In memoriam | Louis-Ferdinand Céline

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1 Luglio 1961
Ricorre oggi l’anniversario della morte di Louis-Ferdinand Céline, personaggio grandioso della storia del XX Secolo, da pochi conosciuto, da molti amato.
Per far luce sulla sua figura pubblichiamo una sua vecchia, bellissima intervista, pubblicata anche su un numero, appartenente alla collezione della rivista RAIDO, risalente al 2002.
Da leggere d’un fiato.

Intervista a Louis-Ferdinand Céline

1944: Céline lascia la Francia. Contro di lui c’è un mandato d’arresto. Roger Vailland ha giurato di ucciderlo. Gli viene rinfacciata la sua collaborazione con il Nazionalsocialismo, il suo anti­semitismo. Céline fugge in Germania, poi in Danimarca, perseguitato dall’o­dio dei democratici, dal disprezzo di Jean Paul Sartre. La sua stessa opera è dimenticata. Céline ritorna in Francia solo nel 1948. Continua a scrivere ma è circondato dall’ostilità generale e si ritira con la moglie Lucette e i suoi numerosi cani e gatti in una casa a Meudon. Ed è qui che rice­ve il giovane universitario belga Marc Hanrez per l’ultima, straordinaria intervista. (Frigidaire n.8-9 luglio­agosto 1981)

Hanrez: Vorrei farle alcune domande a proposito dell’aspetto mistico della sua opera, un aspetto che non è ancora stato trattato dalla critica. Secondo me, una concezione mistica della vita si può trovare nei passi più fiabeschi del “Viaggio al termine della notte”, in ” Morte a credito” e in altri libri…

Céline: Ci troviamo a lato del proble­ma. Se mi è consentito vorrei dire che vedo la cosa un po’ diversamente. Tutti noi abbiamo il desiderio di penetrare questo mistero di cui lei parla, e a cui pittori e disegnatori si avvicinano più degli altri. C’è la linea, questa famosa linea: alcuni la trovano nella natura, gli alberi, i fiori, il mistero giapponese… Bisogna bene che ci si confronti tutti con la natura. Io, devo confessarlo, non ne sono poi così fiero, mi sono molto occupato del corpo umano, nella mia posizione d’anatomista, come esperto di dissezione. Amo molto la dissezio­ne. Non è una mia invenzione, non sono certo il primo tizio che è affasci­nato dalla dissezione… Ma non è tutto, anche la forma vivente mi interessa. E’ per questo che durante tutta la mia vita ho perduto… no, non ho perduto, ho passato molto del mio tempo intorno alle ballerine, perché volevo avvicinar­mi alle linee e ai corpi che cerco (cosa che è esposta in “L’Eglise” e in “Fèerie”). La ricerca di questa linea astratta: un movimento di danza mi rende raggiante! Ne parla anche Valery, ma con volgarità. C’è gente che non capisce queste cose: io mi sono personalmente educato a lungo a que­sto riguardo. Ero povero e mia madre era merlettaia. Avevamo delle clienti, io ero impressionato dalla loro bellez­za fisica e m’interessavo moltissimo a loro, nella nostra infelicità (perché Dio solo sa quanto lavoravo!). Eppure non ero certo spinto in questa direzione. Tuttavia mio padre – era un disegnato­re – aveva anche lui la tendenza a ricer­care le linee… Per un uomo comune questo è solo un atteggiamento da porco. C’è, infatti, un lato erotico in questa smania d’osservare. E’ l’istinto della riproduzione che si fa strada (cer­chiamo di essere sinceri, non vorrem­mo certo pretendere di essere puri), ma c’è anche dell’altro. D’altra parte le disgrazie e i difetti fisici mi allontana­no dal corpo umano, dalla persona…

Hanrez: Nell’opera “Entretiens di Robert Poulet”, lei dice chela-maggior parte degli uomini che la circondano sembrano dei morti. Che cosa intende con ciò?

Céline: Si occupano di questioni vol­garmente alimentari o aperitive; bevono, fumano, mangiano,, in un modo tale che sono usciti dalla vita – per la vita. Digeriscono. La digestione è un atto molto complicato (di cui conosco il meccanismo) che li assorbe completa­mente: il loro cervello, il loro corpo.. .Essi non hanno più niente, hanno solo la pelle. Basta mettersi alla terrazza, guardare le persone: al primo colpo d’occhio, lei riconoscerà tutta una serie di distrofie, di volgari invali­dità. Sono laide, penose da vedere! Sono orribili in tutti i paesi del resto. Ed io lo posso dire, visto che sono stato in molti paesi: ero in missione per la sezione d’igiene della Società delle Nazioni. Gli uomini li vedo totalmente assorbiti dalle funzioni bassamente digestive. E’ l’istinto di conservazione (ci sono due istinti nell’uomo: la con­servazione e la riproduzione…). Si abbuffano dieci volte più del necessa­rio, bevono dieci volte di più di quanto dovrebbero; non sono altro che appa­recchi digestivi. Molto a fatica , lei potrà trovare un essere al fondo di que­sta zuppa alcolica e fumo sa.. .ma non è interessante. Si ha a che fare con dei mostri.

Hanrez: Lei sostiene che l’individuo perde la sua coscienza.

Céline: Assolutamente. Sia che si trat­ti di francesi, o di negri, o di gialli, o di rossi, l’istinto di conservazione li domina. Essi ne sono avviluppati, hànno chiuso… Basta qualche chiac­chiera, qualche farfugliamento, delle grandi vanità, una decorazione, delle accademie: ed eccoli soddisfatti. Soddisfatti in una certa misura… Hanno sempre, in fondo, il gusto del circo romano. Gli uomini sono ancora incantati quando vedono altri battersi a sangue, quando assistono a torture. Ho sempre sostenuto che il teatro e il cine­ma annoiano. La gente non ama il cinema, non ama il teatro, si annoia, chi più chi meno. Si dice che un’opera è buona quando annoia meno di un’al­tra, ma non diverte mai. Invece sareb­be divertente uscire dal teatro e trovare aperto un circo romano, con dei mir­midoni, dei gladiatori, che si prendono a sciabolate, si squartano sul serio. Questo sì che è spettacolo, è quello che vogliono, ed è quello che succede! …

Hanrez: Qualche tempo fa lei mi ha detto che il mondo occidentale manca di fede. Quale sarebbe a suo avviso la fede che noi potremmo ritrovare o ricreare?

Céline: La questione è chiusa, finita. Non c’è più fede perché siamo troppo vecchi. Il mondo occidentale è consu­mato dalle guerre, dalle chiacchiere, dall’alcool. Da quando hanno piantato la prima vigna, cioè quattro o cinque secoli prima di Cristo, si può dire che la storia d’Europa sia finita… prima dei druidi! Non c’è più storia.

Hanrez: Qual è il popolo o la serie di popoli che ora farà la storia?

Céline: Sarà difficile. Credo che toc­cherà a quel popolo che saprà astener­si dal bere e dal mangiare… saranno gli asceti. Ma non vedo nessun asceta in questo momento. Buddha è enorme, un commissario del popolo cinese ha un grosso posteriore, come quello di un arcivescovo. Commissario del popolo, arcivescovo o ministro, tutti cominciano coll’avere un grosso culo, guance gonfie, zanne escrescenze ovunque. Sì abbuffano… è quello che chiamano “mangiar bene”! E solo dopo si dichiarano pronti a tutto. Quando un capo di stato rimpiazza un altro capo di stato, quando un genera­le… quando un presidente della Repubblica incontra un altro presiden­te della Repubblica, si prepara un menù, e questo menù, viene pubblica­to dai giornali. Il pubblico guarda e dice: “Ah! Ma guarda che leccornie ammirevoli, involtini di bue, piselli dorati… Ah, che leccornie, che leccor­nie!”. Lei capisce, questo significa dare alla digestione – all’istinto di con­servazione, di conseguenza – un impor­tanza enorme, ed è proprio questo che uccide. L’istinto di conservazione, blandito, vezzeggiato dalla medicina che fa progressi tutti i giorni, come certo lei sa, la chirurgia ecc. Insomma la gente è inadatta, non riesco a imma­ginarmi dei nuovi asceti.

Hanrez: Quindi secondo lei la razza umana del futuro sarà una razza d’a­sceti?

Céline: Ah! Unicamente una razza d’a­sceti! Degli asceti che faranno ogni sforzo per eliminare ogni tendenza alla trippaglia… Altrimenti sarà mostruo­sa. Se si cercasse di allevare dei maia­li, come si allevano gli uomini nessuno li comprerebbe: dei maiali alcolizzati! Noi siamo allevati molto peggio dei maiali, molto peggio dei cani, delle anatre, dei polli… Nessuna specie vivente sopravviverebbe al regime seguito dagli umani.

Hanrez: Lei parla di questo istinto di conservazione che ci spinge ai limiti e che ci uccide, ma questo istinto è pur sempre legato a quello della riprodu­zione, perché per riprodursi bisogna conservarsi.

Céline: Guardi l’istinto della riprodu­zione se la sbriga da solo, non ha dav­vero bisogno di noi. Basta che l’uomo abbia un’erezione, che scarichi i suoi due tre centimetri di sperma – ed oltre, voglio essere generoso – e riesce a riprodursi. Questo avviene tranquilla­mente, è molto facile. Quanto alla donna è sufficiente ch’essa si presti alla bisogna… è fatto… Non ci si occupa di lei, fa dei bambini senza neanche accorgersene. Madri di famiglia che hanno compiuto il loro dovere coniu­gale, è tutto.

Hanrez: A proposito della donna nella sua opera, essa occupa un posto relati­vamente importante, ma l’amore e soprattutto l’amore sentimentale, non vi trova pressoché spazio. Questo accade perché lei lo nega, o perché pensa che è sottinteso, che non deve comparire in primo piano nel raccon­to?

Céline: Non nego spazio all’amore, al contrario. Il fatto che due esseri si associno è una cosa molto rispettabile, direi molto normale, perché aiuta a resistere agli urti della vita, che sono innumerevoli. E’ gentile, è piacevole, ma io non credo che questo argomento meriti troppa letteratura. Anzi le dirò che questa faccenda la considero perfi­no pesante e volgare. “Io ti amo” sono parole abominevoli, che, per quanto mi riguarda, non ho mai adoperato, perché una cosa così non si può esprimere, la si sente e basta. Un po’ di pudore non guasta. Queste cose esistono, ma si dicono una volta al secolo, all’anno… non tutti i giorni come nelle canzonet­te.

Hanrez: Nel “Viaggio al termine della notte”, si sente che il protagonista viene fortemente attratto dalla donna (penso alle diverse donne che egli incontra e specialmente alle due ameri­cane), ma questa attrazione non si esprime attraverso le parole “io ti amo” ecc. Lei pensa che questa attrazione che è alla base dell’amore non debba essere espressa in parole?

Céline: Non vedo perché. E’ un senti­mento, è un atto, Dio mio, abbastanza bestiale – e bestiale bisogna che sia! Contornarlo di fiorellini mi sembra volgare. Il cattivo gusto consiste preci­samente nel mettere dei fiori laddove non ve n’è alcun bisogno. Sono cose che si possono anche fare… ma non è essenziale. Lei entra in un delirio, il coito è un delirio: razionalizzare que­sto delirio con delle manovre verbali, mi sembra idiota.

Hanrez: Lei considera dunque il coito come l’atto supremo, il compimento dell’amore?

Céline: L’amore è un modo di dire: è l’atto della riproduzione. Non ha storia ci è stato dato. E’ un premio che la natura dà al coito per la riproduzione: dà al brav’uomo un orgasmo di qualche secondo che lo mette in comunicazio­ne con lei. Alla brava donna niente, non è importante.

Hanrez: Come in certe credenze induiste lei pensa che nel momento del delirio si entra in comunicazione con la natura.

Céline: Evidentemente… Mistico, non so… Dare un premio al brav’uomo affinché si senta trasportato in un mondo che non conosce, il mondo della natura…

Hanrez: Lei crede che esistano degli altri mezzi oltre al delirio per raggiun­gere questa conoscenza, questa specie d’accoppiamento con la natura?

Céline: E’ molto potente. Non c’è nien­te da dire alla natura. Essa è suprema, perché ci piazza là, poi ci riprende. Dico che gli uomini hanno una sorte molto difficile e dolorosa, perché in fondo la natura si fa beffe di loro.

Come dice La Rochefoucauld: “Essi non si sentono nascere. Soffrono per morire e aspettano di vivere”. E’ così: qspettano di vivere, ma in verità non vivono mai… Capiscono di morire e soffrire per la maggior parte del tempo (il 99 per cento). Aspettano la pensio­ne, aspettano una promozione, aspetta­no la laurea, aspettano sempre qualco­sa. Aspettano l’essere amato, poi hanno qualche mese di delirio, qualche crisi di coito, e poi tornano ai loro numero­si obblighi, più infelici ancora quando si occupano degli altri, chiusi in un eterno egoismo. La loro sorte non è certo divertente!

Hanrez: Ci sarebbe dunque negli uomini un’impotenza a cogliere il momento, a godersi la vita così come si presenta in un momento particolare.

Céline: Si. L’uomo non è un animale, visto che conosce il proprio avvenire. E perciò ha paura, giustamente, di ciò che lo aspetta. La bestia non lo sa, sof­fre quando le capita qualcosa, ma non prevede, o prevede poco, come il cavallo prima di essere abbattuto. La bestia che uno uccide sente di morire, ma solo per brevissimo tempo, mentre l’uomo già sessant’anni prima cerca di farsi un’idea di quello che lo aspetta. Gli studi di medicina lo informano mirabilmente sulla vita. Queste cose lo incupiscono. Egli allora corregge i suoi pensieri lucidi con l’alcool e il mangia­re, i viaggi, un’auto…insomma le diverse tecniche per ingannare la sua luci­dità… Egli non è più lucido. Va alle accademie, al teatro. La sua testa si distrae – all’opposto di quello che cer­cano di fare i religiosi. Gli si ripete tutto il tempo: “Attenzione! Non è que­sta la realtà della morte!”. Insomma invecchia nella sua tomba (il compito dell’uomo è evidentemente di dormire nella sua bara tutte le sere).

Hanrez: Secondo lei, dunque, un pen­siero lucido è un pensiero escatologi­co, essenzialmente.

Céline: Essenzialmente. Egli non può che accettare la propria sorte, pensare al proprio padre, alla madre, ai fratelli, ai cugini…

Hanrez: E’ un pensiero che lei ha già espresso all’inizio di “Morte a credito”, quando parla della morte della sua por­tinaia. Del resto in tutte le sue opere si capisce che per lei è un problema molto importante.

Céline: E’ il principale problema del­l’uomo.

Hanrez: Ma ci sono due modi, credo, di considerare il problema della morte: sia come una paralisi dell’azione e del pensiero, sia come uno stimolante. Ci sono persone che, nella loro maniera di considerare la morte e la sua prospetti­va, giungono a non agire più, non osano più agire. Suppongo che lei non sia tra questi, no?

Céline: Ho sempre avuto un tempera­mento da medico, specie nel conside­rare il problema della morte; la mia vocazione non era letteraria. Alla sua età ed anche quando ero più giovane, avevo la vocazione del medico (nella mia miseria, perché ero molto povero) che consiste essenzialmente nel rende­re la vita più facile agli altri. La mia pratica, se vuole, è una mistica – la sola che abbia – e non m’è riuscita!… E’ una specie di ideale da “buona sorella” che avevo: darmi interamente al conforto dei malati.

Hanrez: Nella sua giovinezza, lei ha ricevuto un’educazione cristiana?

Céline: Ho fatto la mia prima comu­nione, come la fanno tutti a una certa età, poi l’apprendistato presso i padro­ni; a undici anni era tutto finito. Non posso dire che fossi posseduto dalla religione. Ero posseduto dalla medici­na. Non ero disperato. Del resto la vita non la si considera sempre nello stesso modo: a venti, quindici o tredici anni non si vede la morte, non ci si pensa. Si pensa solo alla vita e la si vuole rende­re più facile… Ero un bravo ragazzo, niente di più. Mi occupavo soprattutto di medicina, che mi interessava; e poi sono arrivato alla letteratura come lei sa… E’ stato un passaggio inatteso.

Hanrez: Ma un passaggio che lei ha preso sul serio.

Céline: Solo perché mi hanno reso impossibile seguire la medicina. Non si possono fare dei libri e allo stesso tempo… non sarebbe serio. Oggi tutto è cambiato. Il medico che s’interessa di tutto non esiste più. Oggi, o si diventa specialisti o niente. Ma ai miei tempi era ancora possibile. Un brav’uomo che fa dei libri! Mi è sempre parsa un’i­dea comica, quella di un tizio che si siede a un tavolo e comincia a traccia­re sulla carta dei pensieri. La trovo un’attività immodesta, impudica. Questo modo di guardare la storia non lo trovo serio, e pur tuttavia conti­nuo… Del resto ora non me ne frega più niente, non importa più niente. Ecco.