Perché in democrazia governano sempre i peggiori?

282
Perché nelle democrazie comandano sempre i peggiori?
Ad punctum terre medium… ponderosa cuncta tendere naturaliter
(Rolandino, Cronica, XII,8)
di Renzo Giorgetti

(tratto da La società da liquidare, cap. II; ripubblicato su heliodromos.it)

C’è un fatto che in tutti i regimi democratici si ripresenta costantemente, con cadenza regolare e quasi mai senza eccezioni. Tutti i cosiddetti rappresentanti del popolo, così come gli esponenti governativi, ministeriali e di tutto quello che si potrebbe definire l’apparato di potere, sono invariabilmente di una qualità umana molto bassa, distinguendosi nel migliore dei casi per ignoranza e incompetenza o nei casi più gravi per intrinseca nocività, malvagità e malafede sistematica. Una sedimentazione di stravagante spontaneità in una sorta di grande ricettacolo in cui confluisce tutta la peggiore canaglia antisociale, composta da affaristi, truffatori, millantatori, delinquenti più o meno abituali, spostati, istrioni, minorati mentali, intriganti di ogni specie: un vero “Stato nello Stato”, una piccola repubblica, non “delle Lettere” ma della patologia criminale.

Questa “attrazione gravitazionale” della feccia verso i vertici dello Stato non è per nulla casuale e ha in sé qualcosa di inevitabile, quasi matematico, che ci fa intuire l’esistenza di principi ben determinati ma ancora da scoprire e interpretare.

Secondo un abusato luogo comune la classe politica sarebbe lo specchio della nazione: banalità consolatrice e giustificatrice da respingere totalmente, in quanto non veritiera e ingenerosa nei confronti di chi quotidianamente si impegna mettendo a frutto le proprie qualità, costruendo, ideando e agendo per poi ottenere risultati ottimi a livello personale e collettivo. Chiunque abbia un minimo di esperienza potrà agevolmente constatare che oltre alle numerose eccellenze individuali ne esistono numerose anche a livello associativo nell’imprenditoria, nella scienza e nella cultura, realtà che, contro tutto e tutti, si fanno onore nel panorama nazionale e internazionale, spesso dalla politica venendo anche ostacolate.

Ma allora per quale motivo non si riesce a esprimere una classe politica degna di rispetto? La vecchia critica che vedeva la democrazia come governo dei mediocri non ci ha mai realmente convinto. La selezione inversa che avviene è troppo precisa, quasi scientifica, per poter essere casuale, ma non è nemmeno il prodotto di una scelta umana, perché in tale caso un margine d’errore dovrebbe comunque esserci. Vi è sicuramente qualcosa di diverso, una sorta di legge naturale non ancora del tutto chiarita che agisce in questi contesti anche all’insaputa dei protagonisti.

Per spiegarci meglio dobbiamo fare un salto indietro, molto lontano, e tornare ai tempi dell’antica democrazia di Atene (l’unica peraltro a avere diritto a questo nome). Questa istituzione, diretta erede della polis gentilizia, raggiunse il suo apice nonché la sempiterna fama finché seppe mantenere la propria spina dorsale aristocratica, cercando di trasfondere l’ideale eroico in quello civico. Il tentativo fu quello di nobilitare il popolo piuttosto che democratizzare l’aristocrazia. La cittadinanza era un privilegio, non era automatica e permanente, tutte le prove e i doveri cui era sottoposto il cittadino erano rivolti alla creazione di un tipo umano in grado di comandare e obbedire con lo stesso spirito, con la stessa capacità, mai per individualismo e sempre per i superiori interessi della collettività. Ma questo modello ideale declinò ben presto, volgarizzandosi e degradandosi nella cacofonia demagogica e nella confusione della massa amorfa.

La degenerazione democratica è espressa chiaramente da Aristofane nella sua commedia I Cavalieri (424 a.C.), rappresentazione nemmeno troppo metaforica degli ultimi anni della vita politica ateniese. Al governo (nella finzione teatrale così come nella realtà) si susseguono individui sempre peggiori, in una gara di bassezza e volgarità. Il personaggio di Paflagone, uno dei servi del vecchio Demos, è di fatto il padrone di casa, e impone i suoi voleri agli altri abitanti della casa (in lui si riconosce la figura di Cleone, primo capo politico ateniese a non appartenere a una famiglia di antica nobiltà). Egli cela dei responsi oracolari che parlano del futuro della città: chi governa può essere sostituito solo da individui sempre peggiori. I suoi avversari, scoperta questa predizione si ingegnano per trovare un antagonista che sconfigga Paflagone, trovandolo in un salsicciaio, un “miserabile, sfrontato e cresciuto in piazza”, che possiede tutti i requisiti per mettersi alla testa del popolo “voce spaventosa, nascita ignobile, modi piazzaioli”. Fuor di metafora la profezia di Aristofane non fa altro che prendere atto di eventi già avvenuti nel corso di quegli anni: dopo la morte di Pericle si affermeranno personaggi di ben minore statura, prima il mercante di stoppa Eucrate, poi il mercante di bestiame Lisicle, “che terrà il potere finché non arriverà uno più infame di lui”, ossia lo stesso Cleone.

Viene teorizzata di fatto una decadenza che è quasi naturale necessità, legge fisica, simile a quella che regola la caduta dei corpi e che ineluttabile nel suo svolgimento, non può che portare alla fine delle istituzioni e al modello di vita della polis.

Tale legge di caduta gravitazionale è a nostro avviso la migliore spiegazione del livello umano molto basso di tutti i rappresentanti democratici, livello sempre in peggioramento secondo una continua accelerazione. Già se ne avvide René Guénon, che mise in relazione il democratismo con il peso, non solo da un punto di vista strettamente materiale ma anche “metafisico”. Secondo la sua analisi la tendenza discendente del peso – che la filosofia Samkhya chiama tamas e che si può assimilare anche all’ignoranza e all’oscurità – “crea nell’essere una limitazione sempre più grande e che in pari tempo procede nella direzione della molteplicità, figurata qui da una densità sempre maggiore.” (1)

Una caduta simbolica sempre più in basso, verso quel centro della Terra, quel punto verso cui ogni corpo tende (secondo l’espressione dantesca “al qual si traggon d’ogne parte i pesi”) (2).

Ma attualmente abbiamo un’anomalia, perché la caduta è “verso l’alto” e non “verso il basso”: ma questo avviene solo in senso relativo, per un errore prospettico che ci porta a vedere le cose secondo una visuale ribaltata. Attualmente noi viviamo nel cosiddetto “mondo alla rovescia”. Se ci poniamo in quest’ottica tutto torna, in quanto, se la piramide sociale è rovesciata, l’ascesa non è nient’altro che una caduta, e chi si trova al vertice lo è “meritatamente” ma solo in virtù di tale ribaltamento, esattamente come nelle feste carnevalesche e di fine anno (in tutte le culture tradizionali, già a partire dai babilonesi) in cui ogni ordine era invertito e gli esemplari più vili della popolazione potevano avere accesso ai posti di comando, esercitando sia pure per breve tempo la sovranità (numerose anche in età moderna le illustrazioni del “mondo alla rovescia” in cui sono rappresentati episodi come i servi che comandano il padrone, gli allievi che bacchettano i maestri, il cielo al posto della terra, etc.).

Si può comprendere ora perché questa selezione nella politica sia così precisa e infallibile, rispondendo a una legge che non è solo fisica, ma anche iperfisica, e che non risente di errori e difficilmente ammette eccezioni (gli esemplari migliori, o meno peggiori, che hanno ottenuto il potere in un regime democratico lo hanno fatto sempre in maniera innaturale, con un atto di forza).

A ulteriore riprova di quanto affermato possiamo aggiungere anche il parallelismo tradizionale tra la tendenza tamas (gravità, ottusità, oscurità) e i paria, gli intoccabili, i fuori casta, che trovano la loro soddisfazione in quello che gli altri rigettano. Il paria, secondo Frithjof Schuon, è un soggetto che “costituisce un tipo definito che vive normalmente ai margini della società” e che ha spesso “qualcosa di ambiguo, di squilibrato, talvolta di scimmiesco e di proteiforme, che lo rende capace di tutto e di niente”, “saltimbanco, attore, boia”, protagonista di “ogni attività illecita o sinistra”, attitudini che lo fanno anche assomigliare a certi santi, ma solo “per analogia inversa, s’intende.” (3)

Ciò che è in alto si rispecchia in ciò che è in basso, come un riflesso verosimile ma deformato che ci lascia solo intravedere, e per di più in negativo, l’autentica realtà del modello che dovrebbe essere seguito. 

NOTE

1 R. Guénon, La crisi del mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1972, p.110.

2   Inferno, XXXIV 111.

3 F. Schuon, Caste e razze, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1979, p.13.