11 giugno | Il senso di esserci – in ricordo di J. Evola

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Riceviamo e pubblichiamo questa intensa riflessione di Giacomo Petrella in ricordo dell’anniversario del passaggio oltre questo mondo di Julius Evola, l’11 giugno 1974.
Personalmente non amo i calendari devozionali. Rischiano di cristallizzare il pensiero, o forse  meglio, di assopire lo stile di ognuno in un vuoto succedersi di rituali pseudcollettivi del tutto privi  di forza. Eppure il ricordo dell’ascesa di Julius Evola è una di quelle date che non riesco a  silenziare.  
Con questo non si deve intuire alcun intento dogmatico. A ognuno il suo Evola, sia chiaro. Ciò  che, invece, mi preme mantenere in vita sotto la brace e la cenere di un’infinità di parole ed  inchiostro è quel senso di consanguineità spirituale che forse in tanti hanno provato leggendo i  suoi testi e le sue indicazioni. 
Il senso non di una scelta, ma di un modo d’essere antropologico inevitabile: tradizionale nel  moderno, aristocratico nel popolare, metafisico nella più radicale e viscerale accettazione della  realtà. Evola così completa Nietzsche nel dare semplicemente senso al nostro esserci. 
Leggerlo significa guardarsi allo specchio e trovare quella limpida e calma sintesi virile, quella più ampia terza via dell’anima, capace di riportare a casa, da qualsiasi punto della modernità ed anzi, della postmodernità, ci si sia casualmente trovati. 
In una società in cui tutto tende allo specialistico, all’ottuso, al manicheo, alla stupida  connessione nodale, con tragicomiche spruzzate jazzistiche di abominevole marketing del  poliedrico e del dopolavoristico, Evola impone ancora oggi l’uomo integrale, l’uomo completo. E lo fa con l’esempio di una militanza sofferta, ostile al mondo ma nel mondo; soprattutto una  militanza costante e continua, indefessa e per questo troppo spesso scambiata per  opportunistica, arrogante od incapacitante. 
Nelle sue opere rivive l’Eracle della sintesi: l’eroe olimpico, il liberatore di Prometeo, colui che pur  proteggendo il genere umano, per meriti, è assunto dagli Dei come loro pari. Evola è, nella personalissima definizione di alcuni di noi, lo Junger che non ha tradito, che non solo è rimasto al  di qua della linea dell’oggettivizzazione della Tecnica, ma che ha fatto tutto il possibile per fornire a chi è venuto dopo di lui gli strumenti filosofici, politici e spirituali per non tradire se stesso
Mai mi vedrete sul Lyskamm a porgergli omaggio. Non sono un alpinista. Nel mio piccolo, come  tanti di noi, però, sulla scorta del suo esempio, resto in cordata cercando di essere l’uomo più completo per le mie possibilità
Giacomo Petrella