Rigenerazione Evola | Un maestro dei tempi moderni: René Guénon

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Tornando allo speciale dedicato a René Guénon per i settant’anni dalla sua dipartita terrena, proponiamo in due parti la versione integrale del mini-saggio “Un maestro dei tempi moderni: René Guénon” che Evola pubblicò sulle colonne de “La Vita Italiana” nel febbraio 1935, e che utilizzò, in versione ridotta e rimaneggiata, quale introduzione a “Considerazioni sulla via iniziatica”, in una delle edizioni successive alla prima assoluta, quella dei fratelli Bocca del 1949, in cui figurava la prefazione del traduttore Corrado Rocco, che abbiamo proposto di recente.

Abbiamo inserito, come altre volte, una suddivisione in paragrafi, non presente nella versione originaria dell’articolo, per schematizzare la lettura. Colpisce il tono molto rispettoso ed agiografico di Evola nei confronti di Guénon (erano ormai gli anni della stima e della collaborazione reciproca tra i due, dopo le pesanti incomprensioni degli inizi), non così scontato e molto significativo del valore che il barone, in quel periodo, riconosceva al maestro di Blois.

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di Julius Evola

Tratto da “La Vita Italiana”, febbraio 1935

1. L’oggettività e l’universalità del mondo dei principi

Il nome di René Guénon ancora non è che scarsamente noto in Italia, se si prescinde da alcuni ambienti alquanto chiusi e dal pubblico entrato in contatto con le sue idee attraverso una serie di suoi recenti articoli ospitati (in parte sotto il pseudonimo Ignitus) dalla pagina filosofica quindicinale di Regime Fascista.

Se si pone mente come in Italia si sia iniziata l’importazione delle idee di autori, come Keyserling, Massis, Spengler e Benda, non si può che lamentare una tale circostanza. È vero che nel suo paese natale, la Francia, il Guénon è stato in ogni modo sabotato da parte delle forze più oscure, in larga misura da democratici, massoni e ebrei, che son giunti al punto di cercar di far scomparire, con veri e propri tranelli, le sue opere dal mercato; vero è anche che, per loro natura, le idee di questo autore sdegnano ogni compromesso atto a cattivarsi il gran pubblico superficiale e dilettantescoe che il Guénon stesso, nella serietà impersonale con cui si è consacrato alla sua opera, si è sistematicamente tenuto lontano da ogni trivio della pubblicità. Ma queste circostanze accidentali nulla tolgono al fatto che nel Guénon sia ha una personalità che per statura spirituale, per serietà e sicurezza di vedute, per una preparazione veramente particolare in fatto di dottrine tradizionali, per autocoscienza, in nessun modo si può mettere sullo stesso piano degli autori sopra citati, che oggi cominciano ad essere introdotti in Italia.

A tale riguardo, mentre sia in uno Spengler che in un Massis e in un Benda, a tacere poi del filosofo da salotto Keyserling, si ha sempre il senso di una teoria personale, di una attitudine voluta più o meno pregiudicata da un momento passionale e quindi insuscettibile ad acquistar significato fuor dal riferimento alla «posizione» dell’autore, nulla di simile è da riscontrasi nel Guénon. Il Guénon non si stanca mai di ripetere che quel che può risentire della sua persona è ciò che in quanto egli scrive è da trascurarsi come cosa priva di valore. In una polemica, egli una volta ebbe a chiedere, se si sia poi ben sicuri che un «R. Guénon» esista realmente o sia solo un simbolo. In questa battuta ironica vi è  effettivamente un contenuto di verità riportantesi direttamente ad una delle principali tradizioni, cui il Guénon si riferisce. Secondo tale tradizione, quel pensiero, che merita un tal nome è qualcosa di superpersonale. Il mondo dei principî è universale, ben distinto da tutto ciò che è opinione e tendenza dei singoli: ed è dunque cosa contingente che esso in un determinato tempo e in un determinato luogo si esprima attraverso l’una persona o l’altra. Vedremo fra breve le applicazioni di una tale veduta, la quale – diciamolo fin d’ora – nulla ha a che fare col volgare razionalismo.

L’attività del Guénon risale ormai a ben più di un decennio, e i suoi libri obbediscono ad un piano ben stabilito, che essi son andati ordinatamente svolgendo. In una rivista, come Vita Italiana, dovremmo soprattutto occuparci della parte dell’opera del Guénon, che ha dei riferimenti politici e sociali. Senonchè prender tale parte isolatamente è impossibile. Il metodo del Guénon è rigorosamente deduttivo. Il suo punto di vista reazionario, «rivoluzionario» e tradizionalista è, in primis et ante omnia, un punto di vista spirituale e metafisico, e appunto il fatto che le sue deduzioni sociali, politiche e di critica del mondo moderno prendono riferimento da tale piano e mantengano con esso la più stretta solidarietà, conferisce alle vedute del Guénon una portata ben diversa di quella di tanti altri, con i quali purtuttavia, nell’esteriorità, esse possono avere dei tratti comuni. Quindi è necessario dar qui un rapido cenno delle opere del Guénon nel loro insieme.

2. Contro il neospiritualismo: l’inganno dello spiritismo e della teosofia

Il compito iniziale è puramente negativo, e se ne può chiarire il senso come segue. Chiuso nella tenaglia del materialismo, l’Occidente negli ultimi tempi è stato pervaso da un émpito confuso verso qualcosa di «altro»non sapendo però giungere che a forme incomposte, equivoche, irrazionali le quali, contraffacendo la vera spiritualità, hanno costituito, alla fine, un pericolo altrettanto reale e grave, quanto quello del materialismo, contro il quale eran partite. È così che il Guénon ha creduto bene procedere, anzitutto, ad una critica demolitrice delle correnti «neospiritualiste» più in voga e più caratteristiche per la deviazione moderna. E ciò ha anche avuto una ulteriore ragion d’essere. Tale è infatti la mentalità di certi ambienti, che oggi non si può più parlare di qualcosa di trascendente, di qualcosa che vada oltre i trivi o del materialismo, o dello scientismo, o di una morta filosofia da università, senza che ci si attiri addosso l’accusa di esser dei mistici, o dei teosofi, o degli… spiritisti. Purtroppo, noi stessi, in Italia, sappiamo per esperienza personale qualcosa di ciò… Quindi, ad evitare ogni equivoco, il Guénon ha cominciato col metter le cose a posto a tale riguardo.

Lo spiritismo è stato il primo a cadere sotto i suoi colpi. Il suo libro L’erreur spirite (Paris 1923) merita veramente di esser letto, perché in nessun altro si trova una mise au point del genere. Bisogna, a questo proposito, comprendere l’attitudine del Guénon: egli non contesta per nulla la realtà di certi fenomeni, ritenendosi anzi fondato ad ammettere molto di più di quel che non possano i volgari spiritisti. Quel che egli afferma, ponendosi dal punto di vista di una dottrina che trova espressione sia in certi aspetti della tradizione cattolica, sia negli insegnamenti di chi, come gli Orientali, purtuttavia erano così addentro in tema di fenomeni psichici – quel che egli afferma, è che tali fatti (medianità, ecc.) non hanno nessun valore veramente spirituale; che ogni interesse per essi, diverso da quello di una fredda constatazione oggettiva, è malsano ed è incentivo di degenerescenza; che l’ipotesi spiritica (cioè l’ipotesi, che come agenti in tali fenomeni siano gli spiriti disincarnati e sopravviventi dei morti), oltrechè, arbitraria, è in sé stessa contraddittoria e che soltanto aberrante è la pseudoreligione che ne deriva in certi ambienti. Spiragli oltre il «normale» possono pur aprirsene, ed anche altrimenti vasti, ma con ben altri metodi e con ben altra attitudine interiore, se di «spiritualità» si deve parlare. Il punto importante, presso questa prima critica del «pericolo spiritualista», è quello della consapevolezza, che esiste una «spiritualità» la quale, lungi dall’aver un qualche carattere sovrannaturale, significa solo regressione in stadi prepersonali e quindi in fondo subspirituali, e che in ciò in fondo naufraga la gran parte di quei movimenti contemporanei, i quali si illudono di far dell’antimaterialismo e dell’antirazionalismo, e di «superare» come che sia quegli insegnamenti tradizionali, che essi più non comprendono.

In connessione a ciò, un secondo colpo cade sulla teosofia angloindiana e sue derivazioni più o meno occultistiche, umanitarie e internazionaliste, per le quali vien proposto il termine di «teosofismo» (Le Théosophisme -Histoire d’une pseudo-religion, Paris, 1921). Il Guénon si mostra terribilmente informato di tutti i retroscena privati del movimento, e non ne risparmia, per mostrare la qualità torbida di simili acque. In pari tempo mette in luce tutto quel che nel teosofismo si risolve in morbosa divagazione di menti confuse, mista a singolari travisamenti di dottrine antiche o orientali per via dei peggiori pregiudizi occidentali. Ed anche qui, come l’antispiritismo del Guénon non vuole dire filisteismo positivista, ma proprio il contrario, così pure il suo antiteosofismo parte unicamente dal bisogno di riportare alla loro giusta luce certe dottrine tradizionali e spirituali, a cui lo stesso teosofismo vorrebbe rifarsi, non giungendo invece che a contraffazioni e falsificazioni più dannose di tutto.

È poi da notare che l’insieme di tali considerazioni e critiche non ha un carattere astratto, semplicemente teorico: il Guénon si preoccupa essenzialmente delle conseguenze che, attraverso vie invisibili per i più, ma non per questo meno reali, da certe confusioni di idee e da certe insane evasioni moderne possono derivare in sede sociale, in senso di maggior disorientamento della psiche collettiva.

3. La Crisi del mondo moderno. La Metafisica

Infine, il Guénon non fa mistero di aver ricevuto un avviamento alla comprensione di ciò che egli chiama «realtà tradizionale» dallo studio e dal contatto di dottrine orientali. Ora, a tanto si è giunti oggi che, non appena si parla di Oriente, se si mettono da parte i morti cataloghi degli specialisti «orientalisti», subito si pensa a teosofia, a panteismo, a Gandhi, Tagore e compagni. Ciò che l’Oriente ha di severo, di virile, di luminoso, di suscettibile a fornire dei punti di riferimento per gli aspetti più profondi del problema della crisi della nostra civiltà e della nostra società, per il Guénon, non ha assolutamente nulla a che fare con tutto questo. Da qui, la ragione ulteriore di queste critiche del Guénon e anche delle esposizioni contenute nell’altro libro: Introduction générale aux docrines indoues (Paris, 1921), nel quale già si inizia il confronto fra la civiltà occidentale e quella orientale e la critica del mondo moderno.

Lo sviluppo di questi ultimi temi in forma sistematica e totalitaria si trova però nelle ulteriori opere Orient et Occident (Paris, 1924), La crise du Monde moderne (Paris, 1927) e anche Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1930), che son quelle più accessibili al gran pubblico e più atte a fornire una visione superiore dei massimi problemi sociali e politici dell’éra attuale. Si tratta di una critica radicale della civiltà occidentale o, per dir meglio, della civiltà moderna, poiché per il Guénon l’opposizione vera non è tanto quella fra Oriente e Occidente, quando quella fra civiltà moderna e civiltà antica. La civiltà antica, quale civiltà «tradizionale», sia pure in diversità di forme di espressione, relative alle circostanze contingenti di tempo, di razza, di mentalità e di luogo, avrebbe obbedito, sia in Oriente che in Occidente, a comuni principî. La sistematica negazione di tali principî, fino ad una completa antitradizionalità, è invece ciò che caratterizza il mondo moderno, è ciò che ne fa l’antitesi non solo dell’Oriente, ma anche dell’antico e migliore Occidente e che d’aktra parte sta a fondamento della sua crisi profonda, interiore e esteriore, intellettuale e sociale.

Il carattere negativo, decadente, del mondo moderno per il Guénon risiede essenzialmente nella perdita di contatto con la realtà «metafisica» e nel conseguente estinguersi di tradizioni dominatrici e viventi traenti il loro diritto e la loro autorità dal deposito di valori, principî e insegnamenti parimenti di carattere «metafisico».

Che cosa intende il Guénon per «metafisico» e per «realtà metafisica»? Questo è il punto fondamentale, che a molti risulterà difficile, perché riferentesi a orizzonti oggi non più conosciuti e insuscettibile ad esser riportati ad una qualunque delle categorie della cultura moderna. Quando il Guénon parla di metafisica, infatti, per prima cosa egli tiene a dichiarare che con questo non intende per nulla riferirsi ad una «filosofia», quindi anche a quei rami di essa che oggi portano – abusivamente – lo stesso nome. Il termine «metafisica» nel Guénon trae il suo senso dal riferimento ad un piano essenzialmente superrazionale. Di là da tutto ciò che è condizionato dal tempo e dallo spazio, che è soggetto a cangiamento, che è intriso di particolarità e di sensibilità, esiste un mondo di essenze intellettuali, non come ipotesi o astrazioni della mente umana sibbene come la più reale delle realtàL’uomo potrebbe «realizzarlo», cioè averne una esperienza diretta così certa, quanto quella mediatagli dai sensi fisici, quando riesca ad elevarsi ad uno stato, appunto, superrazionale, o, secondo il termine del Guénon, di «intellettualità pura», cioè ad un uso trascendente dell’intelletto discioltosi da ogni elemento propriamente umano, psicologico, affettivo, e così pure individualistico o «mistico»: ed è in relazione a ciò, ossia ad una specie di realismo trascendente che intende elevarsi ben più in alto del mondo delle stesse religioni, congiunto ad una ascesi interiore, che dal Guénon viene usato il termine «metafisica».

La posizione, come può vedere chi si sia occupato di studi del genere, è tutt’altro che nuova. Peraltro, il Guénon si dichiara avversario irriducibile di tutto ciò che è «nuovo» e «moderno» e nell’idea che l’esser «originale» e «personale», anziché l’esser vera, decida dell’importanza di una dottrina, egli accusa una delle più singolari deviazioni della mentalità contemporanea. Nella dottrina della «realtà metafisica» il Guénon vuol solo indicare la premessa che fu sempre riconosciuta dovunque si ebbe un tipo normale e creativo di civiltà.

Segue nella seconda parte