Lavora…Schiavo!

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Se come ci ricorda René Guénon all’interno de “La crisi del mondo modernol’individualismo, inteso come negazione di ogni principio superiore all’individualità, costituisce uno dei fattori più importanti del disordine della nostra epoca, non c’è da stupirsi che in una (in)civiltà puramente materiale come quella attuale si possa arrivare a sacrificare la propria vita vincolandosi ai ritmi e alle logiche del lavoro.

Nella società della prestazione dove il mantra dell’ottimizzazione e della massimizzazione produttiva deve esser perseguito costi quel che costi, perfino il soggetto che esercita la propria attività in modo autonomo, credendo di esser libero da costrizioni e condizionamenti esterni, è in realtà uno schiavo assoluto nella misura in cui sfrutta se stesso forzandosi alla prestazione.

Nel mondo antico lo svolgimento di un’attività lavorativa veniva associato a una vocazione, a uno stile di vita e di conseguenza entrava a far parte in maniera sana della vita di ciascun uomo avendo come caratteristica principale l’elemento anagogico che permetteva all’uomo di agire in senso superiore andando al di là della dimensione esclusivamente orizzontale e materiale.

Al giorno d’oggi invece, perso ogni riferimento di ordine superiore, l’individuo atomizzato, vuoto e scisso da qualsiasi tipo di legame comunitario assolutizza il lavoro e questo finisce per rappresentare l’attività principale della propria esistenza.

L’insorgere di disturbi psichici come depressione, burnout, angoscia e stress emotivo non sono altro che espressioni di un’instabilità interiore e di una profonda crisi di libertà tipiche dell’uomo contemporaneo. Del resto, tra le tante follie del capitalismo neoliberista c’è quella per cui chi fallisce, chi non resiste alla morsa di un’economia canaglia e tenta di sottrarsi alla condizione di schiavo assoluto, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento.

Ripensare integralmente il concetto di lavoro tuttavia, non significa manifestare per i diritti dei lavoratori o sperare che una legge sia più rispettosa e favorevole rispetto ad un’altra ma bensì, edificare un nuovo tipo umano svincolato dall’individualismo e dall’utilitarismo.

Anziché rivendicare i propri diritti in un’ottica meramente borghese, solo per avere una vita più agiata, si dovrebbe esser in grado di riscoprire la propria natura di uomo riappropriandosi della propria vita, del proprio tempo e dei propri spazi per poter perseguire degli scopi più alti e più nobili, tesi all’elevazione dello spirito e dell’anima liberandosi dal meccanismo dell’opprimente schiavitù del produci-consuma-crepa e dalle logiche dell’ideologia modernista e progressista.


(tratto da corriere.it) – I neo-assunti della Goldman Sachs: «Fateci fare solo 80 ore a settimana» di Massimo Gaggi

La rivendicazione di un gruppo di neolaureati assunti come analisti dalla Goldman Sachs è secca: vogliamo lavorare solo 80 ore alla settimana. Sì, ottanta, avete letto bene. Il racconto di questi tredici ragazzi — le risposte a un questionario trasformate in una presentazione PowerPoint fatta a febbraio nella più celebre banca d’affari americana — ora è finito su siti e giornali. La descrizione è folle, sembra quasi caricaturale: settimane lavorative di 95 ore con punte di 105, con cinque ore di sonno per notte, necessità di assistenza psichiatrica, abusi dei capi: una condizione di lavoro che viene definita disumana.

Chi può credere che una banca nota per pagare stipendi fantastici ai suoi 450 partner e ottimi a tutti gli altri, uno dei luoghi di lavoro più ambiti del mondo, nel 2021 possa trattare alcuni suoi dipendenti come moderni schiavi? Be’, bisogna crederlo perché è la stessa Goldman Sachs a confermare la vicenda: ammette che, almeno in qualche suo servizio, la pressione nell’ultimo anno è stata elevata. Ai giornalisti che chiedono spiegazioni viene detto che i clienti hanno investito molto e i volumi di lavoro sono saliti ai massimi storici. Poi la promessa: verranno trovati rimedi adeguati.

Certo in finanza la gavetta può essere dura. E i giovani si immergono in un periodo di superlavoro col miraggio di diventare un giorno partner superpagati. Secondo il sito Business Insider un dipendente al primo anno percepisce in media uno stipendio di 91 mila dollari più un bonus variabile dai 45 mila ai 100 mila dollari: niente male anche se a New York con quei soldi si fa una vita dignitosa, non si diventa certo ricchi. Ma Goldman è una fabbrica di profitti: se fai carriera puoi portare a casa molto di più. L’ad, David Solomon, ques’anno si è dovuto accontentare di 17,5 milioni di dollari. Ma solo perché è stato punito (lui e altri dirigenti) con un taglio di 10 milioni per un caso di corruzione in Malesia che è costato alla Goldman una multa di 3 miliardi. Ma tutti gli altri hanno avuto aumenti: il 2020 è stato un anno record per la banca che ha distribuito ai 41 mila dipendenti compensi per 13,3 miliardi di dollari (+16%). La media, comprendendo anche autisti e uscieri, è di 265 mila dollari. Ma, al vertice, partner e manager partono dal milione di salario base, al quale va aggiunto un bonus diverso per ciascuno (in genere va dal 50 al 200% del salario) a seconda dei risultati ottenuti. Del resto la scelta del superlavoro per periodi limitati non è tipica solo delle banche d’affari: è fatta anche dai fondatori di start up che, quando lanciano la loro impresa, per mesi fanno vita monacale: dormono in ufficio e si nutrono di beveroni per non perdere tempo prezioso.

Ma quelle sono libere scelte, mentre qui pare che si tratti di regole imposte dall’alto. Fosse vero, sarebbe doppiamente grave perché situazioni di questo tipo nella banca erano già state denunciate in passato. Soprattutto nel 2015, quando un dipendente si suicidò a causa dello stress da superlavoro: si era lamentato di aver lavorato per cento ore nella sua ultima settimana passando alla scrivania anche notti intere.