Tutti elogiano (giustamente) Luis Enrique. In pochi lo capiscono davvero

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Non vi è chi non abbia giustamente guardato con ammirazione al comportamento di Luis Enrique – ct della nazionale spagnola – dopo la sconfitta con l’Italia, elogiandone la serenità d’animo, il distacco e lo stile, che colpisce in uomo da poco uscito dalla tragica scomparsa della figlia di soli nove anni a causa di un tumore.
Ma la chiave di lettura data da giornalisti e opinionisti – anche laddove è stata sincera e non l’ennesima forma di sciacallaggio – la tesi di un laico “ritorno alla vita”, oltre a rimanere molto in superficie, ci convince poco.
Sia chiaro: non ci permettiamo di mettere in bocca a Luis Enrique parole che non ha detto – e che fa bene a tenere nella propria intimità – né vogliamo costruire sermoni sulla sua storia. Ma la gioia e la serenità dell’allenatore, la sua capacità di dare e far dare a i suoi il massimo senza pretendere la vittoria come ricompensa, e la sua vera sportività (così lontana da quella di facciata a cui siamo tanto abituati) non possono sembrarci solamente frutto di una rassegnazione passiva a un destino cieco e insensato.
Abbiamo modo di credere, invece, che quella forza nell’agire e nel soffrire, quella lucida accettazione del proprio destino, quell’imperturbabilità, siano il frutto di una Fede, di una dimensione spirituale, solo coltivando la quale si può dare un senso al proprio cammino, anche quando lastricato da dolore e sofferenza. Accettazione, sottomissione e coraggio.
Al contrario, ogni ‘fiducia in se stessi’ non illuminata dalla Fede in Dio, ogni presunto ‘ritorno alla vita’ sganciato dalla Fonte della vita stessa, l’Eterno, non sarà che un cedere alla morte.