Kintsugi, ovvero l’arte di “ricomporre la tua vita attraverso il Bello”

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Il Kintsugi o Kinsukuroi, (riparare con l’oro) è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti.  La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.
E a rifletterci bene questa pratica si basa su un modo di concepire la vita diametralmente opposto a quello capitalistico moderno.
Siamo giornalmente, 24 ore su 24, bombardati da una pubblicità massiva che ci suggerisce che il modo migliore per vivere è quello di buttare un oggetto non appena smette di funzionare.
Questo modello economico, specificatamente moderno, parte da lontano, già dal secolo scorso, e ha conosciuto varie fasi:
la prima fu quella dell’industrializzazione e del fordismo. L’introduzione della catena di montaggio e della disponibilità massiva dei prodotti cosiddetti “di largo consumo” portò alla lenta morte dei prodotti artigianali e all’avvento dei prodotti “in serie”, spersonalizzati, privi di un’anima e del tocco dell’artista, ma creati unicamente per soddisfare un bisogno materiale di una popolazione sempre più interessata agli affari mondani.  
Seguì la fase consumistica. Le economie di scala, la legge di mercato e la concorrenzialità selvaggia portano l’America e a ruota il mondo intero ad introdurre, in un sistema economico sempre più globalizzato e massivo, prodotti sempre più scrausi, ma che potessero essere acquistati ad un prezzo sempre più basso. Si giunge al paradosso per cui se si rompe un oggetto è più economico ricomprarlo che ripararlo.
La terza fase fu quella del consumismo estremo, per cui il prodotto, dopo un po’ di tempo, va cambiato a prescindere (periodo che si accorcia giorno dopo giorno), anche quando il prodotto è ancora perfettamente funzionante. Le aziende tecnologiche inducono obsolescenza forzata attraverso gli aggiornamenti per rendere inutili i loro stessi prodotti e costringerci di fatto a cambiarli, a sostituirli con l’ultimo modello, che ormai esce a cadenza quasi trimestrale. L’ultima auto con un restyling alla linea: cambi i fari o sposti una presa d’aria ed è già pronto il nuovo prodotto per gli acquirenti compulsivi (del resto se non cambi l’auto ogni tre anni “sei un barbone”).
Infine la fase finale, la sharing economy, che di fatto è il processo terminale della fase precedente. Gli aggiornamenti infatti, i nuovi modelli e le nuove uscite ormai sono cosi ravvicinate che il consumatore è giocoforza obbligato a “condividere” il prodotto di nuova uscita per poterselo permettere.
Già in passato abbiamo parlato di sharing economy e del sistema economico che cercano di imporre nel prossimo futuro. La green economy in questo senso diventa un utile strumento per il radicamento di questo modo di pensare, anche nelle menti più restie, quelle “virtualmente” contrarie al sistema capitalistico, ma che in un certo modo vengono attirate dalle promesse dei falsi “messia con le trecce”, e che tornano belanti e ordinati nel gregge di coloro che spingono l’umanità tutta verso il consumismo assoluto. Sistema che porterà ben presto alla perdita della proprietà privata e la reificazione dell’uomo nel perfetto “buyer persona totale”.
E non è un caso che la figura del manutentore stia sparendo, o che i giovani non sappiano più fare i famosi “lavoretti” o riparare anche gli strumenti più semplici di uso quotidiano.
Ma purtroppo questo approccio, che è figlio del materialismo, in realtà non si limita a produrre i suoi danni solo in ambito economico.
La perdita del senso e della cura nelle cose si traspone facilmente a qualsiasi piano dell’esistenza.
Pensiamo al drastico aumento dei divorzi degli ultimi decenni. Mettere le cose a posto in una relazione è un concetto passato. Se le cose vanno male, si tronca. Punto. e il giuramento di fronte a Dio che teoricamente legherebbe i coniugi nella buona e nella cattiva sorte non frena neanche per un secondo l’individuo moderno che non sente su di lui il peso della responsabilità di nulla, perché così gli han sempre insegnato.
Il partner o gli amici si sostituiscono con la stessa facilità con cui si sostituisce l’iphone non più funzionante; i bambini si gettano: “si applica il diritto di reso”, quando la gravidanza è indesiderata, oppure si comprano in qualche paese estero, noleggiando l’utero di qualche disgraziata e lo si fa spedire a casa un po’ come un ordine di Amazon.
Questo approccio alla vita ha facilmente attecchito nella mente dell’uomo moderno; molle, avverso all’impegno e alla costanza. Inorridito dal sacrificio e pervicacemente alla ricerca del piacere, del benessere e di un modo per “ottenere e pretendere” faticando il meno possibile.
Aggiustare e mantenere integro richiede impegno e dedizione.
Alcuni scrittori imbevuti di modernismo, con la cattiva abitudine di occidentalizzare il modo di pensare orientale, han voluto vedere nell’arte del kintsugi un omaggio alla “resilienza”, termine raccapricciante tutto moderno e privo di significato, se applicato all’uomo come persona integrale.
La realtà è che il kintsugi richiama profondamente la ritualità e il simbolismo del buddhismo zen, come la cerimonia del tè e dell’ikebana, che nacquero circa nello stesso periodo.
Lo zen, (soprattutto in quelle correnti che han saputo coniugare armoniosamente l’estetica raffinata del popolo giapponese con la sapienza esoterica del buddismo) mira ad insegnare all’uomo l’impermanenza del manifestato attraverso la caducità della bellezza, cogliendola in ogni attimo, soprattutto nella quotidianità. La Bellezza, la perfezione di una porcellana creata da un maestro artigiano, che ha messo tutto se stesso in quell’opera, donando la sua opera al divino come fosse un sacrificio rituale, è un oggetto che potrebbe avvicinarsi alla perfezione. Eppure niente è eterno nel mondo manifestato, persino la Bellezza; eppure è la ricerca di essa, che può e deve essere preceduta da molte cadute, che rivela la natura “aurea” delle cose, oltre la perfezione statica, apparente, del transeunte.
Riacquistare quel sobrio senso di cura per le cose, che non è attaccamento materiale per esse ma espressione simbolica di una dedizione per il Vero e il Giusto, e quel virile patto d’onore per i legami veri è il primo passo per disintossicarsi dal veleno modernista.