Caro Afghano, ti scrivo… Zio Sam

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A cura della Redazione di Azione Tradizionale
Caro Afgano,
sono lo Zio Sam e ti scrivo dal porticato adombrato della mia casa del Connecticut. Appena tornato, mi sono sfilato i miei vestiti di rappresentanza, ho chiamato il mio fido cane e ho stappato la mia lattina di birra durante questo tramonto, mentre in cucina mia moglie prepara la mia ‘cena di bentornato’, cui ho invitato i miei parenti e amici.
Sai, sono praticamente un eroe per loro: il solo fatto di essere un soldato, di servire la bandiera a stelle e strisce e di combattere nei paesi in cui esportiamo la democrazia fa di me – ai loro occhi – una figura eroica. A loro dire – e mi sta bene così, perché è la narrativa che io e i media occidentali facciamo passare – so sparare, difendo i bambini e le donne e sono tornato integro. Sì, guadagno un sacco di soldi e, magari, mi porto qualche effetto collaterale psicologico di questi 20 anni nel tuo paese ma… a loro non interessa.
Mia figlia ha registrato un video mentre il mio cane mi sale addosso dopo tutto questo tempo, ci ha montato una musica melensa e sta raccogliendo tanti apprezzamenti sui social network: è divertente tutto questo e ripulisce la mia immagine. Poi, come sai, alcuni dei miei commilitoni sono morti lì a casa tua o ci hanno lasciato chi un occhio, chi un braccio, chi entrambe le gambe… Non tutti tornano, qualcuno ci lascia le penne ma fa parte del gioco per noi: rischiamo tanto, ma se torniamo sani e salvi siamo eroi. E’ un po’ una lotteria e, a mio avviso, ne vale la pena.
Ti scrivo perché non mi andava di lasciare il tuo paese senza un saluto, senza un commiato, qualche parola… Sì, lo so che sei ancora arrabbiato perché ce ne siamo andati in fretta e furia. Quindi voglio spiegarti qualcosa in merito: non ti piacerà, lo so. Ma almeno saprai cosa è successo.
Quando siamo arrivati vent’anni fa, era tutto un po’ preparato: quell’attentato alle Torri Gemelle, come sai, è ancora una faccenda oscura per molti – ma non per me – e fu la buona occasione per piombare a casa tua con l’opinione pubblica a favore, con tutti i crismi dei ‘liberatori’ e fare carne di porco con quel che l’Afghanistan aveva da offrirci.
Da anni ambivamo ad appropriarci della posizione del tuo paese e delle sue risorse: vatti a vedere la cartina! Materie prime da sfregarsi le mani e la possibilità di disturbare da vicino tutte le potenze del Medio Oriente, dall’Iran all’Iraq… mica male!
Poi, eravate – ma lo siete ancora, nonostante quello che abbiamo affermato per anni – un popolo molto arretrato dal punto di vista degli armamenti militari e del progresso tecnologico e le nostre armi alla moda ci hanno dato grande vantaggio. E le vostre divisioni interne, tra le varie fazioni, facevano il gioco nostro: alcune le abbiamo armate negli anni precedenti, giusto per riscaldare la situazione, salvo poi abbandonarle e tradirle, come abbiamo sempre fatto… Eppure ancora ci cascano tutti! Sai quanti affari con la famiglia Bin Laden prima del 2001…
Così, siamo arrivati, abbiamo fatto la parte dei buoni e tutti ci hanno applaudito: abbiamo fatto svolgere delle elezioni ‘democratiche’ – ma che bella parola, apre tutte le porte delle nostre invasioni e riabilita tutte le porcherie che ci siamo inventati – e abbiamo fatto eleggere governi ridicoli ma dalla facciata assolutamente legittima.
Poi si è vista la caratura di questi soggetti: sono scappati al primo proiettile partito! Ma non avevamo ovviamente interesse a instaurare un governo vero e riconosciuto, gente capace e dotata. Ci servivano i pupazzi, come quelli che abbiamo messo – o provato a mettere – in tanti altri paesi: gente che non chiede niente, che abbassa la testa e ubbidisce. Basta un po’ di cioccolata e qualche superstar di Hollywood, come abbiamo fatto nel 1945 in Italia, come abbiamo fatto sempre.
Siamo restati qualche anno, giusto il tempo di impedire che l’area trovasse un equilibrio: sai, ci avrebbero messo da parte e questo per noi è inaccettabile. Con noi non si scherza, con l’Occidente in generale non si scherza: in Iraq con Saddam, in Libia con Gheddafi, giusto per dirne un paio, abbiamo dimostrato che c’è una tassa da pagare. Con la sottomissione o con la vita. Che stupidi Saddam e Gheddafi: si sono fatti ammazzare là dove magari potevano salvarsi la pelle accettando qualche accordo. Strani questi orientali… dicono che l’onore vale più della vita.
Qualche anno fa, poi ci siamo inventati la storia dell’uccisione di Osama Bin Laden: il nostro vecchio amico d’affari lo abbiamo trovato nascosto – abbiamo raccontato – e subito ucciso e gettato in mare. Beh, se ci avessero chiesto di vedere le immagini della cattura e il cadavere – per non parlare di un processo equo – ci saremmo trovati in imbarazzo dovendo giustificare la nostra ennesima menzogna: ma agli Occidentali è bastato qualche titolone di giornale, l’ennesimo scoop di Site di Katz, la “nostra parola” e hanno accettato che le cose siano andate come abbiamo detto noi. Ma non sappiamo assolutamente dove sia Bin Laden in questo momento… non fa sorridere?
Poi, dopo un certo numero di morti, dopo aver adempiuto ai nostri compiti dettati dai nostri bisogni strategici, abbiamo deciso di andarcene. Ma non era il caso di parlarne troppo: ci avrebbero chiesto di risolvere i problemi che abbiamo causato prima di andare via; ci avrebbero detto che così non si fa, che dovevamo assicurare un futuro sereno all’Afghanistan prima di caricarci i soldati e tornare a casa… Ma chi sono questi per dire a noi – i padroni del Mondo – cosa dobbiamo fare? Così, dall’oggi al domani, via sull’elicottero per tornare a casa.
Sapevamo che avremmo lasciato morti e devastazioni e – pensa un po’ – non ci dispiace per niente: perché la confusione in Medio Oriente fa il nostro gioco. Così, abbiamo lasciato tantissimi armamenti – tutti sanno che la regola di base è distruggerli piuttosto che lasciarli al nemico – così Talebani e Isis, o chi per loro, potranno distruggere e ammazzare ancora per molto tempo e, appunto, a noi fa molto piacere.
D’altra parte, le avete viste le lacrime del vecchietto rincojonito – come si chiama… – Biden. Lo abbiamo messo lì – dopo che il Biondone tinto aveva fatto il suo tempo – perché è proprio bravo a fare quello che gli chiediamo. “Joe, piangi” e lui piange. “Joe, chiudi gli occhi” e lui si addormenta. Ha fatto quella scena del pianto che ha toccato tutto il mondo: d’altra parte è con le sceneggiate sentimental-patetiche che comandiamo i sentimenti dell’opinione pubblica occidentale da decenni.
Sugli aerei cargo abbiamo caricato i nostri soldati, qualche furgoncino di Burger King e qualche bella stoffa souvenir per le nostre famiglie: spazio per qualcuno di voi non ce n’era. Ma vedrai, prima o poi cercheremo di tornare, quando ci servirà… Siamo fuggiti, come da Saigon, come da Teheran, come sempre, con il culo sbruciacchiato ma, sai, a nessuno gliene frega, restiamo noi i più forti. Perché abbiamo barattato l’onore della sconfitta, la lealtà in battaglia con il sotterfugio e il dominio sprezzante dell’umanità.
Saliamo sui nostri elicotteri e tanti saluti… ci sarà sempre nel mondo qualche paese da invadere, depredare, distruggere nelle sue fondamenta sociali ed economiche, per poi lasciarlo agonizzante a morire… E non possiamo perdere tempo.
Ora scusa ma ti devo salutare: ho un ruolo da eroe di guerra, da veterano da svolgere stasera… Spero che potrai salvarti, stasera farò dire una preghierina al reverendo di turno ma, in fondo, lo sai, me ne frega veramente poco. D’altra parte, il nostro ‘dio’ blesses America… mica l’Afghanistan!