GEO – Sulle orme di San Benedetto da Norcia – recensione

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Prepara lo zaino, andiamo a camminare…sulle orme di San Benedetto da Norcia

Il viaggio di poco meno di due ore, che in treno ci porta da Roma a Spoleto, superati gli ultimi agglomerati urbani, ci preannuncia già quali saranno gli scenari della nostra avventura. La verde Umbria con le sue colline rigogliose e fiorite e con i suoi corsi d’acqua ci riempie gli occhi e ci inizia ad aprire il cuore.

Eccitate, come delle scolari il primo giorno di scuola e con quella leggera fibrillazione mista ad un po’ di preoccupazione per l’ignoto di una esperienza davvero nuova e diversa, chiacchieriamo e ci confrontiamo sulle tappe che percorreremo, passando in rassegna il materiale che abbiamo messo nei nostri zaini.

Le tappe del cammino di San Benedetto che abbiamo deciso di percorrere sono le prime tre: Norcia – Cascia, Cascia – Monteleone di Spoleto, Monteleone di Spoleto – Leonessa. In tutto sono poco meno di 50 km, in tre giorni.

Dopo un breve tragitto in autobus, che da Spoleto ci conduce a Norcia attraverso la Val Nerina, arriviamo finalmente alla cittadina che diede i natali a San Benedetto. Il terremoto, brutale ed impietoso anche nei confronti della santità e della bellezza di questo luogo, ha lasciato moltissime macerie e scheletri vuoti, ma la statua del Santo si erge nella piazza e ci rincuora.

A Norcia incontriamo e conosciamo il primo oste, Andrea, dell’Ostello Capisterium, da lui riceviamo le credenziali del cammino. Che emozione, sarà su quella pergamena che, nelle tappe che raggiungeremo un passo alla volta, verranno apposti timbri a testimonianza del nostro passaggio.

La giornata termina tra un bicchiere di vino e il fragore delle risate, siamo felici e curiose, il cammino sta per cominciare e, con i pensieri sulla giornata appena trascorsa e su quella che ci aspetta l’indomani, andiamo a riposare, la sveglia è puntata sulle 6.30.

Per ognuna di noi il pellegrinaggio è iniziato molto prima di venerdì 4 giugno.

Uscire dalla propria zona di confort è tutt’altro che facile, mettersi in cammino significa condividere spazio ed emozioni con altri pellegrini, preparare uno zaino e partire, con il dubbio di essere in grado di arrivare alla fine. In quello zaino, che sarà la tua casa e il tuo compagno fedele per i giorni del cammino, devi farci entrare tutto ciò che ti occorre. E mentre ti appunti la lista di quello che dovrai portarti sulle spalle, ti rendi conto che ciò di cui si ha veramente bisogno è davvero poco…l’essenziale. Il cammino inizia a prendere forma in quel momento, mentre si sceglie cosa portare e cosa lasciare. Il necessario e il superfluo.

I primi passi sono stati mossi nella quotidianità, trovando il coraggio di dare forma al desiderio di vivere qualcosa che fosse solo per noi stesse, non in un’accezione egoistica, bensì che ci riportasse al nostro centro, provando a ripercorrere quello che è stato il cammino spirituale di San Benedetto, per quanto fosse nelle nostre possibilità.

Una figura austera, asciutta e virile, virtù ereditate dal suo essere romano, fattosi splendido strumento di Dio. Il suo progetto risponde esattamente alle qualità e al carattere: fondare una comunità di fratelli che, tramite l’ora et labora, si mettessero al servizio di Dio, abbandonando la mondanità tipica della decadenza che oramai dilagava nell’impero, massimamente a Roma.

Per la riuscita del suo santo progetto è ricorrente e fondamentale l’aspetto dell’eremitaggio; proprio la necessità di un ritorno all’essenziale, dato dal confronto con null’altro che se stessi, è stato per noi un accostamento con il Santo.

Finalmente! Il sole filtra dalle tende, è ora. Lasciati in fondo allo zaino gli abiti “da riposo”, un’ultima controllata e sistemata alle racchette da trekking, un velo di crema solare, uno sguardo alla guida, anch’essa fedele compagna del nostro viaggio, e via…si inizia a camminare.

Da Norcia, passando per la piana di Santa Scolastica, raggiungiamo le piccole frazioni di Popoli e Piediripa. Un passo dopo l’altro, si procede con la contentezza di sentirsi in movimento in un mondo fermo e con la rinnovata e acuita presenza a sé stessi che si prova quando lo scopo – in quel preciso momento – è mettere in fila un passo dopo l’altro. Ed ecco che nella mente, sgombra da qualsiasi pensiero e concentrata sul “qui ed ora”, affiora una parola: costanza e con essa anche le parole di Saint-Exupéry “Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi”.

Quando il fiato è corto e il cuore tambura nel petto su quelle salite ghiaiate che sembrano infinite, bisogna tirare fuori la forza che spinge a non fermarsi. Fermarsi non è la soluzione…prova a ripartire da zero su quelle pendenze, con il peso dello zaino addosso! Si adegua il passo, ci si concentra sul respiro finché non si percepisce in qualche modo che muscoli, cuore e polmoni si stanno parlando. Passo dopo passo si va.

Superata la parte più pendente della prima tappa, che da Piediripa sale fino ad Ocricchio, attraverso boschi di querce, aceri e ginestre, agli occhi si apre un paesaggio variopinto e commuovente, che ripaga della fatica e riempie il cuore.

Respiriamo.

Ci abbandoniamo per un momento al sole e sentiamo il corpo tornare a ciò a cui naturalmente appartiene: la terra, il vento, i sassi, l’erba, le chiome fruscianti degli alberi, le farfalle che si rincorrono su una pozzanghera, i papaveri che crescono imperterriti tra le pietre. Imperterriti. Non si chiedono se quello è il posto giusto, seguono la loro natura e fioriscono, testimoni di bellezza.

La gioia e l’armonia dei paesaggi non potevano che lasciare spazio all’ultimo tratto – in pendenza – che, percorso a mezzogiorno sotto il sole cocente e su un asfalto che infuoca i piedi, ci mette nuovamente alla prova. La fatica della tappa si sente tutta in quest’ultimo strappo!

Attraversiamo il centro di Cascia e arriviamo sul sagrato bianco della basilica di Santa Rita. Sembra una visione, siamo arrivate! Il fresco della basilica ci accoglie, una pace e una serenità pervade il nostro animo e lo spirito si nutre.

Dopo un brindisi alla prima tappa, per una parte della compagnia è ora di ripartire alla volta di Roma, noi altre le accompagniamo con lo sguardo mentre si allontanano sul bus e ci godiamo un piacevole venticello all’ombra di una grossa quercia. Il pomeriggio trascorre lento e rilassante tra una visita al monastero di Santa Rita, durante la quale riusciamo a parlare con una suora, e due passi per il centro dove ci fermiamo a chiacchierare con il nostro oste, Giuseppe, dell’Hotel Centrale. Entrambi ci danno uno spaccato di vita che, seppur totalmente differente, ci permette di entrare nello spirito di quel luogo mistico, dove Rita è presente nelle vite di tutti.

Ora è tempo di riposare, domani la tappa è un pochino più impegnativa.

Sveglia alle 6.00 in punto. A colazione, nel bar di fronte all’albergo, ci fa compagnia Giuseppe, che dopo averci indicato una fonte dove riempire le borracce, ci saluta e ci augura buon cammino.

Il sentiero di Santa Rita si imbocca superato l’hotel delle Rose e L’Alveare di Santa Rita, la casa di accoglienza fondata tanti anni fa delle suore del monastero dove vengono ospitate bambine e ragazze in difficoltà. Spettacolare il paesaggio che si apre tra le gole, nella frescura e nel silenzio delle prime ore mattutine.

Il sentiero, in parte scavato nella roccia, risale un tratto del fiume Corno e dopo quasi 4 chilometri arriva a Rocca Porena, il paese natale di Santa Rita. La salita al Sacro Scoglio, dove Rita si recava per pregare, è doverosa.

L’unicità del momento la scopriamo nella solitudine. Grazie alla complicità dell’orario e del turismo ancora in ripresa – solitamente è un luogo brulicante di pellegrini e fedeli – riusciamo a percorrere i trecento gradini in silenzio e raccoglimento. Un momento ricco di riflessioni che necessariamente devono essere vissute in maniera intima.

Dopo una breve sosta e un caffè alla Porrina, ci rimettiamo in cammino alla volta di Capanne di Rocca Porena dove imbocchiamo una bella carrareccia in quota ed infine, attraverso un paesaggio agreste di rara bellezza, raggiungiamo Colle del Capitano. Veniamo accolte dalla signora Piera e da suo figlio, che gestiscono a livello familiare l’omonimo agriturismo dove abbiamo deciso di passare l’ultima notte.

L’incanto dei luoghi e lo spirito di accoglienza riservato ai pellegrini ci inducono ad assaporare fino in fondo quel momento e a goderci il riposo davanti ad una birra fresca e ad una focaccia appena sfornata dalla signora Piera.

 

Ci abbandoniamo in quell’angolo di paradiso in compagnia degli animali della fattoria e della quiete campestre.

Anche qui ritroviamo le stesse sensazioni del giorno precedente, il pomeriggio trascorre adagio nel borgo medievale di Monteleone di Spoleto e la visita al piccolo museo civico ci regala una curiosa sorpresa. Al suo interno è situata la copia di una biga etrusca del VI secolo a.C. ritrovata agli inizi del 1900 proprio al Colle del Capitano.

Da allora la biga, attraverso varie peripezie, è arrivata niente di meno che al Metropolitan di New York. Gli aneddoti e le storie che girano attorno a questa vicenda, raccontanti simpaticamente e con una nota di sano campanilismo dagli abitanti del paese, ci rapiscono l’attenzione e di nuovo ritroviamo l’autenticità e la bellezza dei rapporti umani, che soprattutto in questo ultimo anno sono stati accantonati in nome di quel distanziamento che ha congelato il corpo e l’animo in uno stato di apatia e sfiducia.

Anche questi aspetti fanno parte dell’esperienza di un cammino, se non si coglie fino in fondo l’essenza dei luoghi che si percorrono e che ci ospitano, e quindi attraverso chi questi territori li vive, si perde qualcosa, ci si lascia sfuggire una preziosa occasione di arricchimento.

Gli sguardi, i sorrisi e le storie delle persone che abbiamo incontrato sul nostro percorso ormai fanno parte di noi, fanno parte del cammino di crescita interiore che ognuna di noi percorre.

È sera e in agriturismo si cena insieme ad altri commensali in una atmosfera familiare e divertente, tra di loro ci sono altri due camminatori. Anche loro stanno percorrendo il cammino di San Benedetto, ci raccontiamo le nostre esperienze e scopriamo che esistono diversi approcci al cammino, ed i nostri non coincidono affatto!! D’altronde il mondo è bello perché è vario!

L’indomani, sistemato lo zaino per l’ultima volta, dopo una ricca colazione salutiamo il Colle del Capitano dando solo un arrivederci alla signora Piera, la promessa è quella di tornare presto. Con calma riprendiamo il sentiero.

Risaliamo per 4 chilometri verso Monteleone dove inizia la terza tappa e proseguiamo alla volta della piccola frazione di Ruscio. È domenica mattina e Ruscio si sta svegliando, salutiamo gli anziani del paese seduti a prendere il fresco e proseguiamo alla volta di Leonessa.

Il sentiero è facile e tutto in pianura, a tratti un po’ monotono, ma non importa. Il piacere di camminare insieme e raccontarci come abbiamo vissuto quest’esperienza rende l’ultima tappa veloce e gradevole.

Arriviamo a Leonessa poco prima di mezzogiorno, la nostra meta finale è raggiunta: la soddisfazione è tanta e l’espressione dei nostri volti lo racconta.

La prima parte del Cammino di San Benedetto si è conclusa, continueremo attraverso nuove occasioni a precorrerlo fino al suo termine, ora è tempo di rientrare nelle nostre vite e di continuare a fare quei piccoli passi che ci fanno andare avanti nella quotidianità, ma dentro di noi portiamo una consapevolezza in più, alla quale non siamo arrivate per “tappe” ma grazie ad una sensazione, un’intuizione colta e non lasciata lì sopita.

“…Ad un certo punto, camminando nel silenzio – anzi, nel suono della natura e del mio respiro – ho come sentito di aver ritrovato una parte sopita di me stessa: viva, veramente viva, pulsante, connessa. L’arrivo a destinazione non poteva offrirmi nulla di più a quel punto. La mia meta l’ho raggiunta “nel mezzo del cammin”. Sarebbe bello che ogni tanto qualcuno ci esortasse a “vivere” dicendoci: Prepara lo zaino, andiamo a camminare.”