La freccia di Arjuna – insegnamenti dalla Bhagavadgītā – 5

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Nuovo appuntamento della rubrica dedicata alla Bhagavadgītā e ai suoi insegnamenti.
Abbiamo spesso ribadito quanto sia importante questo testo di sapienza tradizionale, per poter conformare la propria azione ai principi della Tradizione.
E, mentre ricordiamo lo splendido e fondamentale testo “L’etica del guerriero” di Mario Polia, edito da Cinabro Edizioni, proponiamo questi estratti con i puntuali approfondimenti e gli opportuni chiarimenti di Alessandro Zanconato.

BHAGAVADGITA IV, 5-8 – GLI AVATARA
Molte sono le mie vite passate e allo stesso modo le tue, o Arjuna; io, le conosco tutte, ma tu non le conosci, o distruttore dei nemici.
Sebbene sia non-nato e inalterabile nel Sé, sebbene sia il signore delle creature, pur essendo saldamente fondato in quella natura che mi è propria, io vengo all’essere attraverso il potere che mi appartiene.
Laddove ha luogo una venir meno del giusto, o Bharata, e il prevalere dell’ingiustizia, io creo me stesso e mi incarno.
Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi, per dare stabile fondamento al regno della giustizia, io vengo all’esistenza periodicamente.
In questi versetti, Krishna rivela ad Arjuna la sua periodica incarnazione nel mondo attraverso gli Avatara, ovvero le personificazioni del Dio supremo. Lo stesso Krishna è un avatar di Vishnu, il dio che crea e conserva l’ordine cosmico. Ciò costituisce un sollievo per coloro che aspirano alla Giustizia cosmica e deplorano la decadenza morale della loro epoca. A maggior ragione oggi, i pochi che ancora anelano alla sconfitta del Male e alla reintegrazione del mondo nella perfezione dell’età aurea, questa promessa di Krishna ad Arjuna è estremamente edificante. E’ scritto nei Purana che il Kalki, ultima incarnazione di Vishnu, tornerà alla fine del ciclo attuale (il Kali Yuga, l’Età del Ferro) per riportare il mondo alla giustizia e alla felicità; vi tornerà in sella ad un cavallo bianco, esattamente come Gesù in Apocalisse 19: 11-16
Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia.
I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori (Versione CEI)
Le analogie tra i testi della tradizione vedica e i libri sacri cristiani non devono sorprendere: la Rivelazione della fine del mondo e della sua apocatastasi (restaurazione) finale è una verità universale della Tradizione. Possiamo dunque confidare nella sua veracità e trarne motivo per denunciare con maggior coraggio le iniquità di questa fase attuale del ciclo, impegnandoci a permanere nella Verità e a testimoniarla fedelmente con le parole e le azioni. Il nostro Salvatore verrà presto!
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La Bhagavadgītā  (“Il Canto del Beato”) è considerata a ragione “il Vangelo dell’India”, e fa parte del grande poema epico Mahābhārata (IV sec. a.C.). Si tratta di un dialogo metafisico e morale tra Arjuna, nobile condottiero della stirpe dei Pandava, in lotta contro i malvagi cugini Kaurava sul campo di battaglia di Kurukṣetra (che rappresenta l‘eterna lotta tra il Bene e il Male) e il dio supremo Krishna, avatara di Vishnu e cocchiere di Arjuna. Nel corso del dialogo, il dio istruisce l’anima di Arjuna sull’indistruttibilità del suo vero , l’Atman, e sull’etica dell’azione disinteressata (karma-yoga), fondata sulla rinuncia ai frutti dell’azione, per conseguire la liberazione dalle passioni dell’ego. Gli insegnamenti immortali di Krishna costituiscono l’essenza della Tradizione Primordiale, di cui la Bhagavadgītā rappresenta un gioiello spirituale inestimabile, che risplende di luce propria nell’oscurità dell’attuale Kali-Yuga.