Rigenerazione Evola | Spengler, Mussolini e gli “anni decisivi”

204

A cura della redazione di RigenerAzionEvola


Continuiamo lo Speciale dedicato ad Oswald Spengler, con un’altra sorpresa per voi lettori; e non sarà l’ultima, come vedrete. Oggi, vi proponiamo una rarità, vale a dire una breve recensione scritta da Benito Mussolini sulle colonne de “Il Popolo d’Italia” nel Dicembre 1933, relativa a Jahre der Entscheidung di Spengler, uscito proprio quell’anno in Germania, e che il Duce – che, com’è noto, conosceva bene il tedesco – ebbe modo di leggere in lingua originale. Mussolini, con il suo stile tipicamente giornalistico, propone con periodi asciutti, concisi, essenziali, un rapido ma incisivo commento alla prima parte dell’opera spengleriana, invitando il Professor Vittorio Beonio Brocchieri dell’Università di Pavia, celebre germanista, a tradurre l’opera. A completamento e commento dell’articolo di Mussolini, vi proponiamo poi un estratto di “La recezione di Spengler in Italia”, saggio introduttivo al “Tramonto dell’Occidente”, nell’edizione di Guanda, scritto dalla professoressa Margherita Cottone, all’epoca brillante ricercatrice, che ci aiuta ad inquadrare meglio il rapporto tra il Duce ed Oswald Spengler tra la fine degli anni Venti e i primi Anni Trenta,  di cui abbiamo fatto cenno nell’editoriale di presentazione di qualche tempo fa.

***

“Spengler” – Recensione breve a “Gli Anni Decisivi” di Oswald Spengler

di Benito Mussolini

Tratta da “Il Popolo d’italia”, 15 dicembre 1933

Questo libro di Osvaldo Spengler ci giunge con una copertina nera sulla quale spiccano le lettere bianche del titolo «Jahre der Entscheidung» (Anni decisivi). Prima parte: «La Germania e lo sviluppo storico mondiale». È un libro che si legge con interesse e può considerarsi in connessione stretta con l’altro già famoso «Untergang des Abendlandisches» (Tramonto dell’occidente) (*). Questo fu scritto nel 1918, in piena guerra mondiale; l’attuale esce nel 1933, dopo la trionfale rivoluzione hitleriana, della quale, però, non si parla e gli scarsi indiretti accenni sono piuttosto acerbamente critici e non apologetici. Nel libro di Spengler si può spigolare che «Napoleone era un italiano il quale scelse Parigi come strumento della sua volontà di potenza», che «non ci sono vinti e vincitori, ma che l’Europa è stata vinta», che «la Germania riprende la sua funzione storica di nazione di frontiera conto l’Asia», che «l’Italia, finché Mussolini vive, è una grande potenza la quale può forse trovare nel Mediterraneo la grande base per diventare una effettiva potenza mondiale», che «l’analogia fra Stati Uniti e bolscevismo è più grande di quanto non si possa immaginare», che «l’Italia può diventare l’erede della Francia nel Mediterraneo, se resta a lungo sotto la direzione di Mussolini, per fortificarsi spiritualmente e durare», che «il pensiero creatore di Mussolini fu grande ed ha avuto una efficacia internazionale: vi si vide un metodo per combattere il bolscevismo», ecc..

Le pagine 134-135 che lo Spengler dedica al Fascismo, ne colgono alcuni aspetti, ma sono affrettate. Il Fascismo merita più attento e serio esame da parte di Spengler. Notevole il suo atteggiamento di fronte al problema «razza» di così scottante attualità non solo in Germania, ma nel mondo. Spengler vuole nettamente differenziare il suo punto di vista da quello volgare, darvinistico o materialistico che è oggi di moda fra gli antisemiti d’Europa e d’America. Udite, «L’unità della razza – dice Spengler – è una frase grottesca dinanzi al fatto che da millenni tutte le razze si sono mescolate … Chi parla troppo di razza, dimostra di non averne nessuna». Fatte queste citazioni e molte altre le lasciamo sulle penna, qual è la tesi dello Spengler? Questa. Che il mondo è minacciato da due rivoluzioni: una bianca e una di colore. La bianca è la «sociale» ed è il risultato catastrofico del crollo della civiltà del secolo XVIII e dell’avvento del regno della massa specialmente di quella che si ammucchia  – senz’anima e senza volto – nelle grandi città, avvento verificatosi nel secolo XIX sotto il segno del liberalismo, della democrazia, del suffragio universale, della – globalmente detta – demagogia. L’altra rivoluzione è quella dei popoli di colore, i quali, essendo più prolifici dei popoli di razza bianca , finiranno per sommergerla. Si pone, quindi, per noi, europei del XX secolo, la domanda: Che fare? Spengler non risponde molto chiaramente a questo angoscioso interrogativo. Per quanto concerne la Germania e forse anche altri paesi, egli addita la via della salvezza della «Preussentum», in altri termini dello spirito militare prussiano quale si palesò nella guerra dei sette anni e quale rimase da quell’epoca depositato e venerato a Potsdam.

Il prof. Beonio Brocchieri dell’Università di Pavia, che già sunteggiò brillantemente e fedelmente l’«Untergang des abendlandisches» (*), può curare la traduzione di questo libro che la letteratura politica italiana non può ignorare. Sono, in tutto, 165 pagine.

(*) N.d.R. – da notare che Mussolini, con un piccolo errore, riportò in modo leggermente inesatto il titolo della celebre opera di Spengler, che è “Der Untergang des Abendlandes”. Il Duce utilizzò infatti il genitivo dell’aggettivo abendländisch (“occidentale”), anzichè del sostantivo Abendland (“Occidente”, letteralmente “la terra della sera”).

***

Estratto da “La recezione di Spengler in Italia” (saggio introduttivo al “Tramonto dell’Occidente”, Editore Guanda)

di  Margherita Cottone

Se dopo la critica negativa del Croce lo Spengler filosofo della storia resta pressoché sconosciuto in Italia, maggior fortuna toccò alle sue opere minori di immediato interesse politico. Spengler stesso nel 1925 le inviava premurosamente a Mussolini che ne sollecitava l’immediata traduzione. Nel 1932 esce L’uomo e la macchina e nell’estate del ’34 Anni decisivi che Mussolini stesso aveva già calorosamente segnalato sul «Popolo d’Italia» del 15 dicembre 1933 riassumendone il contenuto e citandone i passi più significativi. Ma perché Spengler e perché Anni decisivi? La predilezione di Mussolini per questa opera di Spengler s’inquadra nell’ambito della contesa ideologica tra Roma e Berlino sulla massima questione «di quale di essi avesse il diritto alla primogenitura riguardo alla nuova dottrina della salvazione del ventesimo secolo» (1).

Se, per Spengler, Mussolini era un uomo «von cäsarischen Schlage», di stirpe cesarea, un vero Cesare, Hitler era soltanto un capo-popolo, un “plebeo” agitatore di masse

Nonostante la tattica di Hitler di passare sotto silenzio tutte le divergenze, il contrasto esisteva ed era scoppiato a proposito della dottrina della razza e dell’antisemitismo, che ancora in questa prima fase Mussolini respingeva, sottolineando la differenza ideologica tra fascismo ed hitlerismo ed attaccando feroci sostenitori della nordica razza del sangue e del suolo, quali Rosenberg e compagni. Questi infatti, lamentando la debolezza spirituale della razza occidentale, preconizzavano la fine di ogni rinnovamento razziale italiano e dunque anche quella di Mussolini (2). Spengler invece in Anni decisivi nella sua visione apocalittica della civiltà occidentale minacciata dalla rivoluzione bianca e da quella nera, pur additando in fondo nei Germani l’unico popolo in grado di difendere la cultura dell’Europa morente, attacca larvatamente il nazismo e al demagogo Hitler contrappone il vero capo Mussolini, nel quale riconosce uno di quegli uomini «von cäsarischen Schlage» (3); una di quelle nature di Cesare dell’ultima fase della cultura europea, della cosiddetta «Zivilisation» già da lui profetizzate nel Tramonto dell’Occidente.

Con gran cura Mussolini cita nella suddetta recensione alcuni passi di Anni decisivi e naturalmente quelli in cui si parla di lui; cosi, leggiamo che «l’Italia può diventare l’erede della Francia nel Mediterraneo se resta a lungo sotto la direzione di Mussolini, per fortificarsi spiritualmente e durare e ancora che «il pensiero di Mussolini fu grande ed ha avuto un’efficacia internazionale: vi si vide un metodo per combattere il bolscevismo». Sul problema della razza, in polemica con il nazionalsocialismo, Mussolini scrive: «Udite, – L’unità della razza», dice Spengler, «è una frase grottesca di fronte al fatto che da millenni tutte le razze si sono mescolate… chi parla troppo di razza dimostra di non averne alcuna». E conclude il suo discorso raccomandando vivamente la traduzione di questo libro «che la letteratura politica contemporanea non può ignorare» (4).

Vittorio Beonio Brocchieri, oltre che prolifico scrittore e giornalista, nonchè professore universitario, fu anche intrepido uomo d’azione ed aviatore, civile e militare

Il professore Beonio-Brocchieri dell’Università di Pavia «obbedendo all’invito di un’altissima Autorità» (5) lo traduce. Nell’introduzione al libro il Beonio-Brocchieri dà un giudizio contrastante e duplice dell’opera di Spengler; infatti da un lato polemizza coerente con la polemica del tempo contro la tesi spengleriana del primato dello «spirito prussiano, quintessenza eroica, punto culminante della tradizione europea», contro la vecchia tesi pangermanista del resto già smentita dalla storia, «noi abbiamo fatto la guerra e l’abbiamo vinta. Tanto basta» (6) e respinge tra l’ironico e l’indignato l’apocalittica e deterministica visione spengleriana del processo storico, la germanica «pessimistica mania di profetismo funerario» (7); dall’altro ammira in Spengler «l’uomo di un pezzo solo» (8), «l’uomo che scrive con le spalle al muro; perché dietro quel che dice sta un pensiero energico, una vigilanza robusta di dottrina e di esperienza» (9) e riconosce che questa dottrina «fa l’effetto di una meravigliosa scossa elettrica; è un’esortazione forte, convinta alla necessità dell’ordine, all’abbandono di quei miraggi popolareschi che prima e dopo la guerra hanno minacciato di trascinare le nazioni alla rovina…» (10). Inoltre in sintonia con il nazionalismo imperante e contro lo spauracchio del bolscevismo scrive: «C’è anche un desiderio profondo di salvare contro ogni degenerazione internazionalistica e bolscevizzante il patrimonio organico dei singoli popoli e delle singole nazioni, difendendolo strenuamente contro gli assalti degenerativi delle tendenze egalitarie» (11). Lo stesso tono, del resto, si ritrova nel suo lavoro precedente su Spengler e il pangermanesimo post-bellico, dove Beonio-Brocchieri ammira sì lo «slancio umano e commosso del patriota che vuole additare al suo paese momentaneamente depresso le vie della resurrezione futura» (12), ma mette in dubbio l’efficienza apologetica del messaggio nazionalistico che dall’energetismo furibondo della propaganda educativa, dal volontarismo dionisiaco, dal vitalismo faustiano finisce nella morta gora di un determinismo catastrofico» (13)

La sintonia ideologica tra Spengler e il regime fascista esisteva di fatto ancor prima della traduzione di Anni decisivi ed era documentata dalla presenza di uno strano, ma significativo volumetto, pubblicato a Roma nel 1928, di un certo Richard Korherr: Regresso delle nascite: morte dei popoli, con prefazione di Spengler e Mussolini.

Il timore comune al nazionalsocialismo ed al fascismo di un invecchiamento della stirpe satura di «Zivilisation» e incapace di rigenerarsi, e l’esigenza di una politica espansionistica e colonizzatrice,  aveva favorito il sorgere e l’affermarsi del concetto biologico e meccanico del «numero come forza» (14) della prolificità come massima espressione della vitalità di un paese.

Così dunque scrive Mussolini nella suddetta prefazione: «La dimostrazione che il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivi tempi li conduce alla morte, è inoppugnabile. Anche le varie fasi di questo processo di malattia e di morte, sono esattamente prospettate e hanno un nome che li riassume tutte: urbanesimo o metropolismo» (15).

Il concetto della sterilità quale fenomeno tipico dell’urbanesimo, della Weltstadt, il «colosso di pietra» (16) sede dell’uomo divenuto ormai un parassita, irreligioso, intelligente, infecondo, (17) conclusione e destino inevitabile di ogni grande cultura era già stato analizzato da Spengler nel Tramonto dell’occidente. In questa fase l’atto della procreazione, originariamente un fenomeno essenzialmente naturale, decade e muore nel momento in cui l’intelligenza gli pone problemi e fini (18).

La polemica contro «l’erotismo senza conseguenze, contro il culto della maschietta, che educa il corpo della donna non per la maternità, ma per gli esercizi sportivi» (19) assume nella prefazione al libro del Korherr un tono più specificatamente politico; infatti nonostante la fede pangermanista che informa le sue parole, è abbastanza palese la sfiducia negli uomini e nei partiti che guidano la Germania di allora (20). Di contro leggiamo parole di encomio ed ammirazione per la figura di Mussolini, l’unico che in Europa ha capito la grande portata di questo fatto, cioè che «la salute diun corpo vivo si estrinseca con la fecondità. La prolificità è una forza politica… La prolificità del popolo italiano è la sua unica arma; quest’arma però è tanto forte che con l’andar del tempo non permetterà agli altri di difendersi contro di essa» (21). Scritta a caratteri cubitali, quest’ultima frase viene messa nell’edizione italiana in grande evidenza.

“Mutter und Kind” (“Madre e figlio”) di Alfred Bernert (1933)

E’ interessante notare quale ruolo gioco nella politica di avvicinamento di Roma a Berlino questa visione biologistica del pensiero politico. Mussolini, infatti, seguiva con grande attenzione la politica demografica del nazionalsocialismo e laddove, ancora negli anni in cui appariva questo libro, la bassa natalità del popolo tedesco viene vista come presagio della sua morte biologica, l’aumento demografico verificatosi tra il 1933 e il 1935 lo riempiono d’entusiasmo per questa Germania «vitale e dal bell’avvenire» (22) e «contemporaneamente il giudizio sulla presunta inarrestabile decadenza biologica delle democrazie occidentali offriva l’opportunità di spiegare la politica di pace della Francia e dell’Inghilterra sulla base della debilitazione del logoramento della sostanza popolare» (23). È importante rilevare che la scelta delle opere di Spengler da parte del regime fascista cade sempre su scritti dove il riferimento personale e lusinghiero alla realtà italiana è sempre presente. Opere come Preussentum und SozialismusPolitische Pflichten der deutschen Jugend e Neubau des deutschen Reiches trasudano uno spirito ancora troppo germanico per essere prese in seria considerazione.

Anni decisivi è l’ultima opera di Spengler che appare in quel periodo in Italia; da quel momento in poi trascorreranno più di vent’anni prima che venga riproposta al pubblico italiano la traduzione della maggiore opera di Spengler. Per vent’anni l’interesse per Spengler, sia pur marginalmente, va di pari passo con quello per la scuola storicistica tedesca. Lo Spengler politico non interessa affatto.

Note al testo

(1) J. Petersen, Hitler e Mussolini, la difficile alleanza, Laterza, Bari, 1975, p. 249.

(2) ivi, p. 253.

(3) Quest’espressione oltre che in Anni decisivi ricorreva già nell’Untergang des Abendlandes, München, 1973, p. 1102 (N.d.R. – in italiano, l’espressione significa: “di razza, tipo cesareo”)

(4) B. Mussolini, «Il Popolo d’Italia», 15, XII, 1933.

(5) V. Beonio-Brocchieri, Introduzione a  Anni decisivi, Bompiani, Milano, 1934, p. IX.

(6) Ivi, p. XI.

(7) Ivi, p. XXIII.

(8) Ivi, p. XI.

(9) Ivi, p. XXIV.

(10) Ivi, p. XXV.

(11) Ivi, p. XXV.

(12) V. Beonio-Brocchieri, O. Spengler, la dottrina politica del germanesimo post-bellico,Athena, Milano, 1928, p. 164.

(13) Ivi, p. 167.

(14) B. Mussolini, Il numero è forza, «Il popolo d’Italia», 16, IX, 1933. Inoltre vedi prefazione a R. Korherr, Regresso della nascita: morte dei popoli, Roma, 1928.

(15) B. Mussolini, Prefazione a R. Korherr, cit., p. 8.

(16) O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes, München, 1973, p. 673.

(17) Ivi, p. 45.

(18) Ivi, p. 679.

(19) V. Beonio-Brocchieri, Prefazione a R. Korherr, cit., p. 30.

(20) Ivi, p. 29.

(21) Ivi, p. 29.

(22) Cfr. J. Petersen. Hitler e Mussolini, cit., p. 248.

(23) J. Petersen, op. cit., p. 428. A questo proposito, vedi anche Salvatorelli-Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Torino, 1964, pp. 569-72, 917-22.