Recensione | La società da liquidare

260
Renzo Giorgetti, La società da liquidare, Solfanelli, Chieti, 2021.
(recensione a cura di Heliodromos)
Ne La Guerra Occulta, Emmanuel Malynski arrivava alla conclusione che «il capitalismo moderno è la maggiore società segreta», che copre il mondo moderno con la rete delle sue innumerevoli ramificazioni. A queste illuminanti parole del conte polacco ci ha fatto pensare questo nuovo libro di Renzo Giorgetti, il quale definisce l’intero Occidente — i cui confini coincidono proprio con l’espansione e la diffusione universale del sistema capitalista — una “setta”; presentando in questo suo prezioso lavoro «una prospettiva originale, che forse sconcerta, ma che di certo non illude, mostrando nuovi spiragli per visioni ed azioni non più limitati dagli angusti confini del vecchio pensare, suggerendo, nel fornire una nuova visione del problema, se non la sua soluzione, almeno qualche valido tentativo di risposta».
Di fatto, da oltre due secoli tutto l’Occidente vive nel ventre di un mostro marino che ne ha inghiottito gli abitanti, vivendo questi fin dalla nascita da ignari prigionieri, senza nemmeno il sospetto, nella maggior parte dei casi, che possa essere mai esistita una realtà diversa e alternativa; sarebbe infatti compito della cultura della memoria e della Tradizione quello di trasmettere e perpetuare la conoscenza di quest’altra realtà: “memoria” e “trasmissione” che propriamente mancano a questo mondo senza tradizione. Una setta suicida, «che con la scusa (o la convinzione) di liberarci dai nostri difetti ci priverà di tutto, anche della vita, cui si dovrà rinunciare con il sorriso sulle labbra e la sicurezza di essere nel giusto». E l’atteggiamento tipicamente settario traspare già dall’esclusivismo che contraddistingue questo tramontante Occidente, con la pretesa di combattere e squalificare preventivamente ogni possibile oppositore, delegittimandolo e negandogli ogni dignità e diritto all’esistenza.
Opportunamente Giorgetti si domanda: se nella setta di Scientology «i critici e gli avversari vengono chiamati “persone soppressive”, nella grande Scientology del politicamente corretto quanti e quali sono gli appellativi con cui vengono chiamati i dissidenti?». Perché ogni setta, qualunque sia il suo riferimento finirà sempre per assumere connotazioni religiose, nutrendosi di “verità” ritenute assolute e accettate indiscutibilmente, essendo una caratteristica propria di ogni setta quella di perseguitare gli oppositori e i dissidenti: «sia in maniera violenta sia con provvedimenti di tipo economico o con esclusioni da incarichi e uffici, così come con la perdita della credibilità e della rispettabilità»; cooptando e premiando, viceversa, tutti coloro che si dimostrano fedeli e funzionali ai meccanismi del sistema, realizzando in questo modo quello che Giorgetti chiama “il governo dei peggiori”.
Del resto, che si abbia a che fare con una vera e propria setta lo dimostra, per esempio, la misteriosa e inspiegabile adesione planetaria alla narrazione pandemica, anche da parte di governi (Russia, Iran) e di autorità religiose (Chiesa cattolica) che, teoricamente, dovrebbero essere autonomi rispetto alla narrazione ufficiale. O, per rimanere in un ambito più ristretto, quando si vede un Presidente della RAI come Marcello Foa — che in passato ha documentato scientificamente le manipolazioni dell’informazione — assistere allo stregonesco strazio di dati e notizie senza fiatare, i conti non tornano: soldi?, minaccia di sterminargli la famiglia?, o più semplicemente incoerenza del personaggio in questione? Considerazioni, sia ben chiaro queste ultime, di cui ci assumiamo tutta la responsabilità, esonerandone l’Autore che vola ben più alto. 
Il potere delle suggestioni determina dei vincoli atti a dominare le menti e la volontà degli individui, spacciando per normalità un sistema di valori e le sue norme di condotta che, analizzati dal di fuori del clima di passiva adesione settaria, con mente libera e indipendente, apparirebbero normalmente in tutta la loro illogica e perversa parzialità. Che si abbia a che fare con la costituzione giacobina del 1793 o quella sovietica del 1936, fino a giungere alle deformazioni e illegalità dell’odierna Unione Europea, vivere nella menzogna è il motto fondante di ognuna di loro. Menzogna affermata e imposta, di volta in volta, con metodi spietati e grossolani, prima, fino alle sofisticate imposizioni attuali del politicamente corretto e dell’onnipresente vigilanza dell’occhio informatico.
L’inganno democratico, dove al termine utilizzato impropriamente per addolcire e rendere commestibile l’ignobile pasto del dispotismo moderno non corrisponde nessuno dei significati originari della parola democrazia, trattandosi di una semplice trovata propagandistica con la quale si sono giustificati gli abusi del potere pubblico e fatte passare le peggiori aberrazioni politiche degli ultimi secoli, dando alle popolazioni l’illusione di governarsi da sole. Scambiando per pace la passiva sudditanza dei conquistati; per facoltà di scegliersi i rappresentanti l’essere chiamati, una volta ogni tanto, a tracciare un segno su una scheda con partiti e nomi considerati “presentabili”; etichettando gli oppositori intellettuali come negazionisti («Diffondere il proprio pensiero oggi è molto semplice ma proprio per questo farsi sentire è difficilissimo») e gli eventuali resistenti armati come terroristi; chiamando privacy l’invasione incontrollata nella sfera più intima e privata delle persone.
La Setta, che col governo dei soviet aveva fagocitato la Santa Madre Russia, trascinandola e riducendola a sua volta in “Occidente” facendone un punto di forza dell’antitradizione, realizzò nel laboratorio sovietico un minuzioso sistema di soppressione dei corpi e annichilimento delle coscienze che gli sarebbe tornato utile più avanti: ai nostri giorni, per esempio! Anche allora ci furono coloro (i “compagni di strada”) che si illusero di potersi salvare la vita mostrandosi gentili col potere, scagliandosi contro i dissenzienti e gli oppositori, salvo poi finire per essere a loro volta mangiati (anche se per ultimi) e travolti dal tritacarne che avevano contribuito a far funzionare. «Con i poteri totalitari non si collabora, soprattutto quando offrono spazi di libertà e finte possibilità di espressione. Le loro saranno sempre concessioni, parziali e revocabili in qualsiasi momento, e per di più vincolate a superiori direttive, più o meno tacite, da rispettare alla lettera».
L’ipocrisia di quanti, dicendosi tolleranti, applicano una spietata intolleranza nei confronti di coloro che non rientrano nei loro parametri “democratici”, la dice lunga sull’onestà intellettuale di simili personaggi. Per tali ceffi, a differenza di ogni uomo onorato e dabbene, non conta quello che si fa veramente ma quello che si dice e si proclama solo a parole. Attribuendosi in tal modo le massime virtù del vivere civile, essi sono in grado di raggiungere bassezze inimmaginabili e indegne di un essere umano. Concedendo l’agibilità politica solamente a chi sottostà al “galateo” settario e ricorrendo a qualunque mezzo e stratagemma per annientare gli avversari.
Uno dei peggiori vizi che la setta criminalizza e condanna duramente, insieme all’odio — che tuttavia «è come un anticorpo, un meccanismo di difesa per chi sente che le differenze esistono e hanno ancora un significato» — è il pregiudizio, il quale non è altro che «la sintesi di un patrimonio di conoscenze e di esperienze sedimentate nel tempo»; come del resto dimostrano splendidamente le fiabe tradizionali, col loro patrimonio di conoscenze codificate in figure emblematiche, alle quali bastano pochi tratti o accenni per indicarne ruoli e funzioni. Per cui, alla fine della giostra, si torna al solito tentativo di demolizione dei pilastri della cultura tradizionale, nella loro funzione formativa e difensiva dell’autonomia e del dominio su di sé per ogni essere umano. Togliendo all’uomo le sue radici e i suoi riferimenti del passato lo si lascia in balia del mercato, dove gli rimane il diritto di consumare e consumarsi in una sonnolenta deriva. I pregiudizi invece proteggono dalle idee stupide, mentre il politicamente corretto si fonda sulle più stupide delle idee: «Nell’epoca attuale, dove tendenze antinaturali, antivitali e perversioni di ogni tipo vengono propagandate come salute e normalità, è necessario il recupero di quelle tendenze oggi così combattute ma che, per nulla malvagie, sole possono ricondurci a un senso della vita più veritiero e aderente alla realtà».
Ma è evidente che questa “rivolta” non può compiersi utilizzando i vecchi strumenti della politica: per lo meno di quella politica che per avere agibilità è costretta (anche se non sembra costargli poi molto!) a scendere a compromessi col “potere profondo” e con le regole del suo sistema chiuso e bloccato. Utilissima, a tal proposito, è l’arguta spiegazione che Giorgetti dà di un quadro di Francisco Goya (“La Casa dei Matti”). La prima libertà da cercare e perseguire è quella mentale, uscendo dallo stato di follia generalizzato cui sono stati ridotte le società umane: «Il livello da cui si parte è probabilmente il più basso: in primo luogo bisogna riacquistare la salute mentale e solo in un secondo momento dedicarsi alla conquista della vera libertà, non più tirando pugni all’aria ma concentrandosi sulle sbarre della finestra». 
La setta suicida chiamata Occidente da tempo sta gettando le basi per imporre all’intera umanità il suicidio collettivo che, nella sua folle logica, dovrebbe essere liberatorio e risolutivo di tutti i mali. Cercare di contrastare una simile campagna è solo tempo perso e spreco di energie. Proprio in ragione di questa sua deriva antiumana ogni vincolo con essa va definitivamente sciolto, negandogli qualsiasi autorità. Gli uomini guariti e dunque liberi hanno il dovere di riunirsi in Comunità ed approntare gli strumenti, personali e comunitari, per andare oltre una simile follia. Su questo Giorgetti fornisce spunti e suggerimenti  che meritano di essere approfonditi: con lucidità e consapevolezza del proprio ruolo “rivoluzionario” ed epocale.