VIDEO | Etica dello Smart. E gli occhi dei bambini

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di Dian

 
Da una settimana circola in rete un video diventato subito virale. La scena in sé è simpatica: una bambina anglofona di scuola elementare imita la madre nel cosiddetto ‘smart working’, letteralmente “lavoro intelligente” ma, più comunemente per gli italiani – e a buon diritto – “lavoro da casa”.
 
Il lavoro da casa è quel fenomeno discusso e contraddittorio che, nella teoria, permetterebbe agli impiegati di svegliarsi più tardi al mattino, pranzare al volo coi membri del proprio nucleo familiare e, a fine giornata, “staccare” da lavoro e trovarsi già comodamente a casa.
 
Indubbiamente lo ‘smart’, il lavoro in pantofole, ha permesso di risparmiare tempo dedicato alle trasferte (per non parlare dei veri e propri ‘viaggi’ dei pendolari residenti fuori comune), di occuparsi di cose importanti in una fresca mise giacca&pigiama e, diciamolo, di trascorrere quantitativamente più tempo con chi si ama.
Alla carta tutto torna, tutto appare filtrato da una patina arcobaleno
 
Ora torniamo ad analizzare il nostro simpatico video: la bambina imita la mamma in atteggiamenti dispersivi fondati sulla logica del “multitasking” (questo valore tanto apprezzato dalla società liberal democratica, ossia quel robotico saper ‘far tutto e niente bene’), sulla dialettica del “dentro/fuori”, del “parlo/taci” accompagnando occhiate di fuoco a gesti imperativi come lo schioccare delle dita e qualcosa che suona tanto come “quella è la porta/prendi tuo fratello e uscite”.
 
Dove sta il problema nel video? Forse nello scimmiottare il lavoro di mamma? Niente affatto. 
 
La nostra riflessione vuol soffermarsi sulla disinvoltura con la quale una bambina di circa 9-10 anni normalizza il fatto che il proprio spazio domestico non sia più di sua competenza, e che da spazio privato diventi, in un’ottica ‘smart’, spazio lavorativo dove un’autorità esterna e impersonale può decretare se tu e il tuo fratellino potete giocare facendo rumore, se potete mettere la musica e se potete usufruire liberamente della presenza fisica della mamma. 
 
La mamma in quel momento c’è, è lì, ma non è. Non è mamma, è una lavoratrice e tu non sei la sua bambina, al contrario: mamma dice di uscire, per quelle ore lei appartiene a quella postazione, con tutte le conseguenze relazionali, comportamentali ed emotive che questo comporta (specialmente nei bambini piccoli). 
 
Occorre inoltre riflettere su come, a causa del lavoro da casa, le persone tendano a lavorare anche di più: il tempo sfugge di mano, non sempre si spegne Microsoft Teams alle 17.00 spaccate e, spesso, quasi senza accorgersene, la tiratela va avanti fino a orario di cena.
 
Poi va benissimo: mamma è in casa con noi, meglio di niente. Mamma c’è. Ma mamma non è. 
 
Non vogliamo fare i drammatici: la questione sta tutta nell’onestà intellettuale, nel riconoscere che dietro al volto del progresso si cela, ancora una volta, un abuso esterno del proprio spazio fatto di affetti, intimità e relazioni private.