Rigenerazione Evola | Panorama razziale dell’Italia preromana

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A cura della redazione di RigenerAzionEvola


Tra le mostre riaperte al pubblico dopo il lungo periodo di chiusure da Covid-19, spicca sicuramente, alle Scuderie del Quirinale, “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, mostra realizzata con la Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, curata da Massimo Osanna e Stéphane Verger. Il titolo riprende la famosa frase di Ottaviano Augusto, che per la prima volta unificò l’Italia in un territorio omogeneo, sotto il segno eterno di Roma: “Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit” (“Tutta l’Italia giurò spontaneamente fedeltà a me e chiese me come comandante della guerra in cui poi vinsi presso Azio”): così si legge nelle sue Res Gestae, in cui Ottaviano attribuiva alla nazione italica la scelta spontanea di combattere al suo fianco nella guerra civile che lo opponeva a Marco Antonio. La mostra racconta questo complesso processo di unificazione, attraverso i reperti e gli oggetti più significativi che illustrano la straordinaria ricchezza dell’Italia preromana, articolato mosaico di genti e di tradizioni, ripercorrendo le tappe che, dal IV secolo all’età giulio-claudia, la condussero a essere unica sotto le insegne di Roma.

L’occasione ci è parsa propizia per dare la parola a Julius Evola che, nelle vesti di archeo-antropologo, ci parla proprio del panorama etnico-culturale delle genti pre-romane, in un articolo pubblicato su “La Difesa della Razza” nel giugno 1941.

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di Julius Evola

tratto da “La Difesa della Razza”, 20 giugno 1941

Vi sono due metodi distinti per affrontare il problema delle origini. L’uno è quello di chi si vanta di non aver dei «presupposti» e che si basa esclusivamente sui cosiddetti «dati positivi» – è il metodo seguito da buona parte dei ricercatori contemporanei e che anche in Italia è predominante, per effetto del sopravvivere della mentalità critico-positivista ottocentesca. Nell’altro metodo ci si riferisce invece ad insegnamenti d’ordine tradizionale e non si fa mistero circa il fatto, che da tali insegnamenti si traggono deliberatamente le salde basi per cercar di collegare e di ordinare l’insieme delle tracce sparse e frammentarie che, nei varii domini dell’antropologia, dell’archeologia, della paletnologia, della filologia, ecc. fino a noi sono pergiunte dei tempi primi.

Se anche nel campo delle scienze fisiche ci si è dovuti alla fine convincere, che i «fatti», in sé stessi, non provano nulla, poiché tutto dipende dalle premesse e dal sistema complessivo da cui si parte per spiegarli, sì che uno stesso fatto può provare teorie assai diverse – se un Poincaré, un Le Roy, un Braunschweig han dovuto senz’altro riconoscere una simile relatività del «fatto» in ordine alla conoscenza più «positiva» che si possa immaginare, ciò non può che valere in maggior misura in ordine alla conoscenza delle origini e (ciò non può, ndr) che far palese la relatività di quelle ricerche che, avendo per principio una mancanza di principii, procedono disordinatamente, passando senza sosta da una ipotesi all’altra.

Nel presente articolo intendiamo dare un cenno rapidissimo circa il problema delle razze nell’Italia preromana, partendo  precisamente da un punto di vista, ecco quali sono i principali punti di riferimento per il mondo mediterraneo in genere.

Nel mondo mediterraneo vanno distinte tre influenze, originariamente provenienti da tre ceppi razziali distinti, non ario l’uno, gli altri due arii. Qui noi usiamo la parola «ario» per semplificare la terminologia. Per «ario» intenderemo l’elemento comune a tutte le maggiori stirpi indoeuropee. La radice prima di tale elemento comune è, secondo gli insegnamenti tradizionali, «iperborea», legata cioè alle regioni del nord, però in un periodo assolutamente preistorico, anteriore di migliaia di anni al primo apparire dei popoli germanici o nordici in senso stretto.

1) Ciò premesso, nel mondo mediterraneo dobbiamo anzitutto considerare uno strato o substrato non-ario, pre-ario e potenzialmente anti-ario. È, per tale ragione, quello più antico, costituito da detriti di razze primitive, in parte di origine australe, in parte negroidi (uomo di Mentone), senza escludere sopravvenienze sparse – qui come in tutta Europa – della razza animalesca dell’uomo di Neandertal in ceppi, con cui essa era entrata in contatto prima di scomparire. Secondo la terminologia adottata, in fatto di classificazione anche spirituale delle razze, nella nostra opera Sintesi di dottrina della razza (Hoepli 1941), in questo substrato predomina l’elemento «tellurico» o «ctonico» nelle sue forme più grezze cupe: oscura aderenza dell’uomo alla terra e alle forze sotterranee, «infere», «demoniche» delle cose.

2) Secondo elemento: influenze ed elementi razziali di una corrente differenziatasi dal ceppo ario in epoche antichissime, penetrata e diffusasi nel mediterraneo secondo la direzione da occidente ad oriente, cioè dalle antiche colonne d’Ercole e dalla Spagna verso l’Egitto e la Siria. Benché arie, le razze e le civiltà di questo ramo ci si presentano, in buona misura, al limitare dei tempi storici, già degenerescenti e alterate. Talvolta elementi dello strato più antico vi presero il sopravvento, specie come influenze spirituali.

Qua e là, presso a forme involute o alterate, permangono tuttavia frammenti del più alto retaggio, che non di rado, più tardi, dovevan riprender vita. Come designazione generica, possiamo parlare, qui, di un ciclo pelasgico e di razze pelasgiche. Dal punto di vista della razza dello spirito, secondo la terminologia usata nell’opera nostra già citata, qui prevale la «razza lunare» o «demetrica». Il simbolo feminile trasposto al divino, ha nel ciclo in quistione un parte di primo piano e spesso si unisce ad elementi o «tellurici», o «dionisiaci» nel senso più basso, orgiastico ed estatico, provenienti dallo strato aborigeno non-ario.

3) Vi è infine da considerare un ultimo elemento parimenti ario, ma conservatosi più puro, anche perché in buona misura si tratta di razze apparse nel mondo mediterraneo e nella stessa Italia in un periodo più tardo che non i due precedenti: diciamo in buona misura, perché alcune vene di tale corrente nella parte nord-occidentale della nostra penisola sembrano non esser state prive di relazione col ciclo stesso dell’uomo Cro-Magnon. Si tratta di razze venute nel Mediterraneo dal Nord o da Nord-Ovest: in fatto di razza dello spirito, prevale in esse quell’elemento «solare» ed «eroico» (sempre secondo il senso dato a tali termini dalla nostra terminologia) che, in origine, fu comune a tutta la gente aria di ceppo iperboreo. Le ultime ondate di tali razze furono quelle acheodoriche dell’antica Ellade.

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Quanto all’Italia, le antiche tradizioni parlano degli Aborigeni, degli Ausoni e anche dei Sicani e dei Liguri come primi abitanti della nostra penisolaSi menziona anche un ciclo che sta in connessione con figure mitiche, quali i fauni e le ninfe, come pure di un regno «saturnio» nella regione laziale, col senso quasi di una promanazione dell’età dell’oro. Non è facile orientarsi in tali tradizioni e metterne in luce il substrato storico, dato lo stato nel quale esse sono giunte fino a noi.

Ercole e Caco (Firenze, scultura di Baccio Bandinelli)

Gli Aborigeni e il ciclo connesso a «Fauno» sembrano tuttavia parlarci di un substrato italico non-ario, che fu anche simboleggiato nella figura di Caco; la lotta fra Caco, figlio del dio del fuoco tellurico e dl sommovitore demonico della terra, ed Eracle, già secondo il Piganiol rifletterebbe nel mito lo scontro fra quel substrato ed esponenti della razza e della spiritualità aria ed «eroica». I Sicani possono essere identificati ai Siculi e concepiti essi stessi come profanazioni di razze nelle quali predominava l’elemento pre-ario e che occuparono una parte dell’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia già assai prima della colonizzazione greca.

La parola Ausoni equivale ad Aurunci, nome di popoli menzionati dallo stesso Virgilio, che secondo il Ducati costituivano propriamente una popolazione limitata nel territorio costiero fra il Liri e il Volturno e rientrante nella grande famiglia osco-sabella. Una tale famiglia crediamo che, a sua volta, possa riconnettersi alla seconda componente, vale a dire quella ario-pelasgica, ossia ad elementi involuti di anteriori colonizzatori ari, caratterizzati come diremo, dal rito funerario della inumazione (seppellimento dei morti).

Qui cade dir qualcosa della cosidetta civiltà della Maiella. Per quanto essa presenti varie stratificazioni e tratti non unitari, pure riteniamo che essa stessa si possa riferire fondatamente a questa seconda componente. Non siamo pertanto dell’opinione del Rellini, che inclina a considerare come autoctona italica e senz’altro aria (cioè indoeuropea) la civiltà della Maiella. Caratterizzata parimenti dalla inumazione, questa civiltà ha caratteri simili a quelli del ciclo «pelasgico», stendentesi fino all’Asia minore, e quindi non soltanto italico. Lo stesso Rellini ricorda p. es. l’idolo di bronzo ritrovato nella regione della Maiella, che rappresenta Cerfia, la dea madre di tali arcaici ceppi italici: ora, è indiscutibile la relazione di questo idolo informe, simboleggiante in modo primitivo la fecondità tellurica, con una quantità di imagini appunto del ciclo mediterraneo-pelasgico e «lunare». Può ben esservi una relazione fra gli Osco-Sabelli e la civiltà della Maiella; la lingua dei primi è d’origine aria, e questa origine può essere senz’altro riconosciuta agli uni e all’altra ; ma si tratta di razze arie che o per via d’involuzione, o per la mescolanza con più bassi strati mediterranei di tipo non ario e di civiltà tellurico-matriarcale, divennero gli esponenti di uno spirito e di una tradizione molto diversa sia da quella originaria, sia da quella conservatasi nelle razze falico-latine.

Saturnia Regna del mito costituiscono un enigmatico e pur importante motivo delle origini  italiche. Saturno, dio dell’«età dell’oro» qui appare come un re primordiale del Lazio. L’accenno è importante per il fatto che dovunque appare l’idea della «età dell’oro» si conserva in fondo il ricordo mitologizzato del ciclo della razza primordiale o razza iperborea che dir si voglia. Qualcosa del retaggio di tale razza sembra dunque esser apparso nello stesso Lazio e, a dir vero, in un luogo che gli Antichi misero in relazione con quello, dove poi doveva sorgere Roma. Ma si tratta di un’eco di epoche antichissime. Già nell’epoca prima di Roma, Saturno ci appare non più come un dio di luce dell’età prima, ma come un dio di carattere agrario, terrestre e talvolta perfino infero, tellurico: ci troviamo di fronte agli effetti di un processo di involuzione e di degradazione che deve essersi anche affermato, in genere, nella tradizione originaria e nella razza di certe genti, ma non in modo tale che al sorgere della nuova civiltà romana varie parti di essa non riprendessero nuova vita e non ritrovassero significati più alti e originari.

Il celebre guerriero seduto di Roquepertuse (Provenza, Alpi, Costa Azzurra), sito archeologico del popolo celto-ligure dei Salluvi – image from wikipedia commons, author:  Robert Valette (*)

Mentre vari autori inclinano ad associare i Sicani con i Liguri, noi crediamo che per queste due razze si debba invece tracciare un limite ben preciso. I Liguri, che occuparono l’Italia settentrionale, con una parte di quella centrale e le due isole di  Corsica e di Sardegna (ove a sua volta sono riscontrabili resti di civiltà antichissime), per via di vari elementi, ai distinguono dai Siculi e dagli Aborigeni della leggenda, perché non solo han poco a che fare col ciclo tellurico pre-ario, ma si differenziano dalla stessa civiltà pelasgica della decadenza ario-mediterranea nel conservare un maggior resto dell’antica purità e perfino tracce d’origine iperborea:  ricordiamo ad esempio la presenz del culto solare nelle tradizioni liguri, come pure quella di simboli nordico ari, come l’ascia, il cigno, la croce radiata, ecc.. I rinvenimenti in corso presso Col di Tenda sembrano confermare tale tesi. È possibile stabilire una certa relazione fra i Liguri delle origini e le ultime promanazioni della civiltà franco-cantabrica dei Cro-Magnon, dalla quale s’irradiò in Europa una delle principali correnti della colonizzazione aria da Nord-Ovest a Sud-Est. Peraltro, Virgilio, nell’Eneide (libro X), ha esaltato i fortissimi liguri alleati di Enea e il verso ad essi relativo, adsuetum malo ligurem, benché alquanto controverso, sembra riferirsi proprio alle qualità di forza, di incrollabilità di fronte ad ogni contingenza propria a questi discendenti della razza aria primordiale.

Dagli studiosi della preistoria italica viene constatato il salto esistente fra l’età del rame e quella del ferro in Italia: l’età intermedia del bronzo vi manca del tutto. Dal punto di vista delle tracce positive, dalla civiltà della Maiella si salta alle tombe dei Colli Albani, dal rito funerario della inumazione rannicchiata, che si trasforma in inumazione a corpo disteso, si salta al rito della arsione. È una differenza notevolissima, che si accompagna sd un mutamento radicale di civiltà e che riflette sicuramente una diversità di razza. Dai più, e dallo stesso Ducati recentemente, è stato constatato che i luoghi ove il nuovo rito dell’arsione è attestato, ci dicono del suo essersi diffuso dal Nord verso il Sud, cioè che esso rito è stato introdotto in Italia da ondate di genti di provenienza nordica.

Si tratta di elementi da connettersi alla terza delle influenze già dette al principio. E queste sono propriamente le razze da cui provennero i progenitori dei Romani, cioè i Latini, e razze ad essi affini, quali p. es. gli Albani. Fino ad un certo tempo fa, come punto di partenza, nel riguardo, si assumeva la cosidetta civiltà delle terramare e dei villanoviani, risalenti verso il 1500 a.C.. Ma oggi si inclina, sulla base di nuove ricerche, a far indietreggiare di un notevole tratto di tempo questa data. Particolare importanza ha, a tale riguardo, tutto ciò che è stato scoperto da non molto in Val Camonica, nell’Italia settentrionale (su tali rinvenimenti diremo nel nostro prossimo articolo): sono tracce che confermano la stretta affinità di quel focolare preistorico di civiltà aria italica con la civiltà generale di tipo propriamente ario-occidentale e nordico-ario.

Per ora, è importante fissare che questa colonizzazione aria in Italia, che raggiunse la parte centrale della nostra penisola, fu anteriore sia al regno degli Etruschi, sia all’apparizione dei Protocelti. Per quanto molto si sia discusso sugli Etruschi e si ami sempre parlare di «mistero etrusco», pure noi crediamo che molti decenni di ricerche in proposito poco siano valsi a modificare le vedute geniali e precise sull’origine e lo spirito della civiltà etrusca già esposti dal Bachofen verso il 1870: gli Etruschi appartennero essenzialmente al ciclo «pelasgico», furono una popolazione non-aria o della decadenza aria. Essi riuscirono a sottomettere le precedenti razze nordico-arie da cui derivarono i Latini e le popolazioni ad essi affini, per essere a loro volta stroncati dalla civiltà di Roma, riprendente molti temi appunto del superiore retaggio eroico e solare.

Come inquadramento generale della preistoria italica si può dunque dare, riassumendo, il presente schema: mentre qua e là in Italia sopravvivevano, in seno a genti appartenenti essenzialmente al ciclo mediterraneo pre-ario o della decadenza aria, frammenti enigmatici di tradizioni più originarie e più pure (vestigia fra i Liguri, mito dei Saturnia Regna, ecc.) e mentre genti successivamente stabilitesi in Italia (che poi noi conosceremo come osco-sabelle e cui si riferiscono le tracce della Maiella) in gran parte erano soggiaciute all’influenza della civiltà «tellurica» caratterizzata dal rito funerario dell’inumazione, civiltà sviluppatesi fin nel Mediterraneo orientale con un centro importante a Creta;  ad un dato momento, verso il secondo millennio a.C., si verifica un movimento verso il Sud di genti arie praticanti il mito dell’arsione, di quelle che lasciarono dietro di sé le tracce di Val Camonica e che ebbero per epigoni le popolazioni latine, albane e affini. Questa ondata esaurisce, ad un dato momento, le sue possibilità vitali. Subentra il regno degli Etruschi ed anche dei Protocelti. È pertanto un periodo di latenza, non una estinzione. Per vie enigmatiche, forze dello stesso ceppo si riaffermano e trionfano col sorgere di Roma e col consolidarsi dell’imperium e della civiltà della città capitolina.

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Nell’immagine in evidenza, il ritorno di guerrieri sanniti dalla battaglia (affresco di una tomba sannitica rinvenuta a Nola; Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Free image from wikipedia