IL SENTIERO DELLA VITA NOBILE | Il Sacro ed il sentimentalismo

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Il Sacro permea la realtà, la sua azione è ovunque manifesta attraverso i simboli, che fanno della realtà un simbolo vivente.
Dire che il Sacro è ovunque non vuol dire che il Sacro è la natura, cadremmo nell’errore del panteismo; il Sacro, Dio, genera la realtà, la permea ma non è la realtà, è la realtà che è in Lui.
Crediamo sia doveroso fare questa premessa per affrontare uno dei più grandi errori della spiritualità moderna, cioè la confusione tra il piano emozionale-sentimentale e quello spirituale, confusione paragonabile proprio a quella esistente tra Divinità e natura.
Questa mistificazione è stata agevolata notevolmente dall’avvento, all’interno della chiesa cattolica, dei modernisti (vedi Enciclica di Pio X “Pascendi”).
Queste critiche non vogliono essere affatto un attacco al Cattolicesimo ma portare alla luce certe deviazioni interne, proprio per poterle smascherare e vivere con un approccio diverso un cammino religioso, propiziando un ritorno alle origini, alla Tradizione nascosta.
Secondo i modernisti l’esperienza spirituale non deve essere una ricerca di un qualcosa di trascendente ma un fatto personale, legato al sentimento del credente ed al modo in cui sente Dio.
Capiamo che avere affermato ciò ha significato scendere nel campo del nemico, del razionalismo e della psicologia, dove magari certe emozioni sono dettate da debolezze interiori o speranze meramente umane ed è proprio con questo tipo di argomentazioni che il sentimento religioso viene denigrato, deriso e arginato, come credenza, superstizione, ignoranza.
Il sacro è altra cosa; esiste in modo a sé stante, non dipende da come lo si sente perchè “è”. Questa contaminazione tra piani differenti ha dato il via all’interno della chiesa a dei mutamenti che l’hanno portata in molti casi a diventare quasi un’imitazione delle chiese evangeliste, in cui si canta con la chitarra il vangelo e si fa di Gesù un pacifista effeminato, in quanto il rito non è concepito nella sua forza trainante verso l’alto ma come una forma esteriore che serve ad aiutare ad esprimere delle emozioni.
Questa, senza ombra di dubbio, è una delle più grandi perversioni operate dalla sovversione nella Chiesa, un atto sottile di cui molti vescovi e sacerdoti sono stati – più o meno volontariamente – degli strumenti. Il significato di questo cambiamento si traduce letteralmente nell’adattare il sacro a sé, mentre il cammino ascendente trova la sua ragione esattamente nel processo inverso. Abbassare la religiosità a questo piano è come castrarla, sterilizzarla e annientarla.
Il sacro è come un Sole tra i ghiacci; guardare al sacro in modo virile significa spogliarsi di ogni veste sentimentale e vivere la sua freddezza, la sua eternità, nella nudità più assoluta; significa sfiorarne la profondità e attingere da esso la forza, non per seguire i moti sconvolti e disordinati dell’anima ma per dirigerli, rettificarli, ordinarli, inquadrarli, sottometterli e orientarli.
L’azione compiuta oggi dal cattolicesimo modernista e da molti movimenti spiritualisti, al contrario, è quella di esaltare questo sentimentalismo becero e lo scambio del segno della pace durante i riti ne è la manifestazione più eclatante. Il rito santo della messa è stato reso simile ad una riunione di condominio. Adattando la forma liturgica all’emozione, al subconscio, molti sacerdoti oltre a perdere i fedeli migliori, o a pervertirne le capacità, deviandone le predisposizioni, non fanno altro che avvalorare il caos interno dell’uomo e, nutrendosi di questo caos, squilibrare di più la Chiesa.
Il rito della messa non è più la passione di Cristo, il sacrificio, ma una festa simile al compleanno di una scolaretta con palloncini, manifesti e poster colorati. Ma cosa c’è da festeggiare nella visione di quell’uomo macellato sulla croce? Molti obiettano che nella messa c’è anche l’aspetto sacramentale oltre a quello sacrificale, cioè la gioia per la resurrezione. Questo è certamente vero, ma la resurrezione è sinonimo di superamento del piano emozionale, è qualcosa che trascende le bassezze umane, un miracolo da affrontare non battendo le mani e cantando canzoncine da zecchino d’oro, ma con virilità e l’impassibile umiltà di trovarsi – come dice Hegel – petto a petto con l’infinito.
Questa contaminazione dei piani è perciò, per l’uomo della Tradizione, una vera e propria castrazione spirituale.
Considerando che più o meno tutti abbiamo una formazione di base cattolica, potenzialmente, portiamo questi retaggi in noi.
Bisogna stare attenti, dunque, nell’affrontare il proprio cammino militante o un percorso religioso, a lasciarsi alle spalle certi atteggiamenti interiori e certe debolezze.
Il Sacro divampa in noi e per essere pervasi da esso serve fermezza, follia controllata, eroismo, sacrificio e silenzio, non mollicci sentimentalismi o scialbi sensi mistici di abbandono emozionale. Questi moniti devono aiutarci a capire meglio l’atteggiamento da tenere anche nei confronti dei propri camerati; spesso è necessario perdere un amico per ritrovarlo fratello, ciò che deve esistere è il confronto spirituale secco, la verità, l’onestà, la sincerità.
La comprensione esagerata, la protezione spasmodica, i moti emozionali vanno troncati, bruciati, solo così seguiremo una spiritualità vera e non una deviazione femminea e sentimentale di essa.
Per fissare lo stato interiore freddo e distaccato da assumere non si può che tenere a mente il monito dell’Imperatore filosofo Marco Aurelio “sii come il promontorio selvaggio contro cui si infrangono incessanti i flutti del mare”.