Al cospetto del Re della Montagna – Ascesa alpinistica al Gran Zebrù – recensione

191

a cura del Gruppo Escursionistico Orientamenti
Eravamo un po’ incerti sul da farsi quest’anno. Non tanto per gli stimoli e la voglia di montagna, difficilmente da sopire, quanto invece dal fatto che, a causa delle tante restrizioni causa Covid-19, il nostro allenamento invernale è stato meno specifico del solito. Tuttavia, rotti gli indugi, nel mese di maggio abbiamo deciso: scaliamo il Gran Zebrù (3.857 m. s. l. m.).
La montagna, il cui nome leggendario affonda nel medioevo, è chiamata in lingua tedesca Konigsspitze, ovvero Cima del Re. E in effetti la forma imponente e perfettamente piramidale che domina la valle, un insieme di roccia, neve e ghiaccio, dà subito l’idea a chi, risalendo per la valle del Cedec, si trova dinanzi ad una vera e propria Altezza.
Senza contare le tante storie alpinistiche che lo hanno accompagnato, alcune delle quali vere e proprie imprese come quella di Deimberger negli anni ’50 lungo la parete nord e la meringa sommitale, o le tante ascensioni che nel corso degli anni hanno visto protagonista un forte alpinista che è di casa da queste parti, Marco Confortola.
Ed ancora, senza dimenticare le altre tante ed ancora più sorprendenti imprese dei soldati della Grande Guerra, le cui testimonianze sono ancora ben visibili addirittura in cima alla montagna stessa, ove una capanna di legno costruita dagli austriaci ad oltre 3.800 metri di quota, porta con sé storie di drammi ed eroismi. 
Dinanzi a tutto ciò, per noi amanti della montagna e umili alpinisti all’occorrenza, è evidente un certo timore reverenziale che, come in tante altre occasioni abbiamo avuto modo di sottolineare, è un sano modo per avere rispetto, essere concentrati, non lasciare nulla al caso. Poi, come si sa, è la montagna che decide… e anche stavolta ha deciso di accoglierci, come meglio non poteva fare.
Partiamo da vicino Roma alle ore 7.45, diretti verso Santa Caterina di Valfurva, dove si comporranno le nostre due cordate, una sinergia romana-brianzola abbastanza atipica ma già positivamente collaudata un paio di anni fa, quando abbiamo salito il Monte Bianco per la ‘via dei Tre monti’.
Tempo di cambiarci dopo le oltre otto ore di viaggio in auto – e dopo una ‘faticosa’ salita al mitico passo Gavia –, di preparare tutto il materiale ed eccoci in cammino coi nostri zaini pesanti dal parcheggio dei Forni (2.200 metri), diretti verso il rifugio Pizzini (2.700 metri).
Il sentiero è piacevole, una carrareccia che sale graduale e che, in circa 1 ora e 20 minuti, consente di fare un po’ di ‘fiato e gambe’, accompagnati dalle tante simpatiche marmotte un po’ incuriosite ed un po’ allertate dal nostro passaggio.
Mentre saliamo, ammiriamo la porzione centrale del ghiacciaio dei Forni e la sua lingua, con la Punta San Matteo ed il Monte Vioz, oltre alle altre vette appartenenti alle famose tredici cime del gruppo Ortles-Cevedale. Bellissimi posti ed a noi praticamente sconosciuti visto che, finora, le nostre esperienza con l’alta montagna si sono quasi sempre concentrate nelle zone del Monte Rosa e del Monte Bianco.
Osserviamo il Gran Zebrù che, tra le nuvole di questo pomeriggio di venerdì 2 luglio, si fa ammirare nella sua austera ma grandiosa bellezza e, ben visibile, individuiamo parte della via di salita che faremo da lì a poche ore.
Il Rifugio Pizzini è molto ospitale, i gestori sono simpatici ed accoglienti, anche loro un po’ sorpresi dalla sinergia ‘terrona e polentona’ del nostro gruppo: si ride e si scherza, il clima è giustamente rilassato prima della salita.
La cena è l’occasione per un confronto sul percorso e, soprattutto, su quelli che potranno essere i pericoli che oggettivamente porta con sé questa montagna, la cui via normale non è assolutamente banale, per quanto tecnicamente valutata PD+.
Il Gran Zebrù offre tante possibilità di ascesa, alcune delle quali anche molto impegnative dal punto di vista tecnico, e la stessa via normale non è considerata adatta ai principianti, poiché discretamente ripida (fino ad un massimo di 50 gradi) ed esposta. Va da sé, quindi, che la concentrazione dovrà essere massima, onde evitare di alimentare la triste fama che accompagna la montagna dove, nel corso degli anni e proprio sulla via che faremo, numerose sono state le tragedie. Nel mentre, ci sono i Campionati europei di calcio e, come in Italia vs Inghilterra di Fantozzi dove, nel corso della proiezione della corazzata Potemkin, “girava voce che Zoff aveva segnato da calcio d’angolo”, anche in questo caso alcune voci incontrollate – ma poi fondate – ci dicono che l’Italia sta vincendo….  
Sono le 2.30 di sabato 3 luglio e la sveglia suona all’interno della confortevole stanza del rifugio. La sera prima abbiamo preparato tutto il materiale e quindi, consumata velocemente la colazione, siamo pronti per partire alle 3.30. La fila delle luci frontali delle diverse cordate disegna una suggestiva coreografia lungo la morena che, da dietro al rifugio, porta fino all’inconfondibile roccione rosso che delimita la zona oltre la quale inizia il ghiacciaio: meno di un’ora per arrivarci, tempo una ventina di minuti per fare sosta e mettersi i ramponi e legarsi in cordata.
La notte è fresca ma non fredda, il cielo leggermente velato, la neve è in buone condizioni: come direbbe il gestore di un rifugio sul Monte Rosa dove andammo qualche anno fa, è sufficientemente ‘scrocchiarella’.
Passata questa prima ora di trekking, adesso inizia il bello: imbocchiamo coi primi chiarori dell’alba il canale del ‘Collo di Bottiglia’, un pendio fino a 50 gradi, lungo circa 200 metri, un po’ ‘sporcato’ dai sassi che affiorano tra il ghiaccio e la neve… ed è proprio un bel sasso che piove giù dall’alto e ci prende, fortunatamente senza alcun danno. Mentre saliamo veloci ma senza strappi, abbiamo il tempo di scambiare qualche parola con altri alpinisti, oltre che di ammirare il rosso fuoco che inizia a tingere il cielo: il sole sta sorgendo e questo ci dà una grande carica.
Siamo fuori dal canale ed è tempo di una pausa tra le rocce che delimitano l’inizio della cosiddetta ‘Spalla’ del Zebrù, un lungo pendio esposto a sud e, per questo motivo, potenzialmente pericoloso nelle giornate calde o in orari avanzati. È un pendio veramente notevole, un estetico scivolo che alterna pendenze sui 45 gradi ad una breve spianata prima del traverso finale che conduce in cresta. Il panorama è suggestivo, con il Monte Cevedale e la sua imponente vedretta di fronte ai nostri occhi, in grado di riempire ancora di più il magnifico quadro di questo angolo delle Alpi, al confine tra la Lombardia e l’Alto Adige.
Imbocchiamo la traccia che traversa verso destra, a tratti sufficientemente larga per un paio di scarponi e poi su dritti per la parte più ripida della spalla: la neve tiene e si sale bene sfruttando i gradoni che si sono formati a seguito del passaggio delle varie cordate. Ancora un altro traverso ed eccoci negli ultimi 70/80 metri che si impennano dove, tra roccette e un po’ di ghiaccio, arriviamo sulla cresta, breve ma suggestiva. Anche qui la traccia è sicura e lo spazio è giusto per procedere abbastanza tranquilli, avendo sempre a mente che a destra c’è la verticale parete nord ed a sinistra c’è la via di salita; in entrambi i casi una scivolata sarebbe fatale e, quindi, sguardo a terra e concentrazione.
Sono le 7.40 e dopo circa quattro ore di ascesa siamo accanto alla croce del Gran Zebrù ad ammirare un panorama mozzafiato, accarezzati da un vento a tratti un po’ fastidioso. Non c’è né tanto spazio né tanto tempo per riposare, ma sicuramente il momento va goduto tutto, perché ce lo siamo meritati: il nostro piccolo sogno di salire questa vetta si è realizzato, nonostante i molti ostacoli di questo ultimo anno e mezzo, e la scalata è stata veramente bella. Siamo in molti nei pressi della vetta e c’è un certo traffico sia in salita e sia in discesa, il che non agevola né la lunga permanenza ma neanche la progressione stessa. Tempo di un ultimo sguardo alla croce ed al nido d’aquila austriaco che ancora resiste tenacemente sulla roccia, nonché all’Ortles ed alle altre cime tutte intorno, che iniziamo la parte forse più delicata di tutta la gita: la discesa. Molti degli incidenti, infatti, soprattutto su questa via dove, lo ripetiamo, sono fondamentali le condizioni climatiche, considerate l’esposizione a sud e la particolare e ripida conformazione del pendio, sono avvenuti al ritorno dalla cima, quando un po’ la stanchezza, un po’ la rilassatezza, un po’ gli errori di valutazione ed un po’ la sfortuna (o se vogliamo l’imponderabile ‘destino’ connaturato alla montagna), hanno trasformato la gioia in dramma.
Il primo tratto subito dopo la cresta è delicato, la traccia in alcuni punti è esile e c’è del ghiaccio che invita a stare molto presenti, sicuri negli appoggi, fidandosi dei materiali a disposizione (ramponi e piccozze). Nei passaggi più complicati ci giriamo e, faccia a monte, scendiamo più spediti, praticamente disarrampicando.
Così procediamo anche dopo, nel tratto più ripido della spalla dove la neve tiene, nonostante stia gradualmente mollando anche se sono solo le 8.30. Arriviamo all’imbocco del ‘Collo di Bottiglia’ e faccia a valle scendiamo bene, con la sola accortezza di non smuovere i sassi che potrebbero investire le cordate davanti. Finito il canale sono finite le difficoltà (e le tensioni) e la salita al Gran Zebrù è praticamente terminata. Su dei massi della morena ci godiamo il bel sole che scalda, questa volta con grande piacere, anche se un elicottero del Soccorso alpino ci mette un po’ di ansia. Fortunatamente verremo a sapere che una ragazza ha avuto un incidente al ‘Collo di bottiglia’ senza riportare importanti lesioni.
Tornati al Pizzini con molta calma, ecco ‘scattare’ una birra rinfrescante e, riempito anche lo stomaco, ripartiamo alla volta del rifugio Casati, a 3.200 metri. Siamo un po’ stanchi e gli zaini carichi si fanno sentire sulle spalle. Il sole si alterna alle nuvole e questo agevola, quanto meno, il clima che rimane abbastanza fresco. La salita al Casati è una bella e faticosa escursione, con pendii innevati che lasciano il passo a tornanti ripidi che si inerpicano tra sfasciumi di rocce, lungo i quali emergono fili spinati, residui di quella carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale. Il tempo sta cambiando ed il Gran Zebrù, osservato da questa angolazione e col cielo sempre più grigio, appare decisamente severo. Appena arrivati al Casati una pioggia mista neve fa scendere un sapore invernale alla nostra permanenza al rifugio che non sarà come quella al Pizzini, a causa di un trattamento e di una accoglienza coerente con il meteo sfavorevole.
Ciò che non deluderà sarà l’alba al mattino dopo, un meraviglioso risveglio al cospetto del Cevedale che seguirà ad una notte serena e riposante. E ciò che non deluderà sarà l’immagine di una meravigliosa aquila volteggiare nel cielo, simbolo di una due giorni dove ancora una volta la salita al Cielo, oltre alla pratica dell’esercizio tecnico ed atletico, è stata soprattutto un viaggio nella profondità di noi stessi, attraverso una gestione del corpo e dell’anima che resta l’imprescindibile e necessaria formazione per poter assaporare la bellezza e la grandezza dello Spirito.
Al cospetto del grande Re e dopo una discesa di circa tre ore fino al parcheggio dei Forni, si va concludendo la ‘due giorni’ sulle Alpi centro orientali, non prima di una sosta al bar di Santa Caterina per un caffè.
Venite giù dalla montagna”, ci chiede l’oste quasi in dialetto.
”, rispondiamo. “Siamo saliti sul Gran Zebrù”.
Sul Zebrù! E senza guida?”, incalza meravigliato il nostro interlocutore, tenendo in mano un bicchierino.
No, ci siamo autogestiti”, rispondiamo senza indugi.
E siete ancora vivi…..!”, afferma il panciuto e baffuto barista, scoppiando a ridere lui, e noi con lui.
Che dire: non siamo solamente vivi ma ci sentiamo più che vivi!
Un abbraccio cameratesco coi nostri amici brianzoli e si riparte verso casa.
GEO sale!