L’umanità è sempre più grande. L’uomo è sempre più piccolo

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Più l’uomo (inteso come “genere umano”) è grande, più l’uomo (come individuo) è piccolo e insignificante.
Mentre l’umanità, in preda ai deliri titanici dei nostri tempi, solca ogni giorno nuovi, impensabili sentieri, lastricati da magnifiche scoperte scientifiche e innovazioni; mentre Facebook sperimenta il metaverso e Jeff Bezos in pausa pranzo fa un giretto nello spazio, mentre l’umanità taglia nuovi e grandissimi traguardi, è l’essere umano ad essere sempre più piccolo.
L’uomo – o almeno, l’uomo della metropoli – tutto questo progresso, lo subisce, ne è schiacciato.
Costretto in pochi metri quadrati, egli lavora per vivere e vive per lavorare, o per inseguire il weekend o una vacanza in cui uscire per un attimo da se stesso. Non possiede più nulla perché gli hanno spiegato che con la sharing economy sarà più felice, e non ha una identità forte perché è stato educato ad essere mite e tollerante, mansueto.
L’umanità sarà sempre più grande, forse, ma l’individuo sempre più misero e insignificante, catturato nella virtualità, sempre più privo di legami sociali e familiari, ma soprattutto vittima delle proprie ansie e paure, incapace di quella vera, luminosa grandezza fatta di coraggio e dono di sé, possibili solo se la vita è vissuta come occasione per elevarsi da una condizione biologico-bestiale. Mentre oggi, in fondo, l’uomo non è che una bestia – sia pur ben vestita e piena di tool tecnologici – che nulla concepisce oltre i propri bisogni fisici ed a nulla di più alto del benessere aspira.
Ma tutta questa grandezza fantascientifica, questa sfida al Cielo, cosa ha procurato all’uomo? Più comodità, la pancia sempre piena e collegamenti più veloci, senz’altro. 
Ma gli ha tolto l’essenziale. Cioè, l’essere veramente Uomo: collegamento tra cielo e terra, ordinatore della natura in funzione di un Ordine divino (e non stravolgitore dell’ambiente in funzione del profitto!)