Le fiabe tradizionali | Cuib Femminile RAIDO (Le mille e una notte)

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A cura del Cuib Femminile RAIDO


Le mille e una notte (titolo originale in arabo: Alf laila wa laila) è un’opera vastissima – probabilmente la più celebre della letteratura araba – contenente fiabe, favole, novelle borghesi, racconti popolari di argomento fantastico o realistico, di lontane origini indo – persiane, tutti inseriti in un racconto-cornice, elaborati in luoghi e tempi diversi ma che rinviano al mondo islamico, in particolare al Medioevo della città di Baghdad. Vennero conosciute in Europa per la prima volta nel 18° secolo attraverso la traduzione del francese Antoine Galland, un bibliotecario francese con la passione per i viaggi.

La fiaba che proponiamo oggi è “La Porta Misteriosa”, tratta da una raccolta di fiabe arabe a cura di Renato Caporali. Tracotanza (la hỳbris greca): questa oggi la parola chiave per la nostra fiaba.

Buona lettura!

 

 

LA PORTA MISTERIOSA

Il giovane Giafar era un uomo di buona famiglia che, caduto in miseria, fu costretto a cercare lavoro. Un giorno un vecchio signore andò a trovarlo e gli disse:

–  Avrei un impiego da offrirti, figliuolo: è un lavoro semplice, adatto per uno come te.

–  Che cos’è? – domandò Giafar.

–  In casa mia vi sono dieci vecchi, undici con me: abbiamo bisogno di qualcuno che ci assista come un figlio, non come un servo. Se accetti sarai trattato come un figlio.

–  Accetto – disse Giafar. – C’è una condizione, però – aggiunse il vecchio: – che tu figliuolo, se ci vedrai piangere, non ci chieda mai il perché.

–  Va bene, signore.

–  Allora vieni – concluse il vecchio e si avviò.

Giafar lo seguì fino ad una bella casa dove le stanze si affacciavano tutte su un ridente giardino e dove in un gran salone trovò dieci signori, vestiti con abiti di lutto, che, seduti uno di fronte all’altro, piangevano e singhiozzavano. Il vecchio, dopo avergli fatto vedere la casa, gli mostrò una porta coperta di ragnatele e gli disse: – Questa non dovrai mai aprirla: ricordalo!

– Lo ricorderò – rispose Giafar.

Da quel giorno cominciò per lui una vita serena, perché servire gli undici vecchi era un lavoro tranquillo. L’unica cosa che lo turbava era il pianto di quegli uomini, i quali se ne stavano tutto il giorno a gemere e a singhiozzare senza dire una parola.

Passato un po’ di tempo, uno dei vecchi morì e gli altri lo seppellirono in un angolo del giardino. Poi ne morì un altro e, a poco a poco, tutti lo seguirono. L’ultimo fu il vecchio che aveva assunto Giafar e che, prima di chiudere gli occhi, gli disse con affetto:

– Ho sempre pregato Allah di risparmiarti le pene che hanno afflitto noi vecchi, e sono certo che non le proverai se non aprirai quella porta.

Ma, rimasto solo, Giafar, ripensando a quelle parole, era tormentato dalla curiosità: che cosa nascondeva quella porta? Perché il vecchio gli aveva raccomandato di non aprirla? Il mistero lo affascinava ed egli non riuscì a resistere alla tentazione di svelarlo. Strappò le ragnatele, tolse i catenacci, aprì e guardò: c’era solo un lungo corridoio vuoto e polveroso. Si fece coraggio, entrò, lo percorse tutto e, giunto alla fine, sbucò sulla riva di un fiume che non aveva mai visto. Meravigliato continuò a camminare, ma aveva appena fatto pochi passi che un’aquila gli piombò sulle spalle, lo afferrò con i suoi possenti artigli, lo sollevò e lo trasportò in volo, oltre il fiume, la terra e il mare, fino ad un’isola nella quale lo lasciò cadere.

Sbalordito e spaventato, Giafar cominciava già a pentirsi di aver disobbedito al vecchio, quando sul mare apparve una nave che si avvicinava con le vele al vento… La nave approdò e subito dieci bellissime fanciulle scesero a terra gridando festosamente:

– Tu sei il re! Tu sei lo sposo!

Lo circondarono, gli baciarono le mani, poi gli fecero indossare un mantello regale e gli misero sulla testa una corona d’oro tempestata di pietre preziose. Fatto questo, lo trascinarono dolcemente sulla nave che, issate le vele, partì. Navigarono un giorno e una notte; all’alba giunsero in un porto dove una gran folla e una scorta d’onore di mille soldati lo attendevano. Squillavano le trombe, rullavano i tamburi e nel cielo era tutto uno sventolio di stendardi; la gente applaudiva e gridava evviva. Giafar scese dalla nave e subito gli fu portato un bellissimo cavallo bardato con finimenti preziosi; egli monto in sella e cavalcò alla testa della scorta, tra la folla che continuava a gridare:
– Tu sei il re! Tu sei lo sposo!

In questa atmosfera trionfante, Giafar giunse alla porta della reggia dove, accolto da ministri e dignitari, fu guidato fino alla sala del trono dove lo attendeva, col viso velato, la regina che, presolo per mano, gli disse con voce dolcissima:

-Tu sei il re! Tu sei lo sposo! Finalmente sei giunto, ma perché ti sei fatto attendere tanto?
Giafar era così sbalordito che non riusciva a parlare, mille pensieri gli attraversavano la mente. Chissà perché il vecchio non voleva che aprissi quella porta! Forse, sapendo quello che lo aspettava, era invidioso?

La regina batté le mani e ordinò che entrassero nella sala il notaio i testimoni; poi, rivolta a Giafar, disse:
– Se sei pronto, la cerimonia delle nozze può avere inizio.

– Sono pronto – rispose Giafar.

Allora il notaio pronunciò la formula del matrimonio e i testimoni firmarono il registro.
Subito dopo, fatto sedere lo sposo sul trono, la regina ordinò che incominciasse il banchetto nuziale. Fu una festa quale Giafar non avrebbe mai nemmeno immaginato; le ancelle portarono cibi prelibati e bevande soavi; i musici suonarono, le danzatrici danzarono, i giocolieri si esibirono in giochi di destrezza; dentro e fuori dalla sala, per le vie della città, risuonavano grida di evviva, acclamazioni, auguri…
Sembrava un sogno e Giafar non era proprio sicuro di essere desto, e fu ancora più incerto quando, terminato il banchetto e salutati tutti gli invitati, la sposa, rimasta sola con lui, si tolse il velo e gli apparve bella come una fata. Allora Giafar domandò:

– Chi sei tu regina? Dove sono venuto?… Perché sono venuto? … Non riesco a capire.

– Tu sei il mio sposo e il mio re – rispose la regina. – Questo era il mio regno ed ora è tuo perché così è scritto nel libro del destino. Io non so altro e tu non chiedere altro. Puoi disporre liberamente di tutto, persone e cose, ma ti consiglio di non aprire mai questa porta – e gli indicò una porticina dietro il trono.

– Non l’aprirò – disse Giafar.

Mantenne la promessa per sette anni. Per sette anni fu il padrone assoluto di tutto e di tutti, amato dai sudditi, onorato dai ministri, obbedito dai soldati. La regina lo rendeva felice come può fare la più dolce delle spose… ma la curiosità l’ebbe vinta e, dopo sette anni, Giafar aprì la porticina dietro il trono.

C’era un corridoio, lo percorse e sbucò in un giardino, ma aveva appena fatto pochi passi tra le aiuole che un’aquila piombò giù dal cielo, lo afferrò con i suoi artigli, lo sollevò e volò, volò finché non giunse sulla sponda del fiume dalla quale lo aveva portato via sette anni prima. Lo lasciò cadere; e, in quel momento, Giafar capì che egli aveva seguito la sorte degli undici vecchi. Attraverso il corridoio rientrò in casa, chiuse la porta, si sedette nel grande salone e cominciò a piangere.