Rigenerazione Evola | Cristianità “ascetica”: l’esicasmo (terza parte)

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(Tratto da RigenerazionEvola.it)


Seconda parte dell’estratto tratto dal volumetto L’Esicasmo Yoga cristiano – i centri “sottili” dell’essere umano e la Preghiera “segreta” nella tradizione del Monte Athos, saggio opera dello Ieromonaco Anthony Bloom, contenuto nel simposio Lo Yoga, scienza dell’uomo integrale, pubblicato nel 1955 dall’editore Giuseppe Rocco di Napoli. Dopo l’introduzione ed il paragrafo che spiega il corretto significato da attribuire all’ascesi di mortificazione, proponiamo il paragrafo che, con la medesima forza di contenuti che avevamo già evidenziato in precedenza, ci spiega le finalità dell’esicasmo, si sofferma ancora sulla materializzazione dell’uomo dopo la Caduta, con espressioni particolarmente felici che ci mostrano come l’uomo decaduto è divenuto tributario di quel mondo che avrebbe dovuto dominare, legandosi ed incorporandosi in esso, e divenendo schiavo delle leggi di tale mondo, che si riverberano nel modo di pensare e di sentire, inevitabilmente discorsivo e non intuitivo, dialettico e non sintetico. E ancora, le interrelazioni bivalenti tra corpo e psiche, la debolezza del “pensiero errante”, la necessità di ritrovare un pensiero dirigente attorno al quale si unifichi, come attorno ad un asse verticale, ogni forza orizzontalmente dispersa, vale a dire quelle attività e quelle forze psichiche da domare, da riportare all’ordine, da sottomettere, in modo da restringere il campo di coscienza, definendo specifici luoghi di concentrazione, su cui poi il libro si sofferma specificamente: il centro cranico cerebro-frontale, il centro laringeo, il centro pettorale, il centro cardiaco, prima di occuparsi dettagliatamente delle varie tecniche esicastiche.

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dello Ieromonaco Anthony Bloom

Tratto da L’Esicasmo Yoga cristiano – i centri “sottili” dell’essere umano e la Preghiera “segreta” nella tradizione del Monte Athos, Napoli, 1955

Tecniche somato-psichiche

L’ascesi di mortificazione è comune all’Occidente e all’Oriente cristiani; quella che debbo esporre ora è propria alla Chiesa ortodossa. Essa è  stata stabilita e meravigliosamente sviluppata dai maestri della tradizione esicasta.

L’esicasmo (da ήσυxία: pace, riposo), scuola o meglio tradizione spirituale, ha avuto il suo più grande sviluppo fra l’XI° e il XIV° secolo nei monasteri e le solitudini del monte Athos. Coloro che sono curiosi di conoscerne le origini e la storia leggeranno con profitto i due stupendi articoli del “Monaco della Chiesa d’Oriente” che la collezione Jrenikon ha pubblicato col titolo Prière de Jesus (Chevetogne, 1952); uno studio dettagliato della “Technique psychologique de l’Hèsychasme byzantin”, dovuto al Professor Wunderle, è apparso nel 1938 in Etudes Carmèlitanes; sarà sufficiente dunque dire qui che l’esicasmo pone la pace interiore come una necessità primaria e come ultima realizzazione della vita spirituale: pace terrestre intelligibile, contemporaneamente corporea e mentale, che apre la via alla pace ineffabile della contemplazione luminosa di Dio. L’ascesi esicasta verte sull’essere intero: fa uso di ogni sua potenza e unisce ciascuna di esse allo Spirito di Dio. Il posto che la pace vi occupa è lungi dal farne un quietismo orientale, come spessissimo si è creduto: la pace non è assenza di lotta, ma assenza di incertezza e di turbamento.

La caduta, come abbiamo detto, ha immerso l’uomo nella materia e lo ha sottomesso ai meccanismi delle sue leggi; non solo si è appesantito corporalmente ed è divenuto tributario del mondo che doveva dominare e guidare, ma, nel suo essere mentale stesso, l’uomo si è legato e incorporato al mondo creato e decadutoegli non può più né pensare né sentire altrimenti che nella forma di questo mondo materiale, di questo mondo fuorviato, utilizzando le immagini che esso offre, ed incapace di sfuggire alla successione, poiché il pensiero è divenuto discorsivo. Quand’anche egli cerchi di liberarsene, grazie ai meccanismi dell’astrazione, è pur sempre nel circolo vizioso del creato e dei suoi meccanismi che egli si muove, secondo il modo, divenuto normativo, del discorso. Il ritorno alla norma vera consiste dunque nello stabilire l’attenzione perfetta fuori dagli attacchi della dissipazione, nella stabilità del semplice sguardo.

Notiamo dapprima che l’attenzione è, nell’esperienza spirituale, non solamente una concentrazione delle forze divergenti dello intelletto, ma la focalizzazione dell’essere intero, la sua somma in un punto, un perfetto raccoglimento che lo libera dallo svolgimento discorsivo e lo stabilisce nell’“eterna ora di Dio” mediante il silenzio interiore, nell’amore-adorazione. Questo punto di somma perfetta è chiamato “cuore”; quest’ultimo non è la “sede delle emozioni”, come non l’è il cuore anatomico: è il “centro” della vita umana, il luogo da dove scaturisce la vita e in cui essa si ritira in ultimo. Trovare il “luogo del cuore” vuol quindi dire stabilire la propria vita interiore, e dunque la vita senz’altro epiteto, in una perfetta stabilità ed in una sovrana ed immutabile indipendenza, e raggiungere la pace ricercata.

Tutta l’ascesi corporea, che è legata alla sua ricerca ed alla sia utilizzazione, è fondata su di una constatazione psico-fisiologica che ci sembra molto semplice, ma la cui scoperta empirica appartiene al genio: vale a dire sapere che ogni attività psichica comporta una ripercussione somatica e che inversamente gli atteggiamenti e i movimenti del corpo possono favorire, ed anche provocare, stati mentali. Il corpo, in modo sensibile o impercettibile, partecipa ad ogni movimento dell’anima – che si tratti di sentimento, di pensiero astratto, di volizione od anche d’esperienza trascendente.

Questa risposta del corpo è duplice: prende parte allo sforzo d’attenzione del soggetto, e si adatta al suo tema; è universalmente noto che lo sforzo d’attenzione si accompagna con un accigliamento ed un irrigidimento della maschera; che la collera, la gioia ed ogni nostra emozione si esprime in gesti e in atteggiamenti; molti sono coloro che hanno notato che il nostro corpo intero partecipa ad attività mentali; le gambe del Pensatore di Rodin “pensano” con la stessa intensità della fronte. Quanto all’adattamento corporeo al tema del pensiero, non bisogna più farne la prova: la psico-fisiologia ci ha fatto sapere che ad ogni rappresentazione corrispondono sensazioni cenestetiche (1), attività glandolari, una messa in tensione motrice caratteristiche. Questo duplice processo non si svolge in modo qualunque: se è vero che l’organismo intero partecipa a ciascun avvenimento mentale, non è men vero che, nei diversi casi, sono regioni differenti dell’organismo ad essere interessate in modo dominante, al punto che, all’occasione, tale regione sembra essere la sola messa in azione, e che meccanismi d’esclusione mutua intervengono, legati agli antagonismi fisiologici ben noti.

D’altra parte, uno stesso tema, secondo che sia pensato o sentito, che si orienti verso l’azione o resti quiescente, che provochi tale o tal’altro giudizio di valore (e quest’ultimo carattere è importante in pratica ascetica), mette in opera centri differenti di sommazione dell’essere, di concentrazione dell’attenzione. Il “tema traccia la propria via”.

Soltanto il pensiero errante, non sostenuto da uno stato timico (2) definito, è sprovvisto di luogo fisico: esso ronza nella testa e sveglia reazioni somatiche passeggere che, all’occasione, possono diventare esse stesse centri d’attrazione per il pensiero che ha dato loro nascita, e fissarlo in modo spesso inatteso. Questo pensiero errante è determinato dal meccanismo complesso delle associazioni d’idee autogene, delle impressioni ricevute dall’ambiente esteriore e delle onde subcoscienti messe in moto a caso dalla meditazione; questo pensiero ha un valore intellettuale mediocre, ma presenta nella vita ascetica pericoli reali, poiché troppo spesso si comporta come l’apprendista stregone di Goethe.

Appena appare un pensiero dirigente o un sentimento centrale, ogni attività psichica vi si unifica intorno, acquista una più grande semplicità, una più grande coesione; il campo di coscienza si restringe e si illumina, e simultaneamente si definisce un luogo di concentrazione dell’attenzione.

L’esperienza degli asceti ortodossi ne ha definito un certo numero e li ha specificati con caratteri somato-psichici che permettono di riconoscerli. (…)

Note redazionali

(1) La cenestesi, al greco koiné (comune) e aisthesis (sensazione, percezione) è una sensazione generale relativa ai visceri interni e alla loro attività vegetativa. Si tratta della somma delle sensazioni che determina pertanto un sentimento generale di benessere o di malessere, di affaticamento, di energia, di malattia;

(2) si intende uno stato relativo all’umore, allo stato emotivo dell’individuo.