La “pandemia” attuale dal punto di vista spirituale

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Pubblichiamo oggi le riflessioni metapolitiche di un nostro lettore in merito alla crisi pandemica attuale, che prima ancora di essere una emergenza sanitaria, appare sempre più chiaro essere una crisi dell’uomo moderno e della sua – paradossalmente per lui – illusoria concezione della vita

Si potrebbe liquidare la situazione tanto surreale che scorgiamo dimenarsi davanti a noi con moto fantasmagorico, inquadrandola quale isteria collettiva, e, senza sbagliare il colpo, potremmo fondare la ragione di un’analisi così semplice sulla storia, i dati sanitari di precedenti epidemie ed un confronto tecnico che sarebbe compreso e assimilato anche da un bimbo dell’asilo.

Ci interessa però manifestare un aspetto di questa psicosi cavalcante che ha indubbiamente uno spessore maggiore ed una portata meno dozzinale: come e  perché l’attuale umanità si sia ridotta a questa pochezza, tale che una pandemia tanto leggera abbia potuto avere un impatto tanto portentoso.

Ci asterremo qui dal valutare questioni politiche, ovvero obiettivi oligarchici che possano intravvedersi tra le trame della narrazione voluta per descrivere la pandemia. Ci interessa invece provare a comprendere come mai questa narrazione fantastica sia riuscita a pervenire al risultato sperato, e senza ostacoli di sorta.

Sarà opportuno tratteggiare velocemente i meccanismi della fisiologia interiore che investono la ricezione di informazioni presso l’io, poiché siamo di fronte ad una problematica che pone la sua caratteristica peculiare sul piano interiore. Esiste indubbiamente una schiavitù corporea legata ad uno specifico comparto di forze biologiche che soprassiede alla volontà fisica di sopravvivenza: ne abbiamo testimonianza in tutte quelle situazioni in cui un pericolo per l’incolumità si interpone improvvisamente tra l’io e la comune percezione cosciente.

Questa è una delle prime battaglie che si incontra sulla via spirituale e ci asteniamo dal tratteggiarne le caratteristiche e la sfida sottesa poiché non è ovviamente questo il piano che attiene all’argomento che stiamo affrontando, esso situandosi su livelli ben più bassi e pedestri.

Diamo testimonianza di siffatto esempio soltanto per ammonire che, laddove si possa giustificare una reazione inconsulta di fronte a situazioni improvvise e non note (un incidente, un fulmine che ci colpisce ecc.) le quali sollecitano enti psichici che hanno radice in strati interni a cui la coscienza normalmente non è in grado di giungere né è in grado di possedervi capacità di controllo e sospensione, lo stesso non è ammissibile per quanto concerne la comunicazione di un qualunque materiale meramente informativo.

In questa forma ci preme descrivere il percorso che, in un essere anche solo minimamente centrato nella propria esperienza interna, percorre una informazione proveniente dall’esterno: alla ricezione di una notizia, informazione o narrazione proposta in termini verbali l’io va ad assumere una nozione neutra, che non ha alcuna incidenza precipua, che in nessuna maniera assume il valore di una minaccia per il sé medesimo.

Il funzionamento di un sistema fisiologico sano di fronte ad un accesso di informazioni teoriche è questo. Il movimento verso l’io di detto materiale è controbilanciato da un controllo dello stesso io che ne verifica l’alterità e la neutralità: un io che mantenesse la sua piena funzione, non potrebbe “credere” in nulla di ciò che verbalmente gli venisse recapitato, né vi assocerebbe alcuna correlazione esistenziale: non è un ente reale quello che riceve ma un mero costrutto astratto.

Ora ci chiediamo quali siano le motivazione che hanno condotto un numero così imponente di esseri a sviluppare un disturbo di coscienza così sostanziale, tale da far loro tralignare dalla normale funzione cognitiva, e per quale motivo tale sviluppo si sia acuito proprio in questi ultimi tempi. Ma in primo luogo conviene descrivere i danni che può comportare un’alterazione delle funzioni dell’io di fronte alle informazioni provenienti dal mondo esterno.

Nel momento in cui la ricezione di concetti e informazioni non è attivamente perlustrata dai tentacoli dell’io, per via di una deficienza o squilibrio dei fattori centrali della coscienza, i medesimi concetti pervengono direttamente alla sfera della sensazione: di fatto, come per un prodigio, occupano il posto delle verità esperite personalmente. La teoria diviene, per abuso del sistema cognitivo, pratica, esperienza, realtà, pur ovviamente non essendo nulla di questo. L’io “ritardatario” si ritrova tagliato fuori, scavalcato nella sua stessa funzione. Questa deviazione comporta due principali disturbi:

1) l’io scambia l’astratto col concreto, sia pure soltanto in parte e per barlumi: è evidente che tale inganno non è mai celato del tutto. Da qui nasce il senso di incertezza, ansia, preoccupazione e l’andamento sinusoidale delle convinzioni di un tale io, sempre in dubbio se credere o meno a ciò che, non filtrato e validato, è penetrato ambiguamente nella coscienza;

2)l’associazione di sentimenti reali a concetti ipotetici. Il dramma di una tale inversione psicologica è chiaro a tutti: siamo nell’ambito di uno stato pre-allucinatorio. Siamo convinti che, se si armasse una propaganda mastodontica con giornalieri bombardamenti televisivi sul rischio di infortuni domestici, una grande parte della popolazione comincerebbe a sentirsi in grave pericolo in casa propria nonostante l’esperienza reale che, per quasi tutti, sarà forse di una gamba rotta ogni due generazioni!

Poiché ci appare chiaramente che la crisi psicologica di questa così detta “pandemia” sia soltanto la cartina di tornasole di un avanzato stato di logoramento delle mura di fortificazione della coscienza, al modo che senza tale sgretolamento delle difese nulla sarebbe accaduto di ciò che vediamo, proviamo a enumerare le principali cause “ambientali” che hanno costituito i prodromi necessari alla disfatta:

1)La divulgazione sempre più accentuata della mentalità scientifica;

2)L’abbandono pressoché totale della consapevolezza della caducità della vita;

3)L’eclissarsi di conoscenze interiori, finanche le più elementari.

Non ci dilungheremo su questi punti. La mentalità scientifica può determinare in chi ne è affetto una estroversione cognitiva, concetto che è talmente lampante da non richiedere ulteriore trattazione. La fittizia e mistificante (per sé soprattutto) dimenticanza della realtà della morte è contemporaneamente causa e sintomo di malafede verso sé stessi, iniettata in una cecità talmente acuta da non far comprendere che con la scusa di non soffrire, e solo per ciò, si soffre realmente.

Per quanto concerne l’ultimo punto dobbiamo constatare una deliberata campagna contro tutto ciò che si situa oltre la sfera corporea e materiale, con strategie varie ma tutte ben serrate nel traguardo di sconsigliare e impedire qualunque conoscenza interna. Ma tutto ciò basta a determinare uno stato dell’umanità tanto spregevole?

Abbiamo già detto del funzionamento dell’io: evidentemente queste motivazioni non bastano, possono valere come reagenti che acuiscono la situazione ma il difetto è a priori. Bisogna pur riconoscere che l’uomo mantiene la responsabilità di ciò che è, e per ciò stesso
risponderà a sé medesimo. Abbiamo il dovere di riconoscere che la condizione di ognuno è determinata volontariamente e la dannazione, quando si manifesta, è il resoconto della propria coscienza. 

Così perlomeno possiamo riportare le cose nel giusto luogo: colui che si fa dominare dagli agenti esterni accetta consapevolmente la propria realtà dimezzata, né si può dire che non abbia alternativa. Se dunque dobbiamo rispondere alla domanda: perché così tante persone hanno seguito il miraggio della pandemia? Diremmo: perché hanno scelto il proprio male.
Consapevoli, magari non con la volontà più esteriore, ma per la loro tendenza più profonda, a cui hanno dato il più nefasto benestare: unicuique suum.

Doro Arletti