Il Sentiero della vita Nobile | L’equilibrio

229

L’equilibrio è una prospettiva ed un obiettivo determinante nella vita dell’uomo e maggiormente in quella del militante.

Avere un equilibrio significa essere presenti a sé stessi e relazionarsi agli eventi quotidiani come se ci si trovasse nel centro di una circonferenza da cui si osserva con distacco tutto quel che accade intorno, anche quando ci coinvolge o ci investe in prima persona.

Significa essere come una molla che – seppur allungata – ritorna sempre al punto di partenza x0, in virtù di una forza di richiamo interna F=-kx, dove k è la costante della molla e x è l’allungamento subito da essa.

E’ curioso notare il fatto che, maggiore è la deformazione, più forte è il ritorno all’origine. Questo rispecchia il comportamento tipico di un uomo equilibrato in cui il ritorno al proprio asse di riferimento è tanto più forte quanto più si allontana da esso.

Il tipo di comportamento a cui alludiamo è simile a quello che si riscontra in alcuni materiali cosiddetti elastici come la gomma sintetica ad esempio, che rispondono alle sollecitazioni esterne di deformazione in maniera istantanea, riuscendo a riacquistare nell’immediato la loro forma originaria.

Questo esempio serve per introdurci al concetto di equilibrio dinamico. L’equilibrio, infatti, per essere tale, non può essere statico; non è certo equilibrato chi è rigido, ma al contrario colui che sa essere elastico, disposto al cambiamento, all’esplorazione ma sempre capace – proprio in virtù di quella forza di richiamo interna, analoga a quella della molla – di ritornare al proprio centro.

Perciò, quando diciamo che la vita del militante deve essere caratterizzata dall’equilibrio, non alludiamo a condotte di vita austere – che nella maggior parte dei casi nascondono solo il timore di esporsi e mettersi in gioco – o ad atteggiamenti rigidi – che poi crollano dinanzi alle piccole prove come un vetro che va in frantumi dopo essere stato colpito da un sassolino.

Il militante deve vivere nell’alternanza, nei periodi adatti e nei limiti concessi, le contraddizioni della vita, perché solo così potrà essere cosciente del suo centro e del suo cammino.

Solo chi sta lontano da casa può apprezzarne il valore una volta tornato, divenendo più cosciente della ricchezza che ha.

Quanto detto non vuole essere una legittimazione per gettarsi in esperienze troppo radicali – che nella maggior parte dei casi conducono all’annientamento dell’essere – ma un invito alla conoscenza, all’esperienza ed alla presa di contatto con realtà diverse dalla propria.

Il militante vive nel mondo e perciò è soggetto ad esso, dunque, per avere un vero equilibrio – che è garanzia di forza interiore e immunità – deve autovaccinarsi imparando a stare nel fango senza sporcarsi.

Così facendo potrà vivere le esperienze quotidiane come occasione di crescita e, senza scialbi moralismi1, rinforzare la sua corazza, giorno dopo giorno.

Il militante deve essere un uomo realizzato anche nella sua dimensione orizzontale, un vincente nella vita ordinaria, un tipo aperto, dinamico non rigido e chiuso; chi si chiude teme il confronto, la caduta, la sconfitta. In realtà l’atteggiamento migliore per crescere è osare, rischiare, credere nella propria forza di richiamo tenendo sempre presente che per un uomo della Tradizione l’obiettivo non è quello di conservarsi nella tranquillità esteriore ma, al contrario, quello di raggiungere uno stato di pace e serenità interiore anche in mezzo alle tempeste più forti.

1 I moralismi spesso sono solo dei contorni formali, debolezze che fungono da alibi per nascondere timori di conoscere, di esporsi oppure l’ozio dettato dalla paura di perdere la tranquillità.