Il sentiero della Vita nobile | La chiamata del dovere

374

LA CHIAMATA DEL DOVERE

Tratto dalla rivista Raido n. 31

di Antonio Medrano

Il dovere è la pietra angolare della via dell’azione e della vita nobile. Senza l’idea del dovere, che racchiude la nozione di ciò che è buono e giusto, di quello che è conveniente e necessario fare, non sarebbe nemmeno concepibile il concetto di retta azione.

Il senso del dovere è, d’altra parte, una delle qualità che distinguono l’uomo e la donna nobile, se non la principale. Non c’è cosa maggiore che motiva e muove la persona nobile e magnanima del compimento del proprio dovere.

In tutte le dottrine tradizionali si insegna come principio base il compimento incondizionato e disinteressato del dovere, a dispetto dei condizionamenti ai quali possa vedersi sottomessa la propria individualità.

Norma di condotta dell’uomo tradizionale è tenere presente in ogni momento il proprio dovere: attenersi a ciò che questo detta, non trascurare nessuno dei suoi obblighi ed essere ben scrupoloso nella risoluzione di ognuno di essi. “Il dovere prima di tutto”. E’ questo il motto che ha guidato l’umanità nel corso dei millenni, fino all’irruzione dell’attuale civilizzazione individualista e materialista che disprezza il dovere e pretende di relegarlo all’ultimo posto o di sopprimerlo.

Nella tradizione greca e romana il compimento del dovere è considerato il fulcro di tutta l’attività umana, girando tutta la dottrina etica e morale intorno alle idee di aretè o virtus e della magnanimitas o megalopsichia, l’“anima grande” è propria dell’uomo nobile, che è colui il quale si mantiene fedele al proprio dovere.

La città ideale di Platone è organizzata sul principio che ognuno compia alla perfezione il proprio dovere, quello per il quale è destinato secondo natura, tenendo in vista l’Agathon o Bene supremo1.

E sull’idea del dovere si erge ugualmente la figura del Re-filosofo platonico, contemplatore del Sole della Verità che gli detta ciò che deve fare per il bene degli uomini. “Il filosofo di Platone si governa grazie ai dettami del dovere”, afferma il filosofo indiano Mahendranath Sircar, che compara al re filosofo platonico il tipo attivo di Jivan-Mukta o “liberato in vita”, nel quale si incontrano le due forze del Cielo e della famiglia o della patria, secondo la dottrina delle Upanishad.

Per Cicerone non c’è alcun dubbio al riguardo: il dovere è la prima cosa da tenere in conto al momento di pianificare qualsiasi azione; è il criterio che deve predominare tutte le azioni, affinché queste si sviluppino in maniera degna e decorosa.

“Di nessuna azione della vita, né nell’ambito pubblico né nel privato, né nel foro né nella tua casa, sia che tu lo faccia da solo sia in coppia con un altro, può esserne esente il dovere”, scrive il filosofo romano nella sua celebre opera Sui doveri o Sui lavori, indirizzata a suo figlio e che tanta influenza esercitò nella formazione della mentalità europea dei secoli a venire.

Dall’ubbidienza ai doveri, aggiunge Marco Tullio, dipende “tutta l’onestà della vita, e dalla sua negligenza tutta la inettitudine. “Chi non abbia una idea chiara di ciò che significa il dovere, che va unito alla virtù, non potrà coltivare né l’amicizia né la giustizia né la libertà”.

Orazio, che recrimina ai suoi contemporanei il culto del denaro per il quale essi si privano dei loro sacri doveri e che non ha dubbi nel proclamare che la virtù vale più dell’oro, innalza a motto la frase cantata dai bambini romani nei loro giochi:“sarai re operando come devi”.

E aggiunge subito dopo:“non avere di che vergognarsi e vivere liberi dalla colpa: è questo il muro di bronzo che deve difenderci”. Più preciso ancora, al riguardo, sarà l’imperatore Marco Aurelio, che, già nel periodo di grave crisi che colpisce il disfacente Impero romano degli ultimi tempi (con lo stile laconico e virile della migliore romanità), esclama: “Faccio ciò che devo; il resto non mi attrae, perché è qualcosa che manca di vita, di ragione, cammina traviato e disconosce il cammino”.

Per la dottrina indù, l’uomo perfetto è “colui che ha fatto quello che doveva fare” (kritakrityah), l’Arhat o eroe sovrumano che ha compiuto il suo dovere fino alle ultime conseguenze o la cui impronta – la scia o la traccia che permettono i suoi passi – , per aver fatto la sua azione tanto impersonale quanto abnegata, non può esser perseguita dagli dèi né dagli uomini. La purezza della sua attività è tale che, in realtà, non lascia un segno sensibile al quale afferrarsi; tutto ciò che resta dopo il suo passaggio è un’aria pura e limpida, immersa nell’atmosfera del bene.

Cantando le eccellenze del dovere o dharma, Swami Sivananda afferma che è il tramite che ci permette di “giungere a quello che costituisce l’unica ragione di vita”, è quindi per mezzo del dovere che arriviamo a Dio.

Secondo Sivananda, il dovere deve essere il compagno che ci affianca in tutti i momenti dell’esistenza, “la luce che guida” e “l’ideale fondamentale della vita”. Una vita etica, che si attenga al dharma e abbondi di rettitudine e virtù, è “condizione indispensabile per la realizzazione spirituale”, presentandosi come “la precorritrice della illuminazione divina”.

“Con grande pazienza, cerca di fare il tuo dovere il meglio che puoi”, consiglia Ma Ananda Mayi2. Tenendo sempre presente Dio e chiedendo la sua grazia – ci dice la saggia e santa madre di Benarès – , dobbiamo dedicarci alla realizzazione scrupolosa e responsabile di tutti i nostri doveri, con la chiara coscienza del fatto che una condotta retta, che non offra dubbi in quanto alla sua bontà e nobiltà, è l’unica che possiamo concederci. “Per un essere umano dovrebbe essere accettabile solo la più nobile e irreprensibile linea di condotta”.

Conoscere la verità e compiere il dovere sono, nell’insegnamento di Ramana Maharshi, i due assi che conformano il fine della vita, essendo il primo condizione del secondo. “Conosci il tuo tattva, la tua verità, e poi potrai chiederti quali sono i tuoi doveri. Devi esistere per conoscere e fare il tuo dovere”.

Secondo il maestro di Arunàchala il compimento del dovere è il miglior culto che possiamo offrire alla Divinità. E avverte che non possiamo evitare di compiere il nostro dovere, poiché se non lo facciamo con piacere e volontariamente, dovremo farlo di forza e pagando le conseguenze della nostra irresponsabilità.

La saggezza popolare dei paesi europei ha raccolto questo principio basilare della condotta in molti proverbi, detti o modi di dire, che sono stati ripetuti ininterrottamente di generazione in generazione, corroborando così la sua importanza per la vita umana.

Si veda, per esempio, il francese Fais ce que tu dois, advienne que tu pourra (“Fai ciò che devi e accada ciò che accada”), il quale ha il suo equivalente nell’inglese Do well and dread no shame (“Fai il bene e non avere vergogna alcuna”), in tedesco Tue recht und scheue niemand (“opera rettamente e non temere nessuno”) o nell’olandese Doe wel en zie niet om (che potrebbe tradursi come “opera bene e non preoccuparti del resto” o più letteralmente come “fai il bene e non guardarti attorno”). Detti, questi, che incontrano la loro esatta replica nei vari proverbi e massime spagnole: Haga yo lo que debo y hùndase el cielo (“cascasse il cielo, ma farò ciò che devo”), haz bien sin mirar a quien (“agisci bene senza guardare verso chi” nel senso di non essere influenzato in positivo e/o negativo da chi è interessato dagli effetti della nostra azione”), haga el hombre lo que debe y venga lo que viniere (“Faccia l’uomo ciò che deve e venga ciò che deve venire”).

Il dovere è superiore a tutto – dichiarava Lacordaire -. Nessun calcolo, nessun timore, nessuna abilità, nessun desiderio, debbono prevalere contro di lui”.

Il teologo cattolico esprimeva la sua convinzione dal fatto che il riconoscimento di questo predominio del dovere costituisce l’unica strada affinché ci escano bene le cose, anche quando tutte le apparenze sembrano indicare il contrario allontanando da noi il successo. E aggiunse in tono fulminante: “Tutto ciò che di grande si è fatto nel mondo è stato fatto al grido del dovere; tutto ciò che di miserabile si è fatto è stato fatto nel nome dell’interesse”.

Per Goethe, il senso del dovere è “il primo e più importante movimento creatore che risveglia l’anima umana”.

Sostegno della cultura, della vita comunitaria e dell’ordine sociale, il dovere è il mezzo che ci permette di raggiungere la felicità e la libertà. Leva che forgia il carattere, su di esso si tempra la grandezza e la nobiltà d’animo. Aiuta a liberarsi dall’egoismo, dalla egolatria e dall’egocentrismo, e conduce all’incontro con la nostra autentica natura.

Il dovere è ciò che dona alla vita umana altezza, dignità e grandezza. Compiere il proprio dovere non significa altro che realizzare quei principi e valori che rendono la vita autenticamente umana, piena di senso e degna di esser vissuta.

Quando eleggo il dovere come norma di condotta, quando faccio ciò che devo fare, mi decido per quei valori o “ragioni di vita” che danno contenuto e senso alla vita, elevandola e dirigendola verso le vette del Divino.

1 L’Agathon in Platone rappresenta la divinità suprema, mentre letteralmente significa “il Bene”.

2 Ma Ananda Mayi (1896 – 1982) è una delle più grandi figure spirituali dell’India moderna.