Coscienza e Dovere | Tempo scaduto: l’implosione del mondo è imminente

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In questi ultimi due anni il sistema ha escogitato la più grande ed efficiente strategia di mutamento di ogni aspetto e concezione della normalità e della vita quotidiana. La paura, resa nostra compagna di viaggio in questa pandemia, facendo vivere ognuno di noi sul filo del rasoio, ha distrutto, uniformato e normalizzato ciò che prima era inconcepibile e inaccettabile anche nello stato di degenerazione avanzata in cui già versava la nostra nazione, l’Italia: per antonomasia, sinonimo di lavoro, dedizione, ricerca dello sforzo creatore. 
Il sistema, grazie alla paura, come abbiamo detto, ha reso possibile la liquidazione totale del lavoro attraverso gli ormai a noi noti strumenti quali lo smart working, il reddito di cittadinanza, i “ristori”, il recovery plan e così via.
Strumenti, questi, che nulla hanno a che fare con la realtà, con il superamento di se stessi, con lo scontro fisico e spirituale col lavoro – che, non dimentichiamolo, è pena, ma rimane anche uno degli ultimi strumenti, oggi, nelle mani dell’uomo per potersi confrontare, mettere in discussione e migliorarsi.
Fedeli o meno alla narrazione mediatica del Covid, tutti noi abbiamo interiorizzato la nuova concezione del lavoro: utile, sì, ma ormai non necessario
I perversi strumenti di assistenzialismo sociale hanno invaso ogni ruolo e ogni grado.
Ciò che più umiliante per un uomo dovrebbe essere – la falsa carità e l’elemosina – è diventato dogma e diritto universale, fortemente preteso e addirittura vantato. Se già da secoli si era innescato il decadimento di ogni virtù nell’uomo, il Covid ha “finalmente” posto fine all’ultimo più grande scoglio da abbattere per sovvertire la normalità: la responsabilità, la tenuta nel tempo e la parola data.
Due anni son bastati, dunque, a distruggere anche la parte – materialista e utilitaristica, sì – che coronava ancora di rispetto e dignità l’uomo che, dedicandosi al lavoro, responsabilizzava se stesso. 
Si badi: se non lo si fosse capito, ciò non è un elogio allo stakanovismo e tantomeno a una visione “etica” dello stato e del lavoro di tipo gentiliano. Le righe che seguono sono un’attenta e ponderata analisi di ciò che ci circonda, frutto di esperienze e conoscenze già vissute e toccate con mano.
Di fatto, il più grande fenomeno che vogliamo cercare di far emergere è quello del dualismo generazionale che si è venuto a creare: da un lato abbiamo le generazioni “prima” del covid e dall’altro i millennial, ragazzi che più di tutti hanno (a nostro pensiero, furbescamente) assorbito la nuova direzione del mondo. 
Approfondendo, notiamo che gli adulti – gli “ante-covid” – soffrono della cosiddetta demonia del lavoro, diffusa e consolidatasi nel fervore degli anni del liberalismo, dell’imprenditorialismo sfrenato, del mito del self made man. Il lavoro, per questo tipo umano, diviene scopo, senza il quale sono svuotati e disorientati a prescindere dalla remunerazione.
Per i “dopo-covid”, invece, diremo che l’unica consapevolezza che hanno allenato è quella dell’illusoria sicurezza di avere sempre un calcio d’angolo, un’assistenza sociale, un ammortizzatore alle proprie incapacità e irresponsabilità. Quest’ultimo tipo umano, venutosi a creare, ha sempre la legge e il comma in bocca, la calcolatrice in mano e le gambe svelte per rifuggire da impegni e sacrifici.
Da un lato c’è chi muore di lavoro, dall’altro chi, lavorando, crede nichilisticamente di morire. 
È dunque questo il nodo gordiano di questa estate del 2021, presagio di una stretta che ben presto spezzerà la corda del mondo post moderno.
Ad esempio, non pochi sono stati gli articoli, i servizi e gli allarmi di tutto il comparto turistico per l’assenza disperata di camerieri, baristi, chef, lavapiatti, personale di pulizia, animatori e via discorrendo.
Ecco: le prospettive sono delle peggiori, se consideriamo l’andatura zoppa dell’Italia, che da sempre carica maldestramente il peso sulla gamba del turismo, senza fare alcuna considerazione sul futuro e sulle conseguenze, ma vivendo di sola “rendita” per la bellezza e l’unicità della nostra terra.
A ciò si aggiunge la totale incompetenza (o malafede) dei proprietari di strutture turistiche nel maltrattare i dipendenti in relazione a compensi, vitti, alloggi, formazione professionale e nella diffusa assenza del versamento dei contributi previdenziali. 
Ma non è l’unico esempio, campanello d’allarme di condutture vecchie in dirittura di scoppio: un altro caso è quello degli autotrasportatori.
Anche qui, solito cliché. Giornali, TV, radio e stampa ne gridano il bisogno, ma nulla si fa o si è fatto in questi anni per dare una sana e dignitosa continuità a questo mestiere.
Mestiere, fra l’altro, fra i cardini delle nostre abitudini e motore dell’industria internazionale. Nessuno più vuole star fuori casa, lontano dalla sua famiglia, per settimane o mesi; nessuno più vuole annullare la sua vita seduto ad un volante al soldo della globalizzazione.
Ma nulla, nulla, è stato fatto per dare una forma a questo settore, stabilire fasce di età che consentano di praticarlo, remunerazione adeguate, misure assistenziali adeguate, formazioni professionali, abbassamento dei costi di conseguimento delle patenti per autotrasporti (che oggi si aggira intorno agli 8mila euro).
Ed ancor più grave è che nessuno vuole più fare tutti questi sforzi, ma non perché ci sia stato un risveglio degli uomini contro il mondialismo e lo sfruttamento… anzi! 
Questa situazione critica che si avverte velatamente nel mondo del lavoro è sorretta, come dicevamo prima, da tutte quelle persone che del lavoro ne hanno fatto uno scopo di vita, che non sanno uscire da questo vortice… Nel bene o nel male.
Dunque la colpa su chi vogliamo farla ricadere? Sul sistema, banalmente. 
Come abbiamo detto all’inizio, il Covid ha segnato il netto distacco tra una generazione, fondata sul lavoro e sul guadagno, e quella del “dopo-Covid”. Quest’ultima, incosciente di ciò che accade nel mondo, incarna il successo della globalizzazione e della demonia del lavoro.
Non più di autonomia, di potere, di soldi, di macchinoni o di orologi sono affamati i giovani. Neanche più la materialistica e orizzontale moda conta per essi, poiché tutto è sostituibile da una catena di fast food, da una piattaforma di streaming online, da un monopattino elettrico a noleggio, da un’auto in sharing, da un negozio di vestiti diffuso in tutto il mondo, a poco prezzo ma in tendenza. 
Stiamo vivendo insomma la vera transizione: sicuramente non ecologica, forse, l’ultima del mondo.
Ma questa mossa finale della sovversione è solo il completamento di un ribaltamento iniziato centinaia di anni fa: dapprima iniziato con la secolarizzazione dell’uomo, che ha rinnegato la sua natura spirituale e ha posto se stesso al centro, al posto di Dio, e poi completato con l’inversione del sano distacco, trasformato in arido menefreghismo
Quel che importa sarà solo la propria comodità, la coltivazione esclusiva dei propri fangosi piaceri che non lasciano spazio al lavoro e all’impegno. 
Ciò che ci aspetta nel futuro non è di difficile immaginazione. Certo è già che sistemi automatizzati, droni, robot, lettori QR, database internazionali e collegamenti informatici unitari parastatali sono già in vigore e ben sperimentati. 
L’uomo moderno ha perso anche questa battaglia e presto dimenticherà anche di avere il libero arbitrio, così da identificarsi totalmente cogli animali.
Nostra fortuna è che noi non siamo uomini d’oggi”, perché ci rendiamo ancora conto che tutto ciò non può essere il bene.
Ma saremo in grado di combattere per esso?