QUESTA È SPARTA – 23

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«Pratichiamo ed esercitiamo la virtù per tutta la vita».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Questa frase è attribuita a Licurgo, il celebre legislatore di Sparta, il quale, vedendo che i suoi concittadini vivevano nell’agiatezza, li richiama a una condotta di vita disciplinata e virtuosa.
Si narra che Licurgo avesse allevato due cuccioli di cane dando loro abitudini completamente diverse. A uno era permesso stare in casa, nutrito abbondantemente, all’altro era riservato un severo addestramento e abituato alla caccia. Un giorno i due cani furono portati davanti all’assemblea e Licurgo pose davanti a loro degli ossi e lasciò libera una lepre. Il cane abituato all’ambiente domestico scelse gli ossi, quello abituato alla caccia catturò la lepre.
Con questo esperimento Licurgo dimostra ai suoi concittadini l’importanza, in negativo e in positivo, dell’educazione ricevuta. Infatti, secondo il legislatore a nulla servono le pur nobili origini degli spartani, discendenti di Eracle, se non si compie su di sé, per tutta la vita, un lavoro che miri a praticare ed esercitare la virtù.
Le virtù si esercitano ogni giorni mantenendo un atteggiamento sempre presente a se stessi, senza mai abbassare la guardia dinanzi alle lusinghe dell’ego. Dimostrare lealtà, rispetto e puntualità verso gli impegni assunti è un buon esercizio per dare prova del proprio valore. Chiunque smetta di esercitare le virtù, cade nell’intorpidimento e abbandona pian piano la natura umano. Qualunque attività che non porti l’uomo a elevarsi – necessariamente – lo appiattisce.
I militanti di oggi, educati al mito del progresso e del benessere, non devono lasciarsi abbagliare dalle ingannevoli lusinghe materiali del mondo moderno. Per ogni finto bisogno appagato ci saranno nuovi tormenti nell’animo dell’insaziabile avventore.
Il vero benessere si nasconde nell’aspetto spirituale che è la ricchezza interiore ed esteriore dell’essere umano.
«Considerate la vostra semenza,
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza»
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, 116-120)