IL SENTIERO DELLA VITA NOBILE | Le riunioni tra militanti – 13

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tratto dalla rivista Raido n. 32
Le riunioni tra militanti investono tre piani essenziali dell’esistenza umana, dei quali bisogna costantemente avere cura e determinazione a portare avanti. Come un atleta che si prepari ad una sfida olimpica allenandosi giornalmente e in modo costante, ed avendo la massima attenzione per ogni aspetto salutare e fisico, così un militante deve agire sempre in riferimento al piano spirituale, al piano esistenziale e al piano operativo-militante.
Precisiamo che questi piani sono in permanente osmosi reciproca e che non è possibile, ne nostra intenzione, operare una scissione schematica (in compartimenti) dell’essere umano secondo i canoni cari alla mentalità moderna. Si parla di tre piani per comodità di esemplificazione riguardo aspetti/ambiti afferenti la vita di ogni uomo e comunque in essa attivi (in vario modo, che lo si sappia o meno) e perciò oggetto di necessaria attenzione.
Su questi tre piani si deve lavorare per analizzarsi, conoscersi, mettersi alla prova e migliorarsi giorno per giorno. Una meta finale, a differenza di molti atleti che hanno in mente solo le Olimpiadi, in realtà non è ben visibile. L’unico punto da tener presente è la perfezione, per raggiungere la quale non basterebbero un migliaio di vite. E’ però importante, se non fondamentale oltre che doveroso, cercare il continuo miglioramento di se stessi attraverso l’azione, attraverso quella che è la caratteristica di ogni combattente, e cioè di scendere in campo e dimostrare cosa si è capaci di fare.
Per rendere più chiare le idee, il primo piano, quello spirituale, il più gravoso dei tre, riguarda tutto ciò che è il miglioramento del proprio essere, è l’opera di smussamento dei nostri lati oscuri, il fare quadrato al nostro interno, il darsi una drittura e un’impalcatura solida e allo stesso tempo inaccessibile all’esterno.
Il secondo piano è quello esistenziale, e concerne la propria vita quotidiana. Si tratta quindi di dare una drittura anche a questo aspetto. E’ questo il piano che riguarda la nostra vita all’esterno della comunità, è quello che riguarda l’esistenza di tutti i giorni, che ci mette alla prova su esperienze che non vanno sottovalutate, e che spesso ci dimostrano chi siamo. Sono le esperienze riguardanti gli amici, la donna, la famiglia, l’università, la scuola, il lavoro. In ognuno di questi ambiti è importante essere luce, comportarsi lealmente e con rispetto. Bisogna, in poche parole, fare ciò che è giusto.
L’ultimo piano è quello della vita all’interno della comunità e dei propri compiti che in essa si hanno. E’ un’azione che deve tendere – come d’altronde tutte le altre – al continuo perfezionamento. Rendere migliore quello che ci viene consegnato. Dinamismo e intraprendenza, dettati da un Amore per l’Idea, danno alla militanza pieno senso e forgiano il senso di appartenenza alla struttura.
E’ importante, inoltre, perché agendo insieme agli altri militanti ci si confronta in modo diretto, e ci si rende conto di quanto le chiacchiere stiano a zero. Chi parla molto agirà poco e chi parla poco agirà molto. A parole siamo tutti perfetti militanti, quando viene però il momento di mettersi in discussione e di perderci del proprio, i castelli di sabbia vengono immediatamente spazzati via.
Focalizzare costantemente la propria azione, in ogni momento della giornata su questi tre piani, è quello che ci avvicina al Sacro, è quello che rende l’azione degna e retta, orientata verso l’alto.
Per conoscere se stessi e qualificarsi, per rendere migliore il Fronte cui rivendichiamo di appartenere.
Svolgendo le riunioni in questo senso, tenendo presenti sempre questi aspetti che riguardano la nostra vita, vedere che miglioramenti si sono fatti, quali sono stati i passi avanti e condividendo le reazioni personali a certe situazioni, si creerà un terreno di dialogo e di confronto che sarà utile per far crescere il militante sia a livello personale sia all’interno del gruppo stesso.
Bisogna sempre tenere presente che il confronto è utile a far capire dove si è caduti e dove si è fatto bene. Spesso capita che, facendo parte di un gruppo orientato e inquadrato, nei momenti in cui si è al di fuori di esso ci si senta impropriamente e comunque superiori agli altri e si tenda così a giustificare tutti i propri comportamenti lascivi, anche quelli che, se compiuti da altri esterni, sarebbero qualificati all’interno come indegni. Per i propri comportamenti indegni, o poco appropriati a chi si presenta come portavoce od avanguardia di un mondo nuovo, siamo bravissimi a trovare alibi ispirati a slogan rivoluzionari, nobili principi e quant’altro la nostra preparazione culturale ci consente di contraffare per copertura alle nostre debolezze (mentre la stessa preparazione culturale di solito serve a motivare le giuste condanne senza attenuanti verso le debolezze di questa marcia società senza ideali).
All’interno del gruppo, aprendosi agli altri per ricevere ed avere un termine di paragone, il militante può capire se la strada che sta percorrendo, se le cose che svolge giornalmente sono effettivamente in linea con certi principi.
Bisogna quindi essere ‘conchiglia’ all’interno del gruppo, e riuscire ad avere la sua capacità di aprirsi nel momento in cui ci si siede in sede di riunione, e di richiudersi nel momento in cui ci si alza dal cerchio. Aprirsi non vuol dire sfogarsi, mettere in circolo scorie e detriti psichici, fare del pettegolezzo (come succede in TV e nei circoli pseudo-psicoterapeutici all’americana), significa invece portare nel cesto comune (nel quale si porta del proprio e si attinge da ciò che portano gli altri) la propria esperienza di vita quotidiana. Questo serve per molteplici motivi. Innanzitutto l’apertura interna, e la chiusura ermetica del gruppo all’esterno, la sua impenetrabilità lo renderanno più unito e coeso, oltre a creare una forza maggiore. Il rapporto di fiducia è basilare. Io devo esser certo che le cose che si dicono durante le riunioni non potranno per nessun motivo uscire dal cerchio stesso.
In secondo luogo portando la personale esperienza, come può essere la reazione che si è avuta ad un input esterno, come può essere un litigio con qualcuno che ci ha fatto perdere le stazze, se si parla dei comportamenti assunti per determinate situazioni, se ci si interroga su altre questioni di carattere dottrinario, se si parla di come e quanto viene svolto personalmente il lavoro militante, se in definitiva si porta la propria riflessione su questi aspetti, chi ci è accanto saprà darci una voce in più, saprà confermarci o smentirci certe convinzioni. Quando si lascia spazio al dubbio là si diventa vulnerabili.
Ma il gruppo in che modo si confronta? In termini di conforto amichevole o in modo virile?
Il confronto è tra uomini che hanno deciso di portare avanti una lotta comune, di seguire lo stesso percorso, inseguire lo stesso destino il che presuppone inevitabilmente che sia un confronto virile. Come in montagna, c’è una guida, e si procede in fila indiana. Chi perde il sentiero e “non cammina rettamente” può essere di pericolo prima per se stesso e poi per gli altri. Se, confrontandosi, escono fuori questioni che lo vedono nella posizione di chi ha agito non in linea con i principi a cui ci si rifà, è giusto che il camerata lo scuota facendogli capire dove secondo lui ha sbagliato e quali sono gli aspetti da smussare, per riportarlo nella via insieme agli altri.
E’ importante che l’atteggiamento sia sempre positivo, sia da parte di chi fa notare un errore, sia da chi riceve la critica. Può infatti capitare che sentendoci ‘ripresi’, si possa provare del risentimento verso chi ci pone la questione. E’ fondamentale capire che nessuno nasce imparato e nessuno è perfetto. Sbagliare è umano e sapere che c’è qualcuno che ci fa notare i nostri errori è una cosa che deve solo confortarci.
Inoltre è utile ribadire che se si pone l’accento su questioni che non vanno, ciò deve esser fatto solo per il bene di chi ha sbagliato, e per il bene del gruppo. E’ preoccupante quando viceversa non vi siano riesami e correzioni, vorrebbe dire una mancanza di amore e di attenzione per l’altro e per il gruppo.
Il genitore che non rimprovera il figlio non fa il suo bene, ma lo vizia ed esso crescerà con la presunzione di essere al centro del mondo.