Recensione | “The Crown” ovvero “la fine del Re voluto da Dio”

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In un mondo come il nostro, ateo, individualista, governato dalla politica spicciola degli affarucci e dei compromessi, degli incompetenti, delle bagattelle tra partiti e della corsa all’adulazione del popolo o alle false promesse per assicurarsi il voto dei peggiori, ha ancora senso la monarchia? La serie Netflix The crown ci dice chiaramente di no. O meglio, una monarchia tradizionalmente intesa, oggi, chiaramente non ha più senso di esistere.
 
C’era un tempo, molto lontano, in cui l’Inghilterra era cattolica, e i suoi re erano realmente pontefici; “ponti” tra il Cielo e la Terra, intermediari tra il popolo e la forza di Dio e la sua Provvidenza.
Un tempo in cui essere re non era un privilegio ma prima di tutto un dovere e una responsabilità drammatica. Egli, non in quanto uomo, ma in quanto archetipo, doveva rappresentare tutte le virtù di un regno e dare l’esempio alle sue genti.
Sant’Alfredo il Grande, che fu santificato dalla chiesa cattolica, portò avanti il suo compito tra atroci dolori e sofferenze a causa della malattia e degli eventi. Re Enrico V combatté sempre in prima linea, nonostante venne ricordato come un uomo che odiava la guerra, riportando l’Inghilterra sul podio d’Europa.
E tanti altri sovrani si potrebbero citare prima del fatale regno di Enrico VIII, l’uomo che per lussuria e titanismo recise ogni legame con il Cielo.
E non è un passaggio storico casuale perché la serie The crown dipinge un quadro impietoso di come si è ridotta la corona di Inghilterra oggi (probabilmente in Inghilterra hanno conosciuto il format del “reality” ben prima che venisse portato nel vecchio continente dalla televisione americana).
 
«Un re che lascia confermare dal popolo la sua funzione sovrana, ammettendo, con ciò, di essere responsabile di fronte al popolo — invece di essere re¬sponsabile per il popolo dinanzi a Dio — un tale re ha rinunciato alla sua regalità. Nessuna infamia commessa da un re — e Dio sa se essi non ne hanno commesse — distrugge la sanzione mistica oggettiva del sovrano. Ma una elezione democratica la distrugge immediatamente». Così scriveva Hans Bluher.

 

Più volte durante la serie ci viene tratteggiata una corona moderna, una monarchia al passo con i tempi, la monarchia costantemente alla ricerca dell’approvazione delle nuove ideologie, un po’ come la religione, che insegue affannosamente i falsi e affatto momentanei traguardi della scienza profana. Una monarchia che si riduce ad una semplice istituzione decorativa e di rappresentanza, una specie di bel sovramobile o, secondo l’immagine ricordata da Loewenstein “qualcosa come la figura dorata che si metteva sulla prua di un galeone“.
Oggi infatti, la famiglia reale, non ha niente più di legittimo o regale. Dal punto di vista politico non ha più alcun potere, figurina di un parlamento democratico eletto dal basso. Dal punto di vista rituale, custode di riti che ormai hanno perso l’influsso spirituale che ogni rito porta seco grazie al collegamento regolare con il divino. Dal punto di vista dell’esempio, perché il suo popolo non chiede più al suo re di essere onorevole, sincero, coraggioso o dal cuore puro; il popolo non trae esempio dal suo re. Il popolo inglese sfama attraverso il re e la sua famiglia la sua morbosa sete di gossip, appaga il bisogno del pettegolezzo e del biasimo nei confronti dell’altro.
Si potrebbe dire che la corona di Inghilterra moderna per come è dipinta in questa serie è il megafono di tutte le bassezze di un popolo.
E probabilmente l’intento del regista voleva essere questo; nel mondo moderno infatti l’identificazione nel basso viene visto come un dovere all’uguaglianza. Chi sta in alto è costretto a scendere al livello del più miserabile degli uomini perché nel mondo post- rivoluzionario tutti possono essere tutto e poiché non è possibile elevare gli inetti, la migliore qualità di un re, rappresentante del suo popolo, non è più essere il migliore tra gli uomini, ma degradarsi, fino al punto in cui la massa informe, il demos televisivo, possa riconoscersi e farsi meno schifo perché in fondo, ora, ha la dignità di un re.
Una monarchia che si innesti in una democrazia pura, svuotata di ogni potere realmente trascendente e di ogni Auctoritas concessa dall’alto, dovrà scendere a compromessi, a patti con il demos, dovrà confrontarsi sul loro campo di gioco, che segue regole grossolane, che non può neanche comprendere le regole su cui si basano le caste che in passato sono state a lui gerarchicamente superiori.
La regina, che inizialmente sente il peso della corona come un insopportabile fardello, giunge gradualmente ad attaccarsi al suo ruolo, annullando se stessa e facendo prevalere le esigenze della corona (esigenze si badi bene del tutto profane e di etichetta) alla parola data e agli affetti familiari.
La regina Elisabetta è la perfetta regina moderna, statua di cera di una monarchia che non ha più senso di esistere. Priva di emozioni eppure così profondamente timorosa del giudizio altrui.
Dal punto di vista tecnico è una serie che si lascia guardare ma che non spicca certo per soluzioni innovative o originalità. Grande cura è stata messa nello studio dei luoghi, dei personaggi e degli eventi reali che hanno accompagnato la regina Elisabetta durante il suo lunghissimo regno.
In definitiva la serie the crown è una serie non di certo imprescindibile. Qualche frecciatina contro il sacro o la tradizione in generale viene sempre scagliata, ma giusto quel minimo per permettersi di far parte del palinsesto Netflix. Il suo unico merito, se così vogliamo definirlo, è l’aver messo su pellicola la decadenza palese, lampante, di una delle ultime corone d’Europa (semmai ci fosse stato bisogno di aver conferma da una serie) e che il destino della monarchia appare essere, in un certo modo, solidale con quello dell’intera civiltà moderna e più propriamente dipendente da quella che potrà essere la soluzione di una crisi che, di questa civiltà, ne sta investendo le stesse fondamenta.