Sulle premesse spirituali dell’Impero

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di Julius Evola

Il problema dell’impero, nella sua espressione più alta, è quello di una organizzazione supernazionale tale, che in essa l’unità non agisca in modo distruttivo e livellatore nel riguardo della molteplicità etnica e culturale da essa ricompresa.

Così impostato il problema dell’impero ammette due principali soluzioni, che sono quella giuridica e quella spirituale.

Secondo la prima, l’unità dell’impero è quella di una semplice organizzazione politico-amministrativa, di una legge generale di ordine, nel senso più empirico del termine. In questo caso le qualità, le culture e le tradizioni specifiche dei varii popoli raccolti dall’impero non sono lese, per il semplice fatto che l’impero resta, rispetto ad esse, indifferente ed estraneo. All’impero, qui, importa la semplice organizzazione politico-amministrativa e la semplice sovranità giuridica. Esso si comporta rispetto ai singoli popoli così come lo Stato agnostico del liberalismo si comportava rispetto ai singoli, ai quali lasciava fare quel che volevano purché certe leggi generali venissero rispettate.

Nei tempi moderni, un esempio caratteristico di impero di questo tipo è l’impero inglese. Da alcuni, per es., dal Bryce, si è voluto stabilire, a questa stregua, una analogia fra l’impero inglese e quello dell’antica Roma; e anche da noi non sono mancati storici caduti in questo grave errore, per il fatto di aver considerato, nell’antico impero romano, il suo aspetto giuridico e politico, tralasciando, o considerando come irrilevante, ogni presupposto d’ordine superiore, spirituale o religioso.

Vero è, invece, che con Roma si delineò già una organizzazione imperiale del secondo tipo, un impero corrispondente, cioè, alla seconda soluzione. È questa la soluzione, nella quale l’unità è determinata dal riferimento a qualcosa di spiritualmente più alto, che non il particolarismo di tutto ciò, che, nei singoli popoli, è condizionato dall’elemento etnico e naturalistico.

In Roma antica si ebbe già una realtà di questo genere per una doppia via.

In primo luogo, per la presenza di un tipo unico, e di un unico ideale, corrispondente al civis romanus, il quale non era per nulla, come da alcuni si ritiene, una mera formula giuridica, ma una realtà etica, un modello umano di validità supernazionale.

In secondo luogo Roma pose quel punto trascendente di riferimento, di cui dicevamo, attraverso il culto imperiale. Il Phanteon romano, come è noto, ospitava i simboli di tutte le fedi e le tradizioni etnico-spirituali delle genti soggette a Roma, che Roma rispettava e perfino tutelava. Ma questa ospitalità e questa protezione avevano per presupposto e per condizione una “fedeltà”, fides, d’ordine superiore. Al di là dei simboli religiosi raccolti nel Pantheon, troneggiava il simbolo dell’imperatore, concepito come “nume”, come essere divino: esso raffigurava la stessa unità trascendente e spirituale dell’impero, perché l’impero dalla tradizione romana veniva concepito meno come semplice opera umana che come opera di forze dall’alto.

La fedeltà a questo simbolo era la condizione. Giurata una tale fedeltà nei termini di un rito sacro, ogni fede o particolare tradizione nei popoli soggetti, sempre che non ledesse o offendesse l’etica e la legge generale romana, era accolta e rispettata.

In questi termini, Roma antica ci ha presentato un esempio di organizzazione imperiale di perenne ed universale valore. Basta infatti sostituire alle forme condizionate dal tempo, di una soluzione del genere, altre forme, per allontanare qualsiasi apparenza di anacronismo e per accorgersi che chi, oggi, volesse di nuovo studiare il problema di un impero spirituale, difficilmente saprebbe trovare altre prospettive.

Oggi, infatti, molto più anacronistica sarebbe l’idea di una organizzazione super-nazionale basata sull’affermazione di una particolare idea religiosa, sia pure quella cristiana.

Non vi è chi possa sensatamente pensare, oggi, all’attualità e al ritorno di un impero sul tipo di quello spagnolo, supercattolico e inquisitoriale di Carlo V: ma anche all’infuori di questa forma estremistica, ma pur coerente, altre formule, più vaghe e “intellettuali”, di unità supernazionale su base unilateralmente religiosa palesano, di fronte ad un’analisi approfondita, lo stesso difetto.

In un grande quadro d’insieme, non si può dimenticare che di tradizioni religiose ne esistono molte, e spesso di dignità e di elevatezza spirituale quasi pari. Se l’impero dovesse usar violenza su di esse nel realizzare la sua unità definita dall’affermazione e dal riconoscimento di una soltanto di tali fedi, allora è chiaro che noi avremmo dinnanzi assai più un esempio di settarismo, che non di universalismo spirituale.

Già l’esempio imperiale che si preannuncia col fascismo ci indica, del resto, un superamento di questa prospettiva. Infatti nell’impero fascista il cattolicesimo è la religione nazionale del popolo italiano; ma l’impero fascista si dichiara simultaneamente protettore dell’Islam, e, ora, ha riconosciuto e rispettato la stessa religione copta. Ciò altro non significa, se non, che già col fascismo si afferma l’esigenza di un punto di riferimento che stia al di là di quello di una particolare fede religiosa. Diciamo “al di là” non “al di fuori”, perché non bisogna dimenticare che il fascismo ha anche una sua etica, una sua spiritualità, un suo tipo umano, una sua aspirazione a tradurre, nei termini di una volontà dominatrice , il senso di una realtà permanente e universale. Non può dunque trattarsi soltanto di rispetto indifferentistico e agnostico sul tipo della prima delle due soluzioni sopra indicate: bensì del principio di una realizzazione di ordine più alto e “romano”.

Riconosciuto ciò, il problema generale dei presupposti spirituali dell’impero è quello di definire il principio, in funzione del quale si può avere, simultaneamente, riconoscimento e superamento di ogni particolare fede religiosa delle nazioni da organizzare. Questo è il punto fondamentale. L’impero, infatti, nel senso vero, può esistere solo se animato da un èmpito spirituale, da una fede, da qualcosa che si rivolge alle stesse profondità spirituali, dalle quali la stessa religione prende vita.

Senza di ciò, non si avrà mai che una creatura di violenza- l’”imperialismo”- e una meccanica, disanimata superstruttura. È perciò necessario captare- se così si può dire- le stesse forze agenti nelle fedi, senza però che queste fedi ne risultino comunque lese, ma invece, integrate e riportate ad un più alto livello.

Ora, a tanto, esiste una via: essa ci è dischiusa dalla concezione, secondo la quale ogni tradizione spirituale e ogni particolare religione non rappresenta che l’espressione varia di un contenuto unico, anteriore e superiore a ciascuna di tali espressioni.

Saper risalire fino a questo contenuto unico e, per dir così, super-tradizionale, significherebbe anche raggiungere una base atta ad affermare una unità che non distrugge, bensì integra, ogni particolare fede e che può definire una “fedeltà” imperiale, nel riferimento, appunto, a quel contenuto superiore.

Trascendere, nella sua etimologia latina, significa: “superare ascendendo”- epperò in questa parola sarebbe racchiusa tutta l’essenza del problema.

Qui, ci limitiamo a questo inquadramento generale: che ci servirà come punto di partenza in un prossimo articolo, per altre considerazioni, che lumeggeranno più da presso la veduta qui affermata.