Coscienza e Dovere | Siamo in guerra! Contro noi stessi

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Premessa: la Militanza, quella vera – che ha lo sguardo fisso nei valori inalterabili della Tradizione e nello sviluppo delle Virtù – è quella lotta in cui la Vita diventa Militia quotidiana e, al di là del tipo di percorso che si intraprende (Azione o ContemplAzione), essa ha come obiettivo il raggiungimento di un’unica vetta. Ma le molteplici strade della Militanza in una cosa sono uguali: non permettono il passaggio a chi non si alleggerisce dal suo “ego”. 
Peso inutile, che ci porta a negare la Verità, a non riconoscere la strada da seguire e neanche l’Azione Tradizionale da compiere. Premesso questo, possiamo affermare una cosa tante volte detta e ribadita, ma che non farà male ripetere: SIAMO IN GUERRA! E sappiate che gli unici pezzi di artiglieria che saranno indispensabili sono quelli da acquisire e sviluppare dentro noi stessi. 
Parliamoci chiaramente… Che questo mondo sia alla fine e che l’aria sia carica di tutti i rinnegamenti del secolo (parafrasando Léon Degrelle) è assodato. Ma se anche la lotta da dover compiere contro questo mondo ci sembra chiara, i presupposti da dover instaurare e seguire, almeno dentro di noi, lo sono? 
Tagliando corto verso chi ci sobillava sperando di sistemarci in fantomatiche strutture di partito, con illusioni di prosperose “carriere” e “ruoli” – così come allontanandoci dall’inganno dell’intellettualismo da salotto diviso a metà tra gli ‘intransigenti da Instagram’ e i ‘duro puristi’ dall’autocelebrante critica – abbiamo scelto di provare quotidianamente sulla nostra pelle la solennità di una militanza che non fosse l’ennesima deviazione illusoria. Appunto, abbiamo deciso di mettere in chiaro nelle nostre vite e nella Comunità che ne è nata, quei presupposti necessari alla guerra da compiere, cui sopra accennati. Un’opera che ci portasse a vivere una Comunità e un’intima battaglia, di sacrificio e di confronto, per restare fermi sulle posizioni di lotta anche quando il nemico avesse conquistato tutto davanti a noi, combattendo, quindi, non per la vana gloria di sentirci diversi o “unici”, ma per conformarsi alla Tradizione e portarsi oltre il vuoto dei nostri giorni. 
Questo percorso, però, non fa certamente sconti a chi non lotta contro il suo ego.
Ed è quindi questo il presupposto che si fa cardine. E certamente non è adatto a chi non è disposto a guardarsi dentro per migliorarsi.
Nello specifico, nonostante questa lotta assuma per ognuno delle peculiarità uniche, pure, ci sono due principali campanelli d’allarme che, quando si “accendono”, fanno capire a tutti che stiamo combattendo contro il nostro ego: l’ansia e l’angoscia.
Due emozioni che hanno il potere di far tremare la terra sotto i piedi e di verificare quanto la nostra Scelta sia saldamente radicata ed esposta ai venti dell’Io, delle rivendicazioni, dei personalismi e del vittimismo.
Nella comunità, che per definizione è organica o altrimenti non è comunità, in cui ogni membro trova la sua naturale collocazione, operando sinergicamente con gli altri, come gli organi nello stesso corpo, questo flusso di energie, di attività e di confronto, dà luogo alla costante di un personale miglioramento. In quanto è nel donarsi e nel sacrificarsi che si alimenta il fuoco della Comunità che per resistere alle intemperie, per sempre più illuminare e riscaldare, ha bisogno di legna pronta e disposta a bruciare ed infiammarsi.
Nel ricevere compiti e incarichi, il militante è chiamato a portare a termine il suo dovere, quali siano gli ostacoli e i problemi (che spesso si manifestano in famiglia, nel lavoro, nel dover limitare i propri interessi o delle rivendicazioni personali). Per conseguire al meglio il proprio contributo in seno alla Comunità, è indispensabile mantenere uno stato di costante tensione e attenzione, come una corda tesa di un arco pronta in qualsiasi momento a scoccare la freccia. 
Questa ricerca di un equilibrio nella propria vita, però, potrebbe far scadere la sana tensione in ansia. È, infatti, quando si perde di vista il ‘come’ – prima del ‘cosa’ – che ci si agita: si perde di vista il senso dell’Azione Tradizionale, e invece di agire con serenità, responsabilità e disposizione al sacrificio, si vive l’Azione in modo passivo e agitato. Si è, in poche parole, agiti e non padroni della propria vita.
Ma è ad azione conclusa che scende in campo la vera sfida: quella del confronto virile con i propri camerati. Confronto tra pari, e non tra eguali, che non è prevaricazione o rifarsi magari di una brutta giornata su qualcuno. Bensì è quel cerchio in cui fraternamente ci si ri-unisce, ricollegandosi e misurandosi con ciò che doveva esser fatto alla luce della Tradizione. È una manifestazione di amore, poiché nulla si vuole per sé stessi quando si è riuniti; tutto si vuole per l’altro, affinché le esperienze e la consapevolezza di uno possano essere messe al servizio per la crescita e il miglioramento di un altro.
Quando ci viene rappresentato un errore da un camerata, l’angoscia di aver sbagliato e l’innesco di un sistema a catena di delusione, inizia a corrodere da dentro; poi, con rapidità difensiva, entrano in gioco le emozioni, l’orgoglio, la rabbia, l’arroganza: eccolo lì, svelato, il nostro ego!
È in questo frangente che ci si denuda completamente, si mostra chi si è ancora senza alcuna maschera di circostanza o formalità. È qui che ci si misura con il proprio percorso sulla via dell’Uomo Nuovo, scoprendo la fragilità della nostra anima che si pensava di acciaio. Anima, in fondo, ancora ferma a posizioni di difesa e conservazione, piuttosto che essere nelle posizioni “dove si attacca”, dove si prende il toro dalle corna, si cavalca la tigre senza essere sbranati, dove si afferrano salde le corde di un cavallo imbizzarrito. 
Dopo questi attimi, dopo la tempesta, il mare si placa. Come ci insegna Arnaldo Mussolini: «Abbiamo un testimone da cui nessun segreto potrà mai liberarci: il testimonio della nostra Coscienza. Dev’essere il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici». Ed è proprio con la nostra coscienza che ci scontriamo intimamente dopo aver tremato: un giudice talmente potente che solo una Vita orientata e illuminata dalle Virtù Tradizionali può tramutare in principio positivo, da veleno ad antidoto. Altrimenti, l’urto non potrà che ingigantire il nostro ego, le nostre meschine rivendicazioni.
Seppur “nefaste”, non bisogna soffocare queste reazioni: esse – come già detto – sono valichi di passaggio fra uno stato e il successivo del proprio essere, per diventare ogni giorno di più Uomo o Donna della Tradizione. E la chiave non sta nell’evitare il confronto o la prova – come in maniera borghese ci insegnano fin dalla nascita – poiché questo è uno di quei momenti da cui non si può – e non si deve – rifuggire
La lezione che questi turbamenti deve portarci è quella del confronto, prima che con gli altri, con sé stessi, quotidiano, eterno, sacro. E’ quella tensione spirituale di chi si tiene sulle posizioni di vetta, di chi fa della propria Vita una Militia super terram, di chi sa che ogni pensiero, parola e azione è esempio, e perciò non la sottovaluta. 
Con i camerati, con la famiglia o sul lavoro, essere quotidiano esempio, portatori sani di quella integrità marmorea e di quella dignità naturale – perché coerente – di cui tanto è insofferente il mondo che si intende combattere, affinché la nostra Grande Guerra Santa non sia solo un concetto da salotto ma una vera e propria lotta contro tutto ciò che corrode, dall’interno, l’Uomo. Noi.