Don Chisciotte cita le virtù del Cavaliere

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Lo scudiero Sancio Panza ha appena affermato che “vale più un umile fraticello di qualsivoglia ordine, che un coraggioso cavaliere errante“.
Don Chisciotte non si scompone, sebbene l’orgoglio di chiunque sarebbe stato toccato, e risponde a Sancio con le parole che seguono, consapevole che “molti sono i cammini attraverso i quali Dio conduce i suoi in cielo” e che la gloria da conseguire non è mera vanità, bensì segno tangibile dell’adesione alla Virtù:
“…dobbiamo badare più alla gloria nei secoli a venire, che è eterna nelle eteree regioni del cielo, piuttosto che alla vanità della fama che in questo secolo presente e passeggero s’acquista, ma, per quanto possa essa durare, pur dovrà finire assieme al mondo, il cui termine ultimo è già stato fissato. Per questo, Sancio, le nostre opere non debbono oltrepassare i confini tracciati dalla religione cristiana che professiamo. Nei giganti dobbiamo uccidere la nostra superbia; dobbiamo uccidere l’invidia con la generosità e col nostro buon cuore; l’ira con la calma moderazione e con la quiete dell’animo; la gola e il sonno col parco mangiare cui siamo abituati e con le nostre molte veglie; la lussuria e la lascivia, con la lealtà che manteniamo nei confronti di quelle che abbiamo elette signore dei nostri pensieri; la pigrizia, recandoci in ogni parte del mondo in cerca delle occasioni che facciano di noi, oltre a buoni cristiani, famosi cavalieri. Ecco, Sancio, i mezzi mediante i quali possono essere raggiunti i sommi fra gli encomi che la buona fama porta con sé”.