Meno “maturi” ma più produttivi. Dalla scuola alla neo-schiavitù lavorativa

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Recentemente ci siamo imbattuti in un ottimo articolo pubblicato sulle pagine virtuali del Corriere della Sera riguardante il nuovo esame di maturità teorizzato (per l’ennesima volta) dagli attuali addetti alla distruzione, pardòn, istruzione del nostro paese. Certo che lo scritto, pur trovandoci generalmente d’accordo, si focalizza troppo nelle sue conclusioni sull’aspetto “orizzontale” della questione presa in esame, forse perché è difficile uscire dalla dialettica della cd. “lotta di classe”? Non lo sappiamo, vogliamo comunque proporvelo perché merita; dal canto nostro ci sentiamo di aggiungere poche ma essenziali righe, ponendo l’accento sulla dannosità della scuola che si trasforma da luogo di formazione della personalità, ad anticamera della schiavitù lavorativa.

Parafrasando infatti quanto già affermava nei decenni passati Guido De Giorgio, la scuola deve essere FormAzione a trecentosessanta gradi dell’uomo e della donna, educazione anzitutto spirituale, esplorazione e conoscenza della sua natura più profonda. Questa visione ovviamente si oppone a quella di una scuola vista come mera formazione tecnica dell’alunno, futuro produttore-consumatore da dare in pasto al mondo della neo-schiavitù lavorativa.

Davanti alla degenerazione dei presidi in datori di lavoro (per non parlare degli attuali “Ministri dell’Istruzione”), dei docenti in commessi e dei genitori in acquirenti – organizzati nelle famigerate “chat delle mamme” pronte a dare battaglia -, si staglia l’oramai rara figura del Maestro come riflesso del Principio, di Dio. Ricordiamo qui ancora De Giorgio, il quale infatti, si rivolge non alla istituzione scolastica, ma all’insegnante, cioè alle fondamenta “umane” di questa istituzione. Ciò, in conformità con il principio di Politica Tradizionale, per cui non è la società che fa l’uomo, ma l’uomo a fare la società.

Per questo ci sentiamo di dire al professor Patrizio Bianchi, neoministro dell’Istruzione, che il suo progetto “originale” di riforma, l’ennesima che il nostro paese sta soffrendo oramai ogni anno, fa acqua da tutte le parti. Se davvero si vuole attuare un cambiamento positivo, bisogna aderire ad una logica rivoluzionaria: non serve riformare l’istituzione o le modalità d’esame, ma agire sulle anime.


(Tratto da corriere.it) – Scuola: la nuova maturità con il curriculum sarà un po’ classista, di Ernesto Galli della Loggia

Forte dell’ideologia del «capitale umano», prosegue inarrestabile la corsa della scuola italiana all’asservimento nei confronti del cosiddetto «mondo del lavoro». Che non significa, si badi, il sacrosanto sviluppo dell’istruzione tecnica e professionale – quella ad esempio degli istituti tecnici industriali (Itis) ai quali il Recovery plan destina giustamente un particolare finanziamento. Significa un’altra cosa: e cioè non insegnare dei saperi ma suggerire un modo d’essere: istruire e valutare gli studenti in vista specialmente del loro futuro impiego come ingranaggi della macchina produttiva, come esecutori di mansioni. Significa perciò adottare quale criterio di giudizio la loro disponibilità caratteriale a quanto quella macchina e quelle mansioni richiedono. Dunque rinunciare a ciò che una scuola degna di questo nome deve proporsi: avviare delle giovani menti alla conoscenza del mondo, nell’idea che ciò non solo gli servirà domani nelle loro più varie attività lavorative, ma soprattutto perché ciò feconderà lo sviluppo della loro personalità e del loro carattere non secondo un qualche piano predefinito ma secondo le misteriose vie della crescita umana e della vita.

Ma un’idea del genere è troppo banale, suona vecchia, deve aver pensato il professor Patrizio Bianchi, neoministro dell’Istruzione. Che anche lui, come tutti i predecessori, arrivata la sua prima stagione primaverile da ministro è stato preso dalla fregola di lasciare il segno sulle sorti del Paese cambiando qualcosa dell’esame di Stato che conclude il ciclo scolastico (da tempo avviene implacabilmente così: l’Italia è il solo Paese al mondo dove ogni anno l’esame suddetto è diverso da quello dell’anno precedente). E così ha prescritto che a cominciare da questa sessione ogni candidato si presenti all’esame dotato di un «Curriculum dello Studente», destinato a essere preso in considerazione come elemento di valutazione insieme alle tradizionali prove d’esame e alla fine ad essere pubblicato in allegato al diploma.

Il «Curriculum» è un documento digitale che raccoglie non solo i dati del percorso scolastico ma anche ogni altra indicazione dei corsi privati di vario tipo, delle attività del tempo libero, dallo sport al volontariato, delle esperienze di scuola lavoro e di quant’altro riguardi la formazione extrascolastica dello studente. A uno scopo preciso: fornire una misura non di quello che ogni giovane sa ma di ciò che egli è. Non dei cognitive skills (le capacità cognitive) bensì dei character skills (gli aspetti della personalità), come amano dire con l’abituale frenesia anglofona gli esperti di psicodidattica, divenuti i nuovi mentori culturali del Ministero dell’Istruzione, fautori del suddetto «Curriculum», i quali infatti si sono subito affrettati a festeggiare la novità per la penna di Giorgio Vittadini, uno dei loro principali esponenti.

Quali siano i character skills più apprezzati dagli psicopedagoghi e che quindi la scuola è sollecitata a favorire è presto detto: la «coscenziosità», la «capacità di collaborare», l’«apertura alle esperienze», la «percezione della propria responsabilità nel prodursi degli eventi», lo «spirito d’iniziativa». Insomma tutte le qualità considerate positivamente dai questionari di una qualunque Direzione aziendale del personale che debba assumere un dipendente. E che così sarà opportunamente facilitata nel suo compito di selezione.

Si concludono così, in questo modo inglorioso, decenni di discussioni sulla «riforma della scuola», di battaglie per una «scuola democratica»: con il sistema scolastico italiano che diventa di fatto il volenteroso serbatoio di docili addetti per il mercato del lavoro, la ruota di scorta degli interessi di chi su tale mercato comanda. Mentre la polizia politica cinese si dedica al tracciamento dei profili facciali dei potenziali nemici del Grande Fratello assiso a Pechino, altrettanto ambiziosamente la scuola italiana s’incarica del tracciamento caratteriale dei propri allievi per fornirne i risultati a chi saprà apprezzarli.

Ci sono almeno due aspetti particolarmente odiosi in questo ennesimo snaturamento del significato dell’istruzione pubblica che ormai da anni si viene compiendo ad opera di una burocrazia ministeriale composta di mezze calzette ipnotizzate da tutto ciò che appaia moderno. Il primo è il carattere classista di tale snaturamento. È evidente infatti che il «Curriculum dello Studente» in buona parte rispecchierà null’altro che la condizione economica della sua famiglia. I figli delle famiglie agiate potranno esibire la frequenza a corsi di lingua e d’informatica, soggiorni estivi all’estero, abbonamenti a concerti e quant’altro. Nulla di tutto ciò potranno invece fare i giovani provenienti dagli strati sociali meno favoriti. «In questo modo – ha scritto lucidamente un gruppo di duecento insegnanti in una lettera aperta al ministro – la scuola, che in passato è stata un fondamentale strumento di emancipazione e di possibilità di ascesa sociale, viene trasformata in uno strumento di ratificazione, se non di accentuazione, delle differenze sociali ed economiche».

Il secondo aspetto odioso sta nella pretesa – alla base del «Curriculum» nonché degli studi che teorizzano i character skills – che sia possibile formare e fornire la radiografia caratteriale di un essere umano stabilendone i contorni quando egli ha appena 18-19 anni, cioè quando egli è ancora tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della giovinezza. C’è in una simile pretesa l’idea di un fissismo quasi genetico, di una predestinazione biologista, che è totalmente agli antipodi di una concezione liberamente umana della personalità come qualcosa sempre capace di evolvere, di ricredersi e di mutare. Cioè della sola concezione della personalità che la scuola può fare propria, dal momento che il motore primo dell’evoluzione e del mutamento ora detti è precisamente il sapere e la conoscenza che essa ha il compito di diffondere.»