” della forma umana.

Ed ora, vediamo come Evola ci parla dell’Urmensch di Dacqué e della sua particolare interpretazione dell’ontogenesi (2) umana.

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di Julius Evola

Tratto da “La Stampa”, 1943

Che il dominio scientifico sia quello nel quale permangono più a lungo residui tenaci di vedute generali, travolte, in altri campi, dalle forze rinnovatrici di un’epoca, è un fenomeno noto, che ancor oggi si ripete. Oggi esiste infatti, specie in Italia, una visibile disequazione fra la spiritualità delle nuove generazioni e le premesse fondamentali della gran parte delle discipline positive, le quali si rifanno più o meno alla concezione materialistica e «positivistica» ottocentesca. La nostra biologia, la nostra antropologia, la nostra paleontologia, ad esempio, sono restate più o meno sulle posizioni dell’evoluzionismo darwinista, salvo qualche lieve ritocco d’intonazione trasformista. La derivazione dell’uomo dalle specie animali e, più in linea diretta, dalla scimmia e dall’antropoide scimmiesco, è il tacito, tranquillo presupposto della grandissima maggioranza dei cultori di tali discipline, presupposto che tuttavia costituisce uno stridente contrasto rispetto alle premesse coerenti d’indirizzi aventi oggi un valore perfino politico. Infatti è facile vedere dove si finirebbe, ad esempio, col razzismo e col «ritorno alle origini», se si dovesse continuare a prendere sul serio il mito darwiniano. Un Lombroso e un Freud, entrambi ebrei, specializzati in una degradante deduzione del superiore dall’inferiore, potrebbero insegnare.

A dir vero, già all’inizio di questo secolo un italiano, E. Marconi, in un libro dal titolo Histoire de l’involution naturelle uscito a Lugano, aveva cercato di prendere posizione contro il dogma darwinista. Ma la sua voce, come quella del francese Lalande, sostenitore di una tesi analoga, restò senz’eco. È solo da poco che, soprattutto in Germania, si è palesato un rivolgimento deciso in senso sempre più antievoluzionista. Già il «vitalismo» del Driesch, la nuova tipologia e la nuova morfologia avevano preparato un ambiente culturale propizio; un contributo ulteriore lo aveva dato una nuova scienza della preistoria che, non senza relazione col razzismo, ha rivoluzionato non poche delle precedenti vedute circa lo stato culturale della più antica umanità. Ma l’esponente più coraggioso di tale corrente sul piano propriamente biologico è Edgard Dacqué.

Il Dacqué capovolge più o meno la tesi darwinianaEgli contesta decisamente che l’uomo provenga da altro, che dall’uomo stesso. Quanto alle rimanenti specie, vero sarebbe piuttosto il contrario di quel che supponeva l’evoluzionismo: anziché esser l’uomo un animale evoluto, gli animali – almeno quelli più prossimi all’uomo e la scimmia in prima linea – sarebbero i rami degeneri di un ceppo da considerarsi, fin dalle origini, umano.

Naturalmente, questa tesi non è da prendersi semplicisticamente. Per «uomo», qui, il Dacqué intende una «potenza» o «entelechia» che, lungo le epoche biologiche, a seconda delle varie condizioni di ambiente, si sarebbe manifestata in varie forme. Quella dell’uomo attuale a noi noto, sarebbe l’ultima, la più recente di esse. Ogni epoca geologica ha i suoi caratteri. Le specie che vivono li assumono, differenziandosi, creandosi date strutture e dati organi. Ma ognuna resta sé stessa: le analogie morfologiche sono tutte esteriori e non vanno interpretate nel senso di filiazioni genetiche e di discendenze.

Per spiegarsi più chiaramente, è noto che un argomento cardinale dell’evoluzionismo è la corrispondenza dell’ontogenesi (2) con la filogenesi (3). L’uomo, ad esempio, sviluppandosi dall’embrione, percorre una serie di stati biologici i quali hanno gli stessi caratteri delle varie specie animali, dalle più basse via via verso più alte. Ciò sembra confermare la tesi dell’essersi, l’uomo, «evoluto» dalle specie animali: e come controprova si adduceva il fatto che nella più alta preistoria si possono sì ritrovare tracce di animali, ma non dell’uomo: questo sarebbe apparso per ultimo.

Il Dacqué interpreta le cose in tutt’altro senso. Il fatto che l’uomo ripercorra, nello sviluppo embrionale, assuma forme simili a quelle di una serie di specie animali, per lui prova solo l’età remota del ceppo umano, il quale ebbe già a rivestire, come le altre specie, delle forme definite dalle condizioni d’ambiente delle singole ère geologiche. La conclusione è dunque opposta a quella del darwinismo: l’apparire, nello sviluppo umano, di forme del genere, autorizzerebbe ad affermare senz’altro che il ceppo da cui è scaturita l’umanità attuale, esisteva in tempi primordiali: anche se mancasse qualsiasi altra prova per una tale preesistenza. E, in realtà, nei suoi libri il Dacqué indica anche le ragioni per cui, secondo lui, le regioni ove si potrebbero forse trovare tali prove di altro genere, non sono accessibili alla attuale ricerca paleontologica. Per contro, egli utilizza una serie di testimonianze offerte da una scienza comparata degli antichi miti, degli antichi simboli, delle antiche leggende, le quali per lui conterrebbero i ricordi di fatti reali dell’alta preistoria.

Come l’uomo dei primordi – l’Urmensch – non aveva, per il Dacqué, la forma esterna dell’uomo attuale, così egli era anche interiormente diversoIl tipo umano da lui detto «apollineo», caratterizzato dalla intelligenza riflessa, non si sarebbe sviluppato che verso la fine dell’età diluviale: già l’uomo dell’età della pietra era caratterizzato, invece, da facoltà telepatiche e altresì «magiche», atrofizzatesi a poco a poco, con lo sviluppo del cervello e il predominio di esso sul sistema del gran simpatico. Per tal via l’uomo si sciolse sempre più da ciò che il Dacquè chiama la «demonia della natura».

Quanto ai rapporti dell’uomo con le altre specie, le vedute del Dacquè si possono rendere intuitive pensando ad un albero: la cima dell’albero corrisponde all’uomo attuale, i vari rami staccantisi dalla linea verticale del tronco sono le specie animali, la radice è il ceppo dell’uomo primordiale. L’uomo attuale proviene dall’uomo primordiale, secondo la linea diretta verticale del tronco; invece le varie specie animali corrisponderebbero alle direzioni oblique dei rami, a forme specializzantesi in senso laterale, unilaterale e degenerativo e lasciate indietro dalla forza centrale – quasi come in un purificarsi – via via che essa volgeva a crearsi una forma sempre più adeguata ed univoca di espressione. La scimmia sarebbe l’ultimo di questi residui degenerativi sopravviventi, corrispondente all’ultimo differenziarsi e purificarsi del ceppo umano. Solo nell’uomo attuale si manterrebbe in piedi e si compirebbe, dunque, la forza originaria dell’umanità: le specie animali intorno a lui sono quasi dei cadaveri: sono i caduti, i traditori o i falliti in una specie di immensa lotta cosmico-biologica svoltasi attraverso intere epoche del mondo.

Per quanto il Dacqué si lasci prendere la mano dalle sue idee e non freni abbastanza la fantasia, pure i suoi lavori non hanno carattere di speculazioni, ma tengono conto di tutti i dati della ricerca positiva: è un tentativo di integrare la scienza mediante il superamento delle ipotesi limitatrici e delle prevenzioni metodologiche caratterizzanti le forme ottocentesche di essa. E ormai il Dacqué, in Germania almeno, si è fatto un nome, e le sue opere hanno numerose edizioni. È il primo passo in un dominio che, dal punto di vista dei nostri contemporanei, devesi considerare come ancora inesplorato.

Abbiamo detto «dal punto di vista dei nostri contemporanei», perché le vedute del Dacquè solo ad essi possono sembrare paradossali e rivoluzionarie. Dal punto di vista «tradizionale», le cose stanno invece in modo diverso. All’uomo antico, infatti, quella di «evoluzione» era una idea del tutto sconosciuta. Per lui, l’idea opposta era invece la vera. Il tema di una «caduta», di una involuzione, di una decadenza da uno stato originario più alto, «celeste» o «divino», e simili, è ricorrente negli antichi insegnamenti di tutti i popoli: ed è almeno strano che proprio gli Antichi, che, per esservi più vicini, avrebbero dovuto conservarne un ricordo, nulla sappiano di un precedente stato animalesco o scimmiesco dell’umanità, ma, sia pure in forma mitologizzata, circa il passato umano abbiamo sempre concepito quelle idee, andanti incontro, in larga misura, alle nuove ipotesi del Dacqué.

Una diversa concezione della storia e della preistoria – nuova ed antica ad un tempo – tende dunque a scavalcare e a sostituire quella forgiata dal positivismo materialista di ieri che, come si diceva, persiste tuttavia tenacemente nelle varie cittadelle dei nostri «specialisti». E un tale rivolgimento non è privo, anche, del superiore significato di un sintomoInfatti il darwinismo, come teoria del «venir dal basso», del superiore che deriva dall’inferiore, dall’animalità, rifletteva, in fondo, una mentalità democratica, per non dire da parvenu. L’opposta, nuova teoria, che torna invece ad affermare la originalità dell’uomo, che sostiene una sua eredità primordiale non animale, ma quasi mistica, eredità alla quale si è potuti venir meno, ma che è pur sempre una forza luminosa delle origini, una tale teoria esprime il ritorno ad un’attitudine «tradizionale» e, in fondo, nel senso migliore, perfino aristocratica.

Note redazionali

(1) Per un ottimo approfondimento della materia, da cui è tratta, con citazioni, buona parte del materiale riportato nell’introduzione, si veda il saggio “L’uomo  eterno e i cicli cosmici” di Michele Ruzzai, sul blog axismundi.

(2) In embriologia, l’ontogenesi indica la serie di stadi successivi e di progressivi cambiamenti che l’uovo (o il germe), e quindi l’embrione, attraversano, per dare origine all’individuo di una determinata specie.

(3) La filogenesi è la ricostruzione, anche in forma grafica, delle tappe che caratterizzano l’evoluzione di un gruppo sistematico di animali o piante.