“Resilienza”, quando gli abusi lessicali spiegano i nostri tempi

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Barbarie linguistiche

a cura di Heliodromos

Per quanti hanno piena consapevolezza degli strettissimi legami che sussistono fra lo squilibrato sviluppo materiale delle civiltà e il processo discendente dell’attuale ciclo di manifestazione, quello dell’impoverimento e dell’appiattimento del linguaggio umano rappresenta un indicatore certo e infallibile di tale crisi. Come sapientemente espresso nell’episodio biblico della Torre di Babele, la confusione delle lingue segna una svolta fondamentale nel processo che ha determinato le attuali condizioni di — prima crescente e poi definitivo — allontanamento dallo stato edenico originario. Come del resto — di segno opposto —la simbolica conoscenza della cosiddetta “lingua degli uccelli” (che poi altro non è se non il linguaggio angelico), costituisce una proprietà attribuita a tutti coloro che quello stato paradisiaco primordiale sono riusciti a riconquistare, reintegrandosi nel centro dello stato umano dal quale è possibile entrare in comunicazione con gli stati superiori dell’Essere.

Ed è proprio vero che — come si suole dire — «le parole contano»; anche se non nel senso riduttivo in cui questo viene inteso da certi pensatori ed opinionisti alla moda, i quali applicano pedissequamente le assurde e irragionevoli regole fissate nel “decalogo” del politicamente corretto. Le parole sono, piuttosto, importanti in ragione della potenza evocativa che la loro pronuncia e il loro uso porta in sé, potendo esse svolgere sia una positiva funzione chiarificatrice, quanto detenere una deleteria influenza plagiatrice. Sull’importanza fondamentale dell’uso corretto delle parole, del resto, sarà sufficiente ricordare la continua attenzione prestata da parte di Guénon nell’uso dei termini più appropriati, al fine di evitare pericolose confusioni nella sua esposizione delle dottrine tradizionali.

Che di fronte ad autentiche barbarie linguistiche spesso ci si trovi, del resto, ce lo indica la stessa etimologia, essendo per gli antichi greci “barbari” proprio coloro che parlavano una lingua balbettante, nel senso di rozza, imprecisa e praticamente incomprensibile. Già l’odierno uso generalizzato di un inglese ridotto ai minimi termini (che Shakespeare non sarebbe stato in grado di capire!) — quella sorta di esperanto o lingua franca affermatasi a livello planetario per consentire a chiunque di esprimere quei due o tre concetti basilari per la mera sopravvivenza biologica — è quotidianamente nelle nostre orecchie per dimostrarcelo. Ma anche l’uso improprio di certi termini entrati a far parte dell’italiano, non può che condurre alle medesime conclusioni.

Uno di questi termini, in particolare, si è venuto ultimamente affermando sempre più; dopo alcune timide apparizioni inziali e impacciate esibizioni marginali, si è assistito alla sua deflagrante affermazione attuale che lo colloca al centro di tanti discorsi e ragionamenti, sia pubblici che privati. Le prime volte che lo sentimmo nominare era stato (una vita fa!) in occasione di quei noiosissimi corsi incentrati sulla comunicazione — tenuti da psicologi motivazionali ed “esperti” nella gestione dei conflitti interpersonali — cui i dipendenti di aziende e imprese commerciali vengono periodicamente sottoposti, al fine di omologarne atteggiamenti e comportamenti, in funzione del mercato e dell’approccio alla clientela. Adesso, addirittura, il termine in questione ha avuto l’onore di entrare a far parte della definizione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, cioè il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del cosiddetto Next Generation EU

La parola RESILIENZA, perché è di questo che stiamo parlando, di fatto è un termine tecnico che rimanda alla scienza delle costruzioni, indicando la capacità di un materiale — e in particolare il calcestruzzo — di assorbire un urto senza rompersi. L’avere esteso arbitrariamente il significato di tale termine, finendo per applicarlo allo stesso essere umano, non è altro che un chiaro e palese abuso lessicale, oltreché una evidente mostruosità concettuale; attribuendo alla psiche umana le caratteristiche di una materialità estrema, prossima alla rigidità cadaverica: del resto fortemente auspicata per la maggior parte dell’umanità attuale da parte dei multimiliardari filantropi padroni del discorso.