Io Esisto

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Riceviamo e pubblichiamo questo manifesto arrivatoci in Redazione senza firma e senza sigle. Che il messaggio che possa trasmettere sia cameratescamente di tutte le Comunità e di tutti i fratelli che lottano nonostante tutto, nonostante  il vuoto che avanza.

La storia non viaggia su una linea retta.

Non corre come un vagone su binari paralleli verso un progresso indefinito e utopistico, lo sappiamo. Cicli evolutivi ed involutivi si rincorrono, con al centro l’uomo e le sue domande esistenziali di sempre. E il tempo non ha un valore assoluto, uguale in ogni parte dell’universo, ma solo nell’eterno presente che l’Io vive nel Qui e Ora. Sono molti i maestri di vita che ce l’hanno insegnato. E ora siamo al centro della storia, nel bel mezzo di una tempesta dirompente!

Iniziamo dalla fine. Dal punto fermo conclusivo del nuovo “Manifesto dell’Esistenza”, ritrovato affisso in diverse città in questi giorni gravi, posto a seguire l’omaggio al Sommo Dante, nel 700esimo anno dalla morte del fedele Poeta, mirabile esempio di uomo libero. «Io esisto».

Un messaggio perentorio, che non lascia scampo a fraintendimenti, in una fase storica cicatrizzata dal dubbio, che ha fatto dell’incertezza e della paura il proprio archetipo dominante. Un invito a ricercare il senso alto e ultimo del perché siamo qui, nel vortice di questi giorni drammatici. D’altronde, ciò che stiamo vivendo è sotto gli occhi tutti. Pesante, malsana, energicamente negativa è l’aria che si respira. Pandemie a orologeria, schiavitù, egoismo, sradicamento, conformismo, terrore e violenza in ogni ambito del vivere.

Così, urlare oggi al vento «Io esisto!» è davvero un atto ribelle, d’impronta jungheriana, dura opposizione alle feroci pulsioni disumanizzanti in atto, nell’alveo delle sfide antropologiche del postumanesimo. Come si è arrivati a tale necessità? A sentirsi lieti nel veder rimarcare ciò che alla nostra coscienza rifulge limpido e cristallino? Questioni profonde emergono da tali quesiti. E un filo rosso sembra legare ogni passaggio. Anche qui – come per ogni altra cosa, in fondo – ci sentiamo in dovere di osservare il problema dell’uomo contemporaneo da diversi punti di vista, distinti sì, ma simultanei e concentrici. Uno: esaminare ciò che avviene attorno a noi, provando a leggere e interpretare con occhi critici, ma scevri da pregiudizi, le dinamiche che guidano l’agire sociale di questa nostra epoca. Due: osservare il proprio agire individuale, soppesando ogni azione alla luce del proprio giudizio sul mondo che ci circonda. Tre: provare a guardare dentro di sé, comprendere noi stessi, avventurandosi alla ricerca di ciò che pulsa vivo, in profondità, nella coscienza di ciascuno e nel Tutto.

UNO – “ciò che avviene attorno a noi”

Esistere, nella complessità mondo moderno, è divenuto compito assai arduo.

Prima dell’avvento della tecnologia, il “piccolo mondo”, comfort zone la chiameremmo oggi, comprendeva un campo ristretto: la casa, la famiglia, il clan e la religione. Le sollecitazioni della psiche erano il più delle volte interessate dalla sopravvivenza fisica, e anche dal sacro. La natura scandiva il rincorrersi delle stagioni. La morte non era un tabù, ma accettata come parte del “disegno”.

La scienza ha però rivoluzionato il senso stesso della distanza, consentendo di ampliare le zone di interesse e, con esse, il senso di disagio. Se il tutto è alla portata di tutti, lo sono anche i problemi. Ciò che prima era distante, se non sconosciuto, oggi entra prepotentemente nella vita di ognuno. L’avvento dell’era digitale ha così modificato per sempre i perimetri che circondavano l’uomo e la sua esistenza. Il vortice di informazioni e relazioni in cui siamo impantanati difficilmente consentirà una via d’uscita indolore. La costante connettività ci priva delle pause necessarie per ri-trovare noi stessi. Il rumore pervade le nostre orecchie e le nostre menti. Le sollecitazioni visive non consentono più ai pensieri di immaginare. Il cuore sembrerebbe destinato a smettere di pulsare energia al cervello. Rinchiudere in casa l’uomo post-moderno e privarlo dell’essenza stessa della sua natura, la socialità, equivale a negarlo. Il più catastrofico dei romanzi distopici farebbe fatica ad immaginare un futuro come quello che si prospetta. A-settico, a-sociale, a-morale. Una grande “A”, che tutto nega, sarà scolpita nei pensieri politicamente corretti che si vanno imponendo. Questo modello sociale di sviluppo è praticamente sotto gli occhi di tutti. Miliardi di persone dai caratteri etnici indefiniti, con gli stessi standard e le stesse aspettative. Il Grande reset serve proprio a questo: livellare tutto, ma verso il basso.

L’uomo occidentale, che per primo è arrivato al punto di non ritorno, ha però una possibilità. Che perviene alle sue orecchie come un eco lontano. È l’inaspettato, il non previsto, il non calcolato. In poche parole è l’essenza stessa dell’uomo. Il ritorno alle radici è un richiamo che emerge ciclicamente nella storia. Lo ben sapevano Augusto, Federico II, Michelangelo, fino ai Wandervogel. Lo scoglio granitico delle proprie origini è sempre lì nel momento in cui tutto sembra essere sommerso dalla dissoluzione, che si presenta come un appiglio a cui aggrapparsi per rimanere vivi. Il passaggio al bosco oggi non è più solo una pratica teorica. Oggi diviene necessità fisica.

L’uomo social-connesso oggi ha una sola possibilità. Riconquistare i suoi spazi, perennemente invasi da ingerenze altrui. Essere più soli per ritrovare se stessi. E le proprie certezze. Non più virtuali, allungate a dismisura ma inconsistenti. Poche, certe, buone. Come la casa, la famiglia, il clan, il sacro.

DUE – “osservare il proprio agire individuale”

L’Uomo non è, come vorrebbero farci credere un semplice contenitore di cellule e DNA, ma è un microcosmo complesso, in gradi diversi, di mentale, fisico e spirituale, assolutamente inscindibili tra loro come in un perfetto e organico mosaico. La stessa Fisica Quantistica oggi riconosce che tutta l’energia è Coscienza (Intelligenza) e che siamo in sostanza tutti collegati ed uniti, come la materia, indipendentemente dallo spazio che apparentemente ci separa.

Riuscire a far comprendere perché questo pensiero, oggi, debba diventare la nostra più potente guida e finalizzi ogni nostra, anche piccola, azione quotidiana, in uno scenario complicato come questo che stiamo vivendo, non è impresa facile. L’Uomo come affermava Aristotele, discepolo del sommo Platone, è un “animale politico”, necessita per sua specifica natura di relazionarsi con il Tutto che lo circonda. Pretendere che un essere possa esistere e sopravvivere senza questo elemento imprescindibile, non è proprio alla natura umana! Così, il “distanziamento sociale”, bombardato nel cervello di ogni età, di fatto capovolge un princìpio superiore, obbligando a dividere ciò che è unito, ciò che rende forti gli uomini in una Comunità Organica. Portare a termine, quindi, la trasformazione dall’Homo Faber all’Homo Oeconomicus, come lo conosciamo oggi, per giungere definitivamente all’Homo Cyber, macchina perfetta capace di adattarsi, come un automa, ad una vita futura governata dall’Intelligenza Artificiale.

La mascherina è un simbolo potente. Il simbolo perverso che ha trovato il modo di far intendere all’uomo contemporaneo che non si può affermare verbo diverso dal linguaggio del diktat materialista. Ma chi sa di essere figlio spirituale di un filo invisibile che attraversa il tempo, chi sa di appartenere ad un’Idea perfetta divina, granitica e monolitica, inattaccabile, è conscio di quello che sta accadendo. L’accelerazione improvvisa che stiamo subendo, sta trasformando la realtà presente in un ideogramma digitale e artificiale, pronta a completare la sua opera infernale. Utilizzando una sua neolingua, con il pensiero unico ed una visione globalizzante e livellatrice, sta operando ogni attacco possibile per strappare le “radici” al nostro Albero della Vita. Per uccidere una pianta bisogna reciderne le radici; per uccidere una famiglia bisogna toglierle i figli; per uccidere un popolo bisogna annientare la sua storia, il suo sangue, la sua tradizione.

La narrazione raccontata oggi da tutti i sistemi di informazione mainstream, coerente al terrore in cui si vuole far vivere vecchie e nuove generazioni, è il virus peggiore, quello che si insinua come un serpente adulatore, che distrae la nostra mente con una somma di influenze negative ben direzionate. Dall’angoscia di questo buio vicolo cieco, possiamo uscirne solo se impariamo ad ascoltare l’unica voce in grado di trasformare il silenzio in un rombo di tuono, se lo si lascia libero e senza catene: il Cuore. “Nosce te ipsum” – Conosci te stesso, incisero i greci oltre 2500 anni fa sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi! E’ giunto il tempo di esser comandanti di sé stessi, risvegliare le coscienze intorpidite, prede di questo incubo da “allucinazione collettiva”, che ci vede, nostro malgrado, tutti protagonisti inconsapevoli. L’umiltà di sentirsi come un ultimo legionario che compie il proprio dovere in questa epoca di “non senso”, spingerà chi saprà ascoltare questa voce differente, talvolta severa, ma calma e ferma, ad essere differente rispetto a chi è solo massa, a sapersi rialzare al di là di tutto. Saper bruciare tutto il sottobosco negativo che ci vorrebbe schiavi del mondo distopico che si sta cercando di impiantare con una forza deflagrante.

All’infuori del lavoro tutto era vietato, camminare per strada, distrarsi, cantare, ballare, riunirsi...” questo passo del romanzo “1984” di George Orwell, rappresenta uno dei tratti salienti di questi moderni comandamenti imposti dal nuovo dio che domina le menti dei contemporanei. Al cospetto di una realtà effimera che da mesi, in preda ad un delirio inimmaginabile, ci parla solo di “sanificare” tutta la nostra vita, noi rispondiamo con il “sacralizzare” tutta la nostra esistenza. Sentire, come profonda tensione, il bisogno alto di “donarsi”, renderà ancor più nobile il percorso intrapreso. Vivere profondamente tutto ciò che ci circonda; imparare ad ascoltare il silenzio interiore, unica voce con cui parla il nostro cuore. Evitare di essere troppo attaccati alle cose di questo mondo e ambire alle sfere più alte dell’Essere. Disprezzare con fermezza il grigiore senza colori e il disgusto osceno del nuovo mondo che ci vogliono imporre. Il nostro modo di agire dovrà essere “differenziato” ed occhi attenti si accorgeranno delle differenze antropologiche che si manifesteranno. Riprendere come motto il “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso” dell’Ermete Trismegisto, innalzando al Cielo e purificando tutte le nostre azioni, rendendoci partecipi consapevoli di un disegno e di una trama completa e perfetta. Fare nostro il monito di Don Juan a Castaneda, “lo spreco ammala”: rispettando tutto ciò che abbiamo, senza brama di possesso, evitando gli eccessi e tornando alle origini della nostra Civiltà, dove il senso della misura, il princìpio del “questo mi basta”, non solo era presente, ma ben forte e radicato.

Spartani e inflessibili verso sé stessi, cordiali e comprensivi con gli altri; nessuna scusa, nessuna giustificazione, nessun capriccio, nessun “diritto” potrà essere anteposto al bene comune. La nostra vita personale venga rispettata: sebbene sia una goccia, un granello, un piccolo seme nel fiume delle esistenze terrene, sarà nobilitata alle più alte sfere se nel nostro animo decideremo di seguire seriamente, senza più incertezze, una Via delle tante possibili per arrivare al Vero. Servirà a non crollare, anche quando tutto sembrerà perduto. Come insegna il Barone: «presso a tali premesse le posizioni interne saranno mantenute: in qualsiasi evenienza ciò che potrà esser fatto sarà fatto e apparterremo a quella Patria, che da nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta».

TRE – “guardare dentro di sé”

Ciò che stiamo vivendo in questa nostra éra di mezzo, dove ogni singolo attimo vissuto sembra valere mille ore di precedenti epoche, segnerà l’umanità con tale forza e brutalità che cicatrici ben più profonde di tatuaggi e ben più leggibili di libri di testo marchieranno le anime. Uno snodo storico, uno spartiacque fondamentale nel sentiero evolutivo dell’umanità è in atto. D’altronde, ciò che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti. Battaglie sanguinarie imperversano nelle coscienze, nel silenzio assordante delle tane condominiali in lockdown. Potenze feroci si stanno scatenando, materializzandosi in questi giorni cupi. Come da un vulcano per anni solo fumante, forze disordinate stanno eruttando, possenti. Entità contrarie, la cui forza e pericolo, salvo il raro caso di uomini desti, non si è stati in grado di riconoscere per tempo, lasciando per anni che si rafforzassero nella pancia della nostra montagna interiore. Anche noi dovremmo dire a noi stessi: “…Il tuo amore per la foglia pipa dei Mezz’uomini ti ha rallentato il cervello, Gandalf!“.

Perché siamo ben consci, forse come mai prima, che dietro a ciascun fatto visibile, agiscono sempre forze invisibili.

Sì, le orde di orchi che come negli incubi vediamo ora schierate fameliche, prima ancora di essere nel mondo illusorio che abbiamo di fronte, vivono reali dentro di noi, in ogni uomo che calpesta questa terra, ad ogni latitudine. Sono parte di noi. Sono in noi. Siamo noi. Avversari sì, ma come insegna il divino Krishna nella Bhagavadgītā, sono anche amici intimi, prossimi, confidenti, parenti della nostra stessa famiglia,”…mio caro Arjuna!“. Con forza e grado differente da uomo a uomo, certamente, a ragione di quanta corda ciascuno, nessuno escluso, abbia lasciato nel tempo ai Dèmoni che si porta dentro. Ostacolatori sottili, titani spirituali, con forza sempre maggiore alimentano di continuo ogni nostro limite, tentando e condizionando anche il nostro agire. Verso il basso, verso la materialità, assuefacendoci al brutto e, di conseguenza, al male. Superbia, cupidigia, lussuria, collera, invidia, gola, arroganza, attaccamento e ignoranza, queste le strade che portano alla schiavitù…lo abbiamo sentito dire tante volte, in modo diverso, dai saggi di ogni tempo!

Così, tali forze oscure, non solo assecondate, ma rinforzate nel tempo dalla complicità di umane anime deboli, oggi premono forte sull’acceleratore della disgregazione, prima interiore e, di riflesso, sociale. Sebbene agiscano alimentando l’io inferiore, l’ego, di ogni singolo uomo, a prescindere dall’estrazione, dal sesso, dalle capacità, dalla formazione o dal ruolo che questi possieda o ricopra nella società, l’effetto di tale condizionamento disgregativo e diabolico sulla realtà che ci circonda è tanto più efficace quanto più è alto il potere ed il peso sociale del soggetto umano condizionato: postulato facilmente dimostrabile, peraltro, osservando le incarnazioni totalmente possedute dei globalisti apolidi che governano il pianeta. Esercitano una spinta, un martellamento costante, senza sosta, tambureggiante. Una scimmia urlante nella testa delle persone! Con esiti particolarmente efficaci verso coloro – i più, purtroppo – che mai sono stati educati a controllare i propri pensieri, mai hanno esercitato la facoltà di farsi obbedire dalla propria mente, condizione essenziale per qualsiasi vittoria.

Entità contrarie, che spingono l’essere umano verso l’éra senza volto del “post-umano”, dove la questione dell’identità non ha più alcun senso; dove, eliminando i gradi dell’essere, sono conseguentemente negati anche i gradi del Bene. Ecco quindi dove stiamo puntando oggi: terrore, omologazione, materialismo, dileggio del Sacro, confusione di genere, fratello contro fratello…Una sventura pesta le calcagna dell’altra…”, come direbbe la regina madre al nostro amato Amleto! Si sfiora così, ancora una volta, il grande problema del male!, mirabilmente affrontato nella tragedia del Faust da Goethe: dove il maligno e le sue tentazioni altro non sono, in fondo, che una delle strade scelte dall’Uno per riportare l’uomo errante sul giusto sentiero, sebbene con un percorso più lungo e doloroso. Ma in tale prospettiva, scenari troppo ampi si aprono sui possibili infiniti intrecci tra i destini degli uomini! E l’occhio umano, così cieco per tali distese, non può addentrarvisi senza il rischio di autoconvincersi che la goccia del mare che ha solo intravisto sia in realtà l’intero l’oceano. Così fallisce l’uomo, giudicando dall’alto della sua bassezza, credendo vere le ombre riflesse sul muro, come nel mito della caverna di Platone.

A ciascuno, dunque, resta solo una possibilità: il compito arduo di mettere ordine, dentro e fuori di sé. Affinare la conoscenza di sé stessi, compresi i propri limiti e debolezze. Silenziare, controllare la mente, il pensiero. Padroneggiare e perfezionare il proprio corpo, nella fatica, nello sforzo, nel sacrificio. Riconoscere le forze spirituali che intervengono in noi e, riconosciute, SCEGLIERE. Scegliere il bello, il vero, il giusto, in ogni circostanza. Agire, in piena libertà, senza mirare al frutto dell’azione. Impersonalmente. Non negandosi il coraggio di dire “no” all’abitudine malsana, all’errore, alla resa, sempre confidando nell’aiuto certo proveniente dal maestro interiore, dalle diverse potenze invisibili, solari e luminose, presenti anch’esse al nostro fianco lungo il cammino della vita. Tutto il Destino dell’umanità è così nella responsabilità del singolo uomo, nella forza che saprà fecondare in sé dall’Io superiore. Rispondere colpo su colpo all’ombra che avanza, forti della luce interiore che vive in noi: questo, in fondo, il più efficace vaccino che potremmo augurarci di possedere.

Fortificarsi interiormente, qualunque sia il cammino spirituale che si sta seguendo.

D’altronde, la verità è una e, come celato in un famoso detto… tutte le strade portano a Roma.

Io Esisto.

« C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani:

nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove.

Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute…

Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala.

L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso. »

Johann Wolfgang von Goethe