SCRIPTA MANENT – 19

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NON ERUDIETUR / QUI NON EST / SAPIENS IN BONO
NON SARÀ ERUDITO CHI NON CONOSCE IL BENE
Via Taranto, quartiere Tuscolano, Roma: un edificio del 1929 (ANNO D[OMINI] MCMXXIX) è ricco di iscrizioni incise e rubricate di marrone in appositi specchi epigrafici.
Due di queste sono poste, rispettivamente, all’estremità sinistra e destra del quarto piano [cfr. A. Nastasi, Le iscrizioni in latino di Roma Capitale (1870-2018), Roma 2019, 518 ss.].
Quella di destra è tratta da un verso del Libro del Siracide (21, 14): «Non erudietur, qui non est sapiens in bono».
Nella Nova Vulgata di Paolo VI, il «sapiens in bono» della Vulgata di San Girolamo fu sostituito da un incomprensibile e fuorviante «prudens», termine che anzi stravolge e sovverte il senso eminente della Scrittura («Non erudietur, qui non est prudens»). Il vero saggio non è chi è «prudente», «previdente», «cauto». Non è il «calcolatore» che «anticipa» gli eventi perché conoscitore del mondo e delle sue leggi. Sarà «educato», «ammaestrato», «erudito» e «perfetto», non tanto il «perito» e il «tecnico», ma soltanto chi sarà «sapiente» nel «bene».
Il sommo compimento della Scienza è, d’altronde, l’Amore operoso per il Bene: chi ama, conosce; chi conosce, ama. E l’Amore è tutt’altro che «calcolo» e «previsione»: è dono incondizionato.
Deo gratias la produzione epigrafica in latino a Roma dopo il 1870 è prevalentemente da concentrare nel decennio 1925-1935, quando la Vulgata di San Girolamo era ‘pane quotidiano’ del Messale Romano; dopo il 1965 non si registra più alcuna iscrizione in latino, almeno fino agli anni ’90 del secolo scorso, con qualche timido tentativo di recupero (Nastasi, Le iscrizioni, cit., 770). Sarà qui sufficiente ricordare che l’anno in cui Paolo VI commissionò la Nuova Vulgata fu l’anno di chiusura del Concilio Vaticano II: 1965.