Tutti in Paradiso… con un calcio nel sedere! – di G. Marletta

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(tratto dal profilo fb di Gianluca Marletta che, come sempre, vi consigliamo di seguire)
Dopo l’ennesimo “insegna agli angeli a ballare” e ci rivediamo in Paradiso, cara Raffaella, mi sono un po’ rotto le scatole e ho deciso di scrivere questo post.
Sia chiaro, non voglio sciacallare, voglio solo mettere i puntini sulle “i“.
Secondo una certa ‘religiosità terminale’ post-moderna, in effetti, pare che la salvezza e il Paradiso siano una sorta di ‘previdenza sociale’ democraticamente disponibile a chiunque per il solo fatto di essere trapassati.
Comprendere le radici di questo atteggiamento sarebbe lungo e complesso e non mi interessa farlo in questa sede. Mi interessa, al contrario, far presente che tale mentalità è la ricaduta più estrema della stupidità post-moderna perché nessun uomo di qualunque tradizione religiosa prenderebbe il post mortem con tale leggerezza.
Hai smesso di soffrire e sei nella Luce” non è un saluto cristiano. Il cristiano non ha mai visto il post mortem come una passeggiata e la possibilità di accedere alla salvezza postula una Grazia e implica, peraltro, nella maggior parte dei casi – a meno che non si parli di Santi pienamente realizzati – un ciclo di purificazione e di prova che potrebbe durare fino alla fine dei tempi (tosta, eh?), prima di accedere al famoso Paradiso.
Nell’Islam, idem con patate.
Naturalmente, è da precisare che questa ‘salvezza’ riguarda chi, durante la vita, ha comunque mirato a Dio, desiderato la salvezza stessa, lottato contro le tenebre e le passioni (non mi sembra proprio lo stile di vita del 90% dei nostri contemporanei…).
Se poi passiamo alle Tradizioni orientali, le cose si complicano.
Nella Tradizione indù, l’equivalente all’incirca del Paradiso dei monoteisti sarebbe il Brahma-loka (punto di partenza – non d’arrivo – per ascendere a stati ancora più alti). Si raggiunge concentrando il pensiero sul Signore Supremo, pronunciando devotamente il Suo Nome, offrendo a Lui devozione e azioni virtuose.
Dall’altra parte, si apre l’abisso del Samsara: inferni tenebrosi a cui fanno seguito indefinite trasmigrazioni, rinascite oscure in mondi inferiori.
Nel Buddhismo Amitābha, quello che contempla possibilità post mortem più simili ai Monoteismi, il raggiungimento della Terra Pura è il risultato della continua invocazione del Nome di Amitābha e dell’affidamento totale alla misericordia. Senza questi presupposti, l’unica possibilità che si apre è la trasmigrazione – non reincarnazione – in stati inferiori e/o infernali dell’essere.
Insomma, l’uomo religioso non ha mai preso il post mortem per scherzo, non ha mai democraticizzato il Paradiso (qualunque cosa si intenda con tale termine), non ha mai beatificato ‘seduta stante’ una persona per il solo fatto di essere morta.
Non è una questione di pedanteria ma di serietà.
Gli Indù dicono: si diventa ciò che si pensa” o ciò che si “desidera. Le nostre vite, generalmente ferine e zoologiche, non sono un viatico verso alcun ‘paradiso’.
Naturalmente, uno può anche dire “sono ateo” me ne frego di tutte le religioni. Liberissimo di farlo. Basta che si lascino in pace gli angeli, la luce e il Paradiso a prezzo di saldo.
I vermi nella bara non ballano, non puoi insegnargli il “tuca tuca”, di te non rimane nulla …polvere alla polvere.
Anche l’Ateismo è una ‘religione’ e come ogni religione merita di essere presa sul serio e fino alle estreme conseguenze.