IL SENTIERO DELLA VITA NOBILE | Ricercare momenti di calma interiore – 15

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Tratto da Heliodromos

C’è un treno che corre senza nessuno al comando o nessuno in grado di fermarlo. Ecco la vita moderna, o meglio il ritmo della vita moderna: agitato, frenetico, caotico, sregolato. Non v’è pausa, non v’è silenzio tutto corre in maniera folle. Eventi che si accavallano, notizie che si sovrappongono, emozioni che si susseguono, persone che si incontrano…“non si ha il tempo di vedere la mamma e si è già nati, e i minuti rincorrersi senza convivenza”…direbbe Rino Gaetano.
D’altronde l’uomo occidentale, per sua abitudine ed inclinazione, è un uomo propenso al fare, un fare che ormai si manifesta come febbrile agitazione di contro invece, al tipo orientale, più incline alla meditazione e alla contemplazione. Tuttavia se in epoche normali questo fare era l’esplicazione di una natura guerriera giustamente orientata, in cui l’azione era la manifestazione di un pensiero e di un sentire equilibrato, oggi è un vortice diabolico di situazioni, esperienze, soggetti, momenti, che se scientificamente prendono il nome di stress psicofisico, altro non sono che un vivere inseguendo, consumando la propria esistenza in una continua agitazione prima di tutto interiore.
Col cuore pesante, l’animo stressato e il fisico logorato ogni mattina siamo pronti per affrontare nuove situazioni, emozioni, paure, esperienze, necessità, bisogni, come una giostra impazzita che non si ferma mai. Ecco, appunto, fermarsi per ritrovare la calma interiore. Espressione impossibile al giorno d’oggi, visto che per conseguire uno stato di quiete non si ha la volontà, perché c’è altro di più importante da fare, non si ha la capacità, perché lo si confonde con uno stato di lassismo dovuto ad esaurimento (le ferie estive rientrano in questa tipologia: spremersi fino all’ultimo, arrivare distrutti, per poi in uno stato semi-vegetativo ricaricarsi le “batterie”), ma in molti casi se ne avverte la necessità, come fosse un lontano miraggio.
Diciamocelo chiaramente, l’uomo moderno esaurisce l’esistenza terrena senza avere una vera coscienza di quello che accade non solo intorno a lui ma anche alla sua stessa vita e alla fine dei giochi, quando arriva la resa dei conti e the show must end, tutto a un tratto avverte la sensazione di vuoto che nasce dal nulla: quel nulla è l’unica cosa che ha conservato ed assimilato durante una vita a 300 all’ora.
Se quarant’anni fa, nei “favolosi” anni 80, l’american way of life era all’apogeo del suo trionfo e l’uomo occidentale correva all’impazzata verso l’agognato benessere e non si poneva certo il problema di fermarsi a riflettere sul senso della vita, da qualche anno vi sono segnali contrari, segnali che per la gran parte dei casi o sono confusi o prendono strade sbagliate. Ecco allora che se alla metà degli anni 90 la new age rappresentava la nuova moda, spesso con una velata natura radical chic, oggi la pratica dello yoga o di altre discipline orientali è così diffusa nel mondo occidentale tanto che corsi per tutti i gusti se ne trovano a iosa.
E’ normale che quando la situazione è disperata ci si attacca a tutto e l’uomo occidentale, ormai disperato, spera che attraverso la pratica di un corso periodico di meditazione o di training autogeno, possa conseguire la calma interiore. Per carità, non siamo a sindacare sugli indubbi benefici che si traggono da determinate pratiche ma il problema a cui vogliamo riferirci è un altro, che riguarda l’intera esistenza dell’uomo.
La ricerca di una calma interiore, infatti, non solo è il risultato di un lavoro lungo e faticoso, di una pratica che investe tutta la vita e di un’attitudine che si deve propiziare e mantenere, ma è anche e soprattutto l’affermazione di una diversa visione del mondo. In poche parole l’esercizio settimanale praticato al corso organizzato, come fosse l’allenamento pomeridiano in palestra, appare un palliativo se si continua a condurre una vita in costante, febbrile e frenetica agitazione. Non serve andare dal dietologo se poi, una volta a casa, si mangia il panino col salame, per intenderci.
Pertanto è necessario che avvenga un cambiamento graduale, ma allo stesso tempo radicale, nella considerazione che si ha di sé stessi e della realtà circostante che, a differenza di quanto si potrebbe supporre, non sono altro che qualcosa di impermanente ed in continuo divenire. Un inarrestabile divenire, tale da rendere tutti gli elementi dell’esistenza transitori e tutte le cose prive di una loro individualità o sostanza.
Spieghiamoci meglio. Secondo quanto insegna il buddhismo attraverso la dottrina della non sostanzialità (anatta), all’interno del continuo samsara (divenire), l’uomo nella sua coscienza ordinaria è un accumulo di elementi psicofisici che permangono fintanto che permangono le cause che li hanno generati: come l’occhio vede una determinata cosa, così si forma una coscienza visiva di quella cosa, coscienza che, a sua volta, svanirà nel momento in cui sopraggiungerà un’altra cosa, e così via.
L’uomo, paragonabile ad un carro, è il risultato di varie parti aggregate, ossia un’unità funzionale di elementi che rimane tale fintanto che gli elementi durano. “Nel flusso del divenire si formano vortici o correnti di elementi psico-fisici e di stati-concatenati aventi una certa persistenza fino a che sussistono le condizioni che li hanno fatti convergere e aggregare. Dopo di che si dissolvono e nel divenire in un altro punto si formano analoghi conglomerati, contingenti quanto i precedenti”.
Attraverso la dottrina della non sostanzialità, quindi, si vuole spiegare la natura dell’uomo come flusso, del suo io samsarico, del suo essere un soggetto condizionato da stati psicofisici momentanei e contingenti1.
Ma qual è il senso di questo fluire e del continuo succedersi di stati? La forza che spinge l’uomo a vivere è uno stato di agitazione, angoscia ed inquietudine (definito come dukkha), causato dal desiderio, dalla brama, dalla sete di esistenza, dalla continua ricerca del piacere appagante, dall’arsura esistenziale, dall’attaccamento alle cose e alla sua persona (definito come tanha).
La razza umana è “una razza che trema: uomini tremanti attaccati alla loro persona, simili a pesci in una corrente quasi prosciugata” in un “mondo vinto dall’agitazione” in cui “si nasce, si muore, si decade da uno stato, si passa ad un altro”2. Gode del desiderio, è preda dei suoi istinti e delle sue passioni, è alla continua ricerca del soddisfacimento del bisogno come fosse un fuoco che, connesso ad una materia ardente, divampa e mai si spegne. Eccola la ragione dell’angoscia e dell’agitazione umana, così come la natura profonda dell’essere umano quale effetto combinato di sentimenti, paure, pulsioni, concezioni.
Prendere coscienza di questo, è il primo fondamentale passo per quell’inversione di rotta che possa propiziare una graduale riscoperta della calma interiore di contro a tutto ciò che è frenesia. Il successivo, quello più duro, è imparare a distaccarsi da questa condizione, o meglio dalle cose che determinano questa condizione: gli oggetti che generano la brama ed il desiderio irrefrenabile. Il non dipendere dal bisogno, sapendo che di una determinata cosa posso goderne così come posso farne a meno, posso beneficiarne ma allo stesso rinunciarvi come e quando voglio.
Imparare a rinunciare, quindi, come metodo per conoscere il distacco, il cui pieno conseguimento è prerogativa rara e di pochi individui qualificati. Tuttavia, la natura elitaria di un così difficile obiettivo, non è la causa ostativa per chi, nell’ambito della propria esistenza terrena, vuole riscoprire una calma interiore che sarà maggiore e persistente in proporzione a quanto si saprà rinunciare alla vita.
Una rinuncia che, come sopra accennato, sarà il riflesso di una tensione affermatrice dell’uomo alla ricerca della stabilità, dell’uomo che sa quanto sia forte la corrente generata dal desiderio, dalla paura, dall’attaccamento, dall’appagamento, generatrice di angoscia ed agitazione. Una rinuncia che non sarà mortificazione dolorosa da cose e piaceri, autosadismo e sofferenza, ma l’affermazione di una nuova consapevolezza che di fronte ad un mondo contingente e caduco, ad una vita limitata e limitante perché condizionata, afferma la sua volontà. Una rinuncia che è sapersi controllare, affrontare e vivere le lusinghe del mondo moderno, capendo quando e come si può farne a meno.
Questo sono io? Posso veramente identificarmi con questo? Eccola la domanda di chi, conosciuto il mondo, vi rinuncia perché lo ritiene troppo per poco per lui. Ecco la vera sfida da intraprendere per contrastare lo stato di agitazione in cui viviamo e per determinare una calma interiore, per cominciare “ad arrestare”, anche se per brevi attimi, l’impetuoso fiume del divenire esistenziale3.
Accanto a questa nuova consapevolezza foriera di una nuova visione del mondo sarà molto importante, nel contempo, imparare ad educare e disciplinare la propria mente. Infatti, se come ci spiega il Buddha il potere della mente è tale “da ingannare l’uomo e da ucciderne il corpo”, lo stato di agitazione potrà essere ulteriormente contrastato propiziando una calma interiore attraverso un’educazione alla concentrazione, disciplinando, dirigendo, istruendo la propria mente al giusto, al vero ed al bello, coltivando una nobiltà di pensiero che a dispetto di qualsiasi forma speculativa, accademica o filosofica è, anche in questo caso, un vero e proprio lavoro di trasformazione della condotta di vita.
Chi ha sana la mente non compete col mondo né lo condanna: la meditazione gli farà conoscere che nessuna cosa è quaggiù durevole, salvo gli affanni del vivere. Chi ha sana la mente non compete col mondo né lo condanna: la meditazione lo illuminerà di una luce che caccerà via le tre passioni che ottenebrano l’intelletto: concupiscenza (lobha), ira (krodha) ed offuscamento mentale (moha), ed egli sarà sulla via della salute, che conduce fuori del dominio della vita e della morte; perocché la mente non correrà più verso le cose del mondo, ma rimarrà costantemente fissa a quel fine supremo. Allora, come un re che gode pensando essere egli, fra migliaia di uomini, solo Signore, colui che ha ottenuto la scienza (panna) godrà pensando che, tra milioni di uomini, egli è il solo ad essere signore della sua mente!4
Imparare ad osservarsi quotidianamente, dedicandovi del tempo in una perfetta solitudine ristoratrice, sarà il primo modo per educare la mente all’analisi della propria condotta di vita, attraverso l’osservazione, neutrale come se fossimo degli estranei, dei pensieri o delle sensazioni che certe esperienze hanno in noi generato. Imparare ad applicarsi con la massima attenzione anche di fronte alle attività apparentemente più insignificanti, consapevoli, anche se per un breve periodo, di ogni cosa che si dice o gesto che si compie.
Non pensare ad altro mentre si sta compiendo una determinata azione ma vivere il presente, qui ed ora, concentrati e risoluti. Imparare ad essere equanimi di fronte alle esperienze della vita, senza oscillare in maniera vertiginosa tra la gioia e la tristezza, la felicità e la disperazione, ma cercando di mantenere sempre un atteggiamento di partecipazione e non di coinvolgimento, di presenza a se stessi e non di abbandono, in questo caso all’eccessiva euforia o disperazione. “Chi è euforico nei giorni felici sarà depresso in quelli tristi”, insegna l’Hagakure5
Ed ancora, imparare a ricercare in ogni situazione e di fronte a chiunque, il bello, il buono, il giusto in esso contenuto, non andando ad escludere ciò che vi è di negativo poiché non bisogna camuffare la realtà, ma semplicemente orientando il proprio sguardo al lato positivo delle cose. Connesso a quanto sopra, come animati da un sentimento di apertura verso il mondo, imparare a vivere ed affrontare serenamente ogni esperienza che la vita presenta, ponendosi con l’attitudine di chi è pronto ad accettare continuamente nuove sfide.
Educare la mente quindi a pensare positivamente, allontanando le negatività e le disarmonie che creano turbative. Infine sapersi educare, in momenti e contesti appositi ed in perfetta solitudine, a quella che potremmo definire contemplazione delle cose: dimenticare ogni problema della vita individuale per dedicarsi alla meditazione su ciò che è universale e divino, ai misteri della vita e della morte, anche alla luce di quanto si acquisisce attraverso lo studio della dottrina tradizionale.
Quanto sopra, quindi, rappresentano degli indirizzi per contribuire a propiziare quella che abbiamo definito calma interiore, sinonimo di serenità e stabilità di contro a tutto ciò che è caos, disordine ed agitazione, nuova consapevolezza di se stessi e della realtà circostante che si afferma nel momento in cui si afferma una nuova visione del mondo.
Quella visione che ha fatto proprie le parole di Nietzsche: “Egli non vuol niente, non si preoccupa di niente, il suo cuore è fermo, solo il suo occhio vive, – è una morte a occhi aperti. Molte cose vede allora l’uomo che non aveva mai viste, e fin dove giunge lo sguardo, tutto è avvolto in una rete di luce e per così dire sepolto in essa6.


1 La dottrina della non sostanzialità, non si occupa della presenza o meno all’interno dell’uomo di un io immutabile ed immortale (l’atma-brahman), ma vuole porre l’accento quasi esclusivamente sul samsara e la coscienza ad esso legata.

2 Dukkha e tanha sono le prime due delle quattro verità arjya essendo nirodha, la possibilità di distruzione dello stato generato da dukkha e magga, i metodi per effettuare la distruzione, la terza e la quarta verità.

3 Quando parliamo di distacco dalle cose ovviamente non possiamo non citare la capacità di “agire senza agire”, la quale, tuttavia, merita approfondimenti e considerazioni che non intendiamo, per motivi di spazio ed opportunità, fare in questa sede.

4 Maha-paranirvana-sutra, I, 1. Ed ancora leggiamo nel Dhammapada, raccolta di insegnamenti del Buddha che costituisce uno dei testi più antichi della letteratura delle origini: “(XXIV, 334). Nell’uomo che vive con mente distratta la sete cresce come una liana: egli guizza di vita in vita, come la scimmia che desidera un frutto (salta di albero in albero).
(XXIV, 342). Dominati alla sete, gli uomini balzano qua e là come lepri incappate nella rete. Soggetti a vincoli e legami, continuamente ed a lungo vanno verso il dolore. (XXIV, 343). Dominati dalla sete, gli uomini balzano qua e là come lepri incappate nella rete. Di conseguenza cacci lontani da sé il monaco la sete, col volere il distacco interiore.”.

5 Y. TSUNETOMO, Hagakure. Il codice dei samurai, BUR, Milano 2003, (25,37).

6 F. Nietzsche, Umano, troppo umano II, parte seconda, n. 308.