I CHING – IL MORSO CHE SPEZZA – esagramma n. 21

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L’I Ching è un antichissimo testo sapienziale cinese, composto di 64 esagramma, simboli costituiti di linee yang (intere) e yin (spezzate), capaci di raffigurare tutti gli stati e i mutamenti dell’universo. Chi ne apprende il linguaggio è in grado di accordare la propria vita all’armonia della Natura (il Tao), ottenendo così la vera Nobiltà dello Spirito.
Lo approfondiamo in questa rubrica curata da Alessandro Zanconato, autore del libro “Il morso che spezza” (ed. Passaggio al Bosco).

SCI HO IL MORSO CHE SPEZZA
L’esagramma, al quale è intitolato questo libro, indica una situazione nella quale occorre essere fermi e decisi: rappresenta un momento difficile nel quale la risolutezza risulta essenziale e, di conseguenza, diventa necessario rompere ogni indugio. Si tratta di un significato inusuale in un testo come l’I Ching, che in generale esalta le virtù della calma, della docilità e della flessibile arrendevolezza. Tuttavia, l’oracolo sa che durante la vita vi sono circostanze nelle quali non si può né si deve tentennare. La quarta linea forte tra linee deboli rappresenta graficamente un ostacolo in bocca, che i denti devono spezzare risolutamente. L’esagramma indica anche, nelle linee mutanti, i rischi in cui l’azione decisa può incorrere: mordendo carne si può trovare del veleno (terza linea) o una punta di freccia metallica (quarta e quinta linea) e – tuttavia – non vi è colpa. Chi agisce sa che può fallire, ma è meglio essere coraggiosi e “soffrire” per avere libertà di giudizio – ossia la capacità di giudicare con saggezza indicata dalla quarta linea – piuttosto che non fare nulla ed essere negligenti.
Molti sono gli spunti interessanti e controcorrente rispetto alla nostra epoca oscura: la libertà di giudizio – alla quale si riferisce il testo – è associata all’angoscia, poiché il libro riconosce che ogni libera scelta umana ha come contropartita l’incertezza degli esiti, di conseguenza l’estremo peso della responsabilità può degenerare in ansia ed inquietudine. Tuttavia, l’oracolo è ben lontano da quella dimensione stordente e accecante di disorientamento esistenziale alla quale certa filosofia del nostro tempo – ad esempio, l’esistenzialismo francese e tedesco di un Sartre e di un Heidegger – ha condotto troppe menti ipersensibili. L’angoscia non deve mai paralizzare l’azione; la libertà stessa viene concepita in un senso positivamente pregnante rispetto alla filosofia della crisi occidentale. Essa non è facoltà di scelta tra alternative irriducibili ma al tempo stesso assiologicamente equivalenti – donde il sentimento di “nausea” che permea l’“ultimo uomo” post-nietzschiano e post-sartriano, perennemente incapace di uscire da una condizione di disagio e di noia esistenziale, paralizzato dal sentimento della nullità di tutte le cose, presente in opere quali L’essere e il nulla o La nausea – quanto piuttosto saggezza nel deliberare e nell’agire, concreta capacità di discriminare tra il giusto e l’ingiusto, il corretto e l’errato. Il commento di Confucio alla quinta linea mutante lo chiarisce molto bene: “Si è liberi e perfetti solo se ci si può considerare senza colpe”; ovvero, la libertà è sempre al contempo responsabilità attiva, nel senso etimologico di “capacità di rispondere” a se stessi e agli altri delle proprie scelte. Lungi dalla saggezza cinese l’esprimere una vacua forma di libertà, come l’arbitrio irrazionale e nichilista tra possibilità indifferenti!
L’esagramma 21 insegna agli “omuncoli” della civiltà tecnologica post-moderna un’etica della responsabilità e del coraggio che si oppone a due difetti speculari e complementari dell’“uomo senza qualità” attuale: l’inerzia morale e l’iperattivismo pragmatico. Si tratta di vizi che sembrano a prima vista opposti e contraddittori (l’una implicando una forma di inazione, l’altra uno sfrenato agitarsi), ma non lo sono: oggi, l’incapacità di discriminare moralmente tra il giusto e l’ingiusto, il Bene e il Male, eredità del relativismo nichilista, si associa molto spesso ad un irrequieto “agire” nei circuiti alienanti della produzione e del consumo, tramite l’esaltazione fideistica e superstiziosa del “fare” iper-tecnologico, del produrre senza scopo e senza forma, che non siano lo scopo e la forma della merce-denaro accumulata, investita e spesa nella ricerca spasmodica del godimento edonistico. Quanto più l’uomo moderno risulta privo di solidi punti di orientamento etici, tanto più si getta a capofitto nella poìesis capitalistica, che non genera opere d’arte, ma oggetti in serie del desiderio compulsivo, per colmare il proprio soffocante vuoto spirituale. Un individuo umano di tale sorta non è in grado di compiere scelte esistenzialmente feconde, generatrici di vita e di conoscenza per sé e per gli altri; le sue “azioni” sono in realtà “reazioni”, coazioni a ripetere in cui l’originalità creativa è assente e domina l’impersonalità: “si fa come fanno gli altri”, “si vive così perché lo fanno tutti”. Per essere autenticamente creativi, dunque, occorrerebbe avere in sé una riserva di energia e di nutrimento, abbeverandosi alle fonti spirituali della Tradizione perenne, le cui forme variano nel corso della storia e a seconda delle latitudini, ma i cui Princìpi fondanti sono eterni e atemporali. Una tra queste espressioni è senza dubbio la saggezza profonda e vivificante dell’I Ching, una sorgente perenne di refrigerio per coloro che non si sono arresi al deserto del Kali Yuga, l’attuale epoca oscura destinata – in ogni caso – a compiersi e a trapassare in una rinnovata fase aurorale del ciclo cosmico, come descritto dal Libro dei Mutamenti, nell’orizzonte della circolarità eterna della vita naturale ed umana.